In cammino con il Vangelo

l’Ufficio di pastorale della famiglia della Diocesi di Torino propone ogni settimana un momento di riflessione sulla Parola della domenica. Un appuntamento preparato dalle famiglie per condividere le gioie, i pensieri le fatiche e le speranze di donne e uomini in cammino con Gesù.
Questo è il commento del Vangelo di domenica 18 aprile 2021.
https://www.youtube.com/watch?v=BSXqI6oFxZA

Il gender gap

Che cosa hanno in comune 606 milioni di donne?https://www.youtube.com/watch?v=cAB7SWyc-do&feature=emb_logo

 

Una fede all’altezza dei tempi


La trasmissione della fede oggi non avviene più per procreazione, ma per convinzione.
I tempi della pressione dell’ambiente circostante e del controllo sociale in materia di fede sono finiti; è diventato quindi più faticoso giustificare il perché si è appartiene ancora alla Chiesa anziché scegliere di abbandonarla.
Gli effetti si sentono anche nei sistemi familiari: nonostante una comune biografia d’origine, i figli prendono strade molto diverse. Alcuni se ne vanno, altri vivono con distanza, pochi trovano una casa nella Chiesa.
Le proprie esperienze sono decisive per queste decisioni. Per la maggior parte delle persone quello che conta è la forza degli argomenti. In una società di opzioni, la Chiesa deve essere in grado di argomentare in modo tale poter essere scelta come riferimento. Non per ragioni di spirito del tempo, ma per ragioni di rilevanza. Il mero riferimento alla tradizione non è sufficiente.
Nel XIX secolo la Chiesa, definendo la dottrina dell’infallibilità papale, ha sottolineato l’obbedienza fino al giuramento modernista dei suoi ministri. In tal modo ha distrutto la natura metaforica del suo stesso linguaggio di fede.
Ma la fede è più che la somma delle verità di fede (fides quae), la fede è un radicamento esistenziale in qualcosa di più grande di me (fides qua).
Quello che la maggior parte della gente non ricorda è che ai tempi del Concilio di Nicea (di cui celebreremo presto il 1700° anniversario) ci fu una disputa sulla somiglianza o sull’essere immagine di Dio di Gesù (homoi-ousios o homo-ousios – la famosa disputa sullo iota), e su di essa si discuteva addirittura dal parrucchiere o a casa intorno alla mensa in famiglia. È così che dovremmo tornare a discutere: coinvolti esistenzialmente e informati intellettualmente.
Erich Garhammer
Fonte: Settimana news, 8 aprile 2021

Rapporto Benessere Equo e Sostenibile

Dieci anni iniziava in Italia il Progetto Bes. In questo video la nascita e lo sviluppo del progetto curato da Istat e dal Cnel.

Vedi anche GF99 in cui si è parlato di BES

Living apart together


Tra i tanti modi possibili di essere coppia, c’è anche quella della coppia stabile che condivide una relazione sentimentale e sessuale di lunga durata, ma che evita la convivenza.
Si parla in questo caso di coppia LAT, ovvero i Living apart together, noti anche come coppie del week-end, coppie a coabitazione intermittente, amori pendolari, part-time, relazione non residenziale…
Due partner che per scelta vivono in case diverse, ciascuno per conto proprio.
Una categoria in pieno sviluppo, che comprende storie molto diverse, unite da una comune preoccupazione: salvaguardare i propri spazi personali, le proprie abitudini, senza però rinunciare a una relazione affettiva stabile.
Ne vuoi sapere di più? Clicca qui!

Lectio divina


Nei documenti che hanno preparato ed accompagnato il Sinodo si è parlato di diversi metodi per accostare con frutto e nella fede le sacre Scritture. Tuttavia l’attenzione maggiore è stata data alla lectiodivina, che è davvero «capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma anche di creare l’incontro col Cristo, parola divina vivente». Vorrei qui richiamare brevemente i suoi passi fondamentali: essa si apre con la lettura (lectio) del testo, che provoca la domanda circa una conoscenza autentica del suo contenuto: che cosa dice il testo biblico in sé? Senza questo momento si rischia che il testo diventi solo un pretesto per non uscire mai dai nostri pensieri. Segue, poi, la meditazione (meditatio) nella quale l’interrogativo è: che cosa dice il testo biblico a noi? Qui ciascuno personalmente, ma anche come realtà comunitaria, deve lasciarsi toccare e mettere in discussione, poiché non si tratta di considerare parole pronunciate nel passato, ma nel presente. Si giunge successivamente al momento della preghiera (oratio) che suppone la domanda: che cosa diciamo noi al Signore in risposta alla sua Parola? La preghiera come richiesta, intercessione, ringraziamento e lode, è il primo modo con cui la Parola ci cambia. Infine, la lectio divina si conclude con la contemplazione (contemplatio) durante la quale noi assumiamo come dono di Dio lo stesso suo sguardo nel giudicare la realtà e ci domandiamo: quale conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il Signore?
Benedetto XVI, Verbum Domini, n.87
Volete fare esperienza viva di lectio? Contattateci inviando una mail a: formazionefamiglia@libero.it

Amanti


Ama la donna che rompe il vaso prezioso di essenza di nardo, gesto da molti considerato uno spreco, un gesto che non evita la passione al Signore, che non cambia il corso degli eventi, ma che consente alla donna di mettere in gioco tutto quello che può, in quel momento. Ama Gesù che si lascia amare, che accetta il dono prezioso, che si lascia rivestire di carezze, lacrime e baci.

Amano i discepoli che si preparano e che preparano per celebrare la festa di Pasqua nel Cenacolo. Ama Gesù che si siede a tavola con loro, come ha sempre fatto, e che si consegna a loro, spezzato e versato come olio profumato.

Amano i discepoli che accompagnano Gesù al Getzemani, invitati a restare lì, a restare con lui, anche se si addormentano per il dolore e la tristezza. Ama Gesù che con insistenza li vuole accanto a sé, che si mostra a loro nel desiderio di non essere lasciato solo nella notte che sta per iniziare.

Ama Pietro che segue da lontano il Signore, nella penombra: c’è un legame, un affetto che lo spinge a stare lì, a cercarlo ad attenderlo nella notte; un amore che lotta per non fuggire, ma che sceglierà di rinnegare per difendere la propria vita. Ama Gesù, ancora capace di fissare il suo sguardo su Pietro alle prime luci dell’alba, risvegliate dal canto del gallo.

Ama Giuda, anche se ama un’immagine falsa di Dio e del suo Cristo, anche se ama un ideale di vittoria, anche se ama ciò che non c’è, al punto di sentirsi tradito dal Maestro che si rivela sempre più nella sua impotenza. Ama Gesù, che senza falsità lo chiama amico e si lascia baciare da lui.

Amano le donne che piangono lungo la via del Calvario, che provano dolore dispiacere per il Giusto vittima d’ingiustizia. Ama Gesù con la delicatezza capace di ricordare loro la profezia di Ezechiele, nella quale Dio farà seccare l’albero verde per far germogliare l’albero secco.

Ama Maria, discretamente presente, silenziosa, che segue ogni passo, ogni respiro, ogni gemito della Parola fatta carne in lei. Ama Gesù, che dalla croce le rivolge la parola, che le consegna una discendenza senza fine in ogni figlio che la accoglie in casa sua.

Ama il malfattore che riconosce in Gesù la capacità di essere ospitale fino alla fine. Ama Gesù che lo rassicura di avere un posto nel Suo cuore e nel Suo giardino.

Ama il centurione che si lascia stupire la modo di morire di un condannato. Amano le donne che silenziosamente preparano gli oli e attendono che passi il sabato per correre al sepolcro…

Tutti nella passione amano, chi se stesso, chi il potere, chi la prevaricazione sul debole. C’è chi ama per pietà, per compassione; c’è chi asciuga il volto del Cristo, chi cerca di alleviargli la sofferenza con l’aceto, chi lo segue fin dalla Galilea, c’è chi lo colpisce, chi lo deride, chi lo accarezza, chi lo tradisce, chi lo trafigge… tutti noi, come loro, amiamo qualcuno o qualcosa.

Francesca Balocco
Fonte: settimana news

Il Padre nostro di Dante Alighieri


Purgatorio, Canto XI, vv. 1-24

Originale:

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore da ogni creatura, com’è degno di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, ché noi ad essa non potem da noi, s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,  non spermentar con l’antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro».

 

Parafrasi:

«O Padre nostro, che stai nei cieli,
non delimitato da essi, ma per il particolare amore che a essi e agli angeli tu porti,

sia lodato il Tuo nome e la Tua potenza
da ogni creatura, com’è giusto
rendere grazie al Tuo Spirito Santo.

Giunga a noi la pace del Tuo regno,
perché noi ad essa non possiamo giungere da soli,
seppur con tutto il nostro ingegno, se essa non viene [incontro a noi].

Come i Tuoi angeli sacrificano per Te la loro volontà, cantando “Osanna”,
così facciano gli uomini con la loro.

Dacci oggi, come ogni giorno, il pane della grazia,
senza il quale in quest’aspro deserto
retrocede chi più si affanna ad andare avanti.

 E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sofferto, anche tu perdonaci benignamente, e non guardare ai nostri meriti.

Non mettere alla prova con la tentazione del demonio la nostra virtù che facilmente si abbatte,
ma liberaci da colui che la spinge [verso il peccato].

Quest’ultima preghiera, Signore amato, non la rivolgiamo per noi, perché non ne abbiamo più bisogno, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi [in vita]».

Rimanere nella Parola



“Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-42).
Quello che dovrebbe stare a cuore ad un cristiano non è imparare a memoria qualche informazione su Gesù Cristo, ne seguire semplicemente un sistema di valori da esso derivato. La cosa più importante nell’esperienza cristiana è imparare a “rimanere”, a “dimorare” nella Parola di Gesù.
Diciamoci la verità: la mancanza di rinnovamento, di cambiamento all’interno della Chiesa e delle nostre comunità, viene certamente dalla mancata confidenza con la Parola di Dio.
Se considerassimo la Parola come un grembo, noi ci entreremmo dentro e ci lasceremmo nutrire, gestare (non gestire), da Dio. Come un grembo di madre, la Parola di Gesù poco alla volta ci nutrirebbe e ci farebbe crescere, e la prova sarebbe l’aumento esponenziale della nostra libertà.
Tornare a leggere e meditare la Parola di Dio potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento epocale per la nostra vita personale e non solo. Quanto sarebbe bello obbedire a questo Vangelo magari tirando giù dai nostri scaffali il libro della Bibbia, e tornare a riaprirlo, a leggerlo, a invocare lo Spirito Santo affinché un poco alla volta ci entriamo dentro, e impariamo a dimorarci.
Conosceremmo la Verità, ed essa ci farebbe liberi.
E poi sarebbe un buon modo per prendere sul serio l’indicazione che esiste qualcosa che ci possa davvero liberare senza clausole ingannevoli che troviamo scritte in piccolo sotto qualche offerta.
Gesù parla chiaro, e la Verità che ci annuncia, che è la Verità di un Amore liberante, ci introduce in una libertà grande che nessuna politica, nessuna cultura, nessuna mentalità del mondo possono davvero darci. Poi ci dice anche qualcosa che non è di poco conto, e cioè che la Verità esiste, nonostante lo sport più diffuso sia quello di negare la sua esistenza e lasciarsi in balia della dittatura delle opinioni.
In questo senso la Parola per un cristiano non è mai un’esperienza intellettuale ma un’esperienza esistenziale.
Luigi Maria Epicoco
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Donne e Chiesa dopo Trento


Un effetto indiretto della Contro-Riforma fu la progressiva “femminilizzazione” del sacro e della religione: «Gli uomini potevano confessarsi, le donne dovevano», perché la frequentazione pubblica dei sacramenti era una pre-condizione per l’accesso al mercato dei matrimoni e per il pubblico onore delle sposate.
La sfera economica e politica era intesa sempre più come faccenda maschile, mentre il sacro e le pratiche religiose diventavano il regno della donna, suora o sposata – “casa e chiesa”.
Le pratiche religiose mal si coniugavano con la virilità, e una pietà popolare sempre più femminile produceva pratiche devozionali dove i maschi si sentivano scomodi e che quindi disertavano – e il processo si auto-alimentava in chiese arredate dalla (e per) la sensibilità femminile, con relativi linguaggio, preghiere e canti, una femminilità che non si avverte nelle chiese protestanti.
La pratica della religione cattolica inizia a diventare un “mestiere” di donne governato interamente da maschi. Eserciti con soldati donne e ufficiali uomini.
Le donne divennero anche il principale ingresso per la Chiesa nella vita della famiglia e quindi della società: «Il maschio è naturalmente pagano e tocca alla sposa cristiana non tanto convertirlo quanto salvargli l’anima. Il maschio selvaggio beve, gioca, bestemmia, molesta le donne, mena le mani; la sposa missionaria non contrasta questi suoi costumi, ma bada al sodo, che è quel minimo di Messe, sacramenti e devozioni sufficienti a restare fondamentalmente in pace con il cielo. Poi basta cogliere l’anima direttamente sul letto di morte».
La teologia della sofferenza vicaria, poi, funzionava perfettamente in questa oikonomia familiare: le donne potevano salvare marito, padre e figli offrendo le loro penitenze e i loro sacrifici.
Luigino Bruni, Avvenire, 21 marzo 2021
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