SUL DOLORE

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Papa Leone ha detto: “Non si spiritualizzi il dolore, non lo si rubrichi in fretta come volontà di Dio, perché in quel modo si feriscono e si colpevolizzano le persone. Dio non vuole la sofferenza, la regge accanto a noi”.
Sono parole che devono raggiungerci: la sofferenza è insensata, non è mai né voluta, né causata da Dio che è il Dio della vita piena. La sofferenza è inerente alla condizione umana: siamo “mortali”, così i greci parlavano degli umani, e in questa nostra fragilità malattie, debolezze e ferite che provengono dalla vita sono sempre al lavoro. I cristiani perciò non devono mai, nella maniera più assoluta, benedire la sofferenza, devono opporle una tenace resistenza, ricorrere a tutti i mezzi umani in loro possesso per alleviarla.
Dio non gradisce la nostra sofferenza, Dio gradisce quando nella sofferenza continuiamo ad amare, continuiamo ad accettare di essere amati. Dio è accanto a noi quando soffriamo e ci accompagna nel nostro attraversare le sofferenze nella speranza. La fede ci dice che anche nelle tenebre oscure della morte vicina e dell’esodo da questo mondo, quando siamo tentati di non avere fede, Gesù Cristo sarà là ad accoglierci a braccia aperte per ricolmare di fede i nostri abissi senza fede, per portarci nel Regno con lui. Basterà, anche se vacillano fede e speranza, mantenere saldo l’amore per lui, il Signore, perché allora basta la carità.
Enzo Bianchi

Delirio di onnipotenza

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Qual è il limite che divide eugenetica e progresso? E soprattutto qual è il nostro di limite? L’azienda Preventive si porrebbe come obiettivo quello di modificare l’embrione in modo da prevenire le malattie ereditarie.
Il problema è quello che viene dopo, perché c’è sempre un dopo, e il dopo non è prevedibile. Quali son
o i confini? Un tecnopazzo potrebbe pensare che sarebbe proprio bello avere un mondo solo di geni e sviluppare una tecnica per modificare il quoziente intellettivo, o un mondo solo di imbecilli, o di soli sani, o di soli malati. Io non ho risposte su quali siano i confini, ma quello che so per certo è che non li lascerei decidere al proprietario di Preventive.
Assia Neumann Dayan, La Stampa, 12 novembre 2025  

Da massa a popolo


Tra massa e élite, quale scegliere? Massa ed élite sono una contrapposizione fasulla perché, in fondo, le due ideologie che le sostengono ragionano allo stesso modo.
Quale miglior ambiente di prosperità per una élite se non là dove c’è una massa.
Il problema risiede solo nell’abilità di saper sollecitare i punti giusti per portare la massa dove vuole chi comanda, anche al di là del bene e del male.
Ma, al tempo stesso, anche per la massa è molto comoda l’élite. Meglio restare passivi e lasciar fare ai competenti. Che rapporto abbiamo con i nostri politici? Siamo attenti a come viene eseguita la nostra delega o ci aspettiamo che risolvano tutti i nostri problemi senza disturbarci troppo, salvo poi maledirli ed inveire se non l’hanno fatto?
L’unico modo di uscirne è smettere di essere massa e, ci dice la dottrina sociale della Chiesa, diventare popolo.
Quali sono le caratteristiche che distinguono un popolo dalla massa?
Il primo è la responsabilità. Il popolo si muove non per stimolo esterno ma per vocazione interiore, ogni uomo che lo compone è una persona consapevole delle proprie responsabilità e della propria appartenenza.
Il popolo è fatto di una storia, intesa come dono ricevuto dalle precedenti generazioni, ha una identità che nasce dal passato ed è sempre da rinnovare verso il futuro.
Il popolo ha, infatti, un destino comune. Sentirsi parte di questo destino, di una comunità a prescindere, essere consapevoli del legame, è coltivare la solidarietà, perché ogni membro del popolo costruisce bene comune, colora di bene i legami verso gli altri, si assume le cose da fare.
Beatrice Fazi Fonte GF122

Dono di Dio

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“I figli sono un dono di Dio al mondo e sono di tutti”. Ecco una frase che a volte provoca la gelosia delle mamme, gelosia sintomo di un amore possessivo per il figlio sempre più spesso unico, iperprotetto, ipercoccolato, iperdifeso.
La famiglia è il luogo privilegiato della formazione e dell’educazione, ma non l’unico.
C’è una comunità nella quale il figlio va integrato affinché in essa cresca, maturi, incontri i fratelli e apprenda l’accoglienza, la disponibilità gratuita, la collaborazione, la tolleranza, il perdono.
Restringere gli orizzonti, ripiegarsi compiaciuti sul piccolo mondo degli affetti e degli interessi, rinchiudersi dentro frontiere anguste che ignorano la fratellanza universale è una pericolosa idolatria dell’istituzione familiare.
Il momento del distacco può essere doloroso – ne hanno fatto l’esperienza Maria e Giuseppe quando sono stati lasciati da Gesù – e può essere interpretato come rifiuto ed esclusione. In realtà è un balzo verso la vita.
Fernando Armellini, fonte: Settimananews

Il secondo matrimonio

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Come valutare teologicamente un secondo matrimonio concluso civilmente quando il primo coniuge è ancora in vita?
Alla luce della Scrittura e della Tradizione una cosa è certa: qualunque sia la colpa soggettiva, questo secondo matrimonio rappresenta oggettivamente una contraddizione rispetto all’ordinamento stabilito da Dio.
Ma è, per questo, proprio nulla sul piano antropologico e teologico?
Anche il diritto canonico non qualifica come concubinato o qualcosa di simile un secondo matrimonio contratto civilmente; viene anzi riconosciuta presente con autentica volontà di matrimonio.
Un siffatto matrimonio civile contiene valori umani essenziali che non di rado si ispirano ad un atteggiamento cristiano di fede.
La chiesa, in quanto unico ed universale sacramento della salvezza, è anche la chiesa dei peccatori; essa ha diversi gradi di realizzazione, di cui i sette sacramenti rappresentano la forma più elevata.
Forse si può rispondere meglio con paragone. Un matrimonio infranto non viene semplicemente annullato; esso continua ad esistere, paragonabile ad una rovina. È impossibile quindi mettere al suo posto un secondo matrimonio che equivalga al primo. Possibile però, anzi in molti casi necessaria, se le persone vogliono sopravvivere, disporre di una sorta di tetto e di alloggio di emergenza.
Ci sembra che l’agire di Dio nella storia della salvezza corrisponda a questo quadro.
Walter Gasper, Il matrimonio cristiano, Queriniana, Brescia 2014
Per saperne di più: GF118

Fuori di social

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Per anni abbiamo parlato dei ragazzi e del loro rapporto con il digitale. Li abbiamo descritti come “nativi digitali”, dipendenti dai social, vittime di algoritmi o protagonisti inconsapevoli di una rivoluzione culturale. Ma quanto spesso abbiamo chiesto direttamente a loro cosa pensano?
Da questa domanda nasce “Fuori di social”, la nuova indagine realizzata dal Centro Studi di Fondazione Carolina, che raccoglie la voce di 1.677 giovani italiani con un’età media di 18 anni. Un report che ribalta molti luoghi comuni e offre uno sguardo autentico sul rapporto tra adolescenti, social network, educazione e benessere digitale.
Per scaricare il report clicca qui

L’agnello di Dio

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Il «buon pastore», che è l’immagine che Gesù dà di sé stesso, non sacrifica gli agnelli, ma se li carica sulle spalle. Non c’è traccia di sacrificio animale nei vangeli, ma ci sono senz’altro molte pecore, sempre e solo come oggetto di cura e tenerezza, dalla pecora perduta e ricercata a tutti i costi dal pastore a quelle difese dalla minaccia dei lupi a costo della vita.
Perché, se c’è una vita che si dà, è sempre e solo quella di Gesù stesso, «buon pastore» che «dà la vita per le sue pecore», e nessun’altra vita né animale né umana. È solo nel darsi di Gesù per «le sue pecore» che si può leggere la metafora, comunque ambigua, dell’agnello sacrificale, che era propria della tradizione ebraica.
Elisa Mascellani, Settimanews

Un’istituzione che funziona: la guerra

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Oggi la guerra, nella sua mania di grandezza, ha dissolto il senso del limite. Per tradizione ha sempre distinto tra fronte e retrovia. Oggi quel confine è un cimelio storico. I soldati scorrono TikTok nelle trincee, i civili ricevono le sirene sugli smartphone, i data center sono obiettivi strategici e le centrali elettriche bersagli prioritari. Le città tornano a essere campi di battaglia.
Certo, poi, non finisce più come una volta. I conflitti del Novecento terminavano con fotografie in bianco e nero e firme in calce agli armistizi. Quelli di oggi abbassano il volume, scompaiono dai titoli dei giornali per un po’ e ricompaiono sei mesi dopo come una serie TV che nessuno aveva capito se fosse finita o no.
Gabriele Segre. La Stampa, 3 giugno 2026

Nell’infosfera c’è spazio per Dio?

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L’infosfera è piena di agenti artificiali, assomiglia a certi modelli teologici antichi: onnipresenza, osservazione totale, memoria perfetta, registro che non perde nulla.
Sant’Agostino doveva immaginare un Dio che ricordasse tutto; l’infosfera ricorda automaticamente.
La differenza decisiva è che l’infosfera registra ma non perdona, non concede grazia, non sospende il giudizio: il record persiste, riemerge, viene indicizzato.
La dottrina più radicale del cristianesimo è la remissione dei peccati, l’idea che ciò che è stato fatto possa essere giudicato e poi messo da parte, o meglio annullato.
L’infosfera questo non lo sa fare.
Se c’è ancora spazio per Dio, è come principio di ciò che la totalità informazionale strutturalmente non può: perdonare, liberare dal proprio passato, restituire l’innocenza originaria. Non riparare il danno, cancellarlo del tutto.
Una posizione concettuale interessante anche per chi, come me, non è credente.
Luciano Floridi, Tuttolibri de La Stampa. 23 maggio 2026

L’Apocalisse

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Vi è un confine netto tra l’apocalisse culturale, intesa come catastrofe e dominio tecnologico, e l’Apocalisse evangelica, intesa come svelamento e speranza. Il messaggio che emerge con forza dal libro è un invito alla resistenza spirituale e intellettuale.
Se il potere moderno – il “nuovo Impero” tecno-politico – utilizza il linguaggio della fine per paralizzare l’uomo nel timore e nel conformismo, l’Apocalisse di Giovanni agisce al contrario come un antidoto alla paura. Essa non annuncia il naufragio della storia, ma ne rivela il baricentro: l’evento pasquale che sottrae il tempo al caos e lo consegna a un fine di salvezza.
Per le nuove generazioni, questa eredità si traduce in un dovere di lucidità critica nei confronti del potere. Occorre riappropriarsi di una cittadinanza attiva e consapevole, capace di dire “no” alle derive totalitarie della tecnica e “sì” a una storia ancora e sempre nelle mani dell’uomo e di Dio. Essere apocalittici oggi significa rifiutare il pessimismo del mondo per abbracciare la verità del senso, testimoniando che il bene, lungi dall’essere sconfitto, è il principio dinamico che guida il mondo verso il suo compimento. Sì, è il bene che vince.
Enzo Bianchi, Tuttolibri de La Stampa, 23 maggio 2026