Transgender e postgender

Un articolo “interessante” è stato pubblicato su La Stampa del 26 marzo 2017.
Già il titolo è intrigante: “Mamme ultra cinquantenni, uteri artificiali e genoma sintetico. Così cambia il ciclo della vita” (1).
Ecco alcuni passi dell’articolo:
– le gravidanze over 45 anni si sono triplicate negli ultimi 5 anni (dallo 0,5% all’1,5%) [NdR ma non si fa distinzione tra le primipare e pluripare];
– quando il corpo è sano la maternità può essere gestita senza grossi problemi anche con mezzo secolo sulle spalle, ma farlo con le proprie uova è quasi impossibile;
– l’utero artificiale è il prossimo passo, afferma Bulletti. Io stesso sto cercando i fondi per realizzarlo… certo il rapporto tra marito e moglie sarebbe stravolto. Prosegue Bulletti: Riuscite ad immaginare una società in cui la donna non ha il peso della gravidanza? E conclude: I parametri di oggi sono sorpassati, presto potremo vivere fino a 120 anni.
– Le mamme cinquantenni sono migliori delle mamme ventenni proprio perché sono più consapevoli, afferma il prof. Fedele. Ma solleva un dubbio: Quando i figli adolescenti avranno bisogno di loro cosa succederà?

Una risposta la potemmo trovare, a mio avviso, in un altro articolo pubblicato dalla stessa testata il 22 marzo: “Mio figlio ha 9 anni ed è gender fluid” (2).
L’articolo si riferisce ad un ragazzino maschio ma vale anche per le femmine. La somministrazione di inibitori ipotalamici ritarda la pubertà. Se le “nuove” donne li assumessero ritarderebbero anche la menopausa: potrebbero avere figli con le loro uova anche a cinquant’anni.
Bisogna informare l’opinione pubblica!
P.S. Il titolo esatto dell’articolo avrebbe dovuto essere “Transumanesimo e postumanesimo” (3) ma quello usato mi è sembrato più “ad effetto”.
Franco Rosada

1) http://www.lastampa.it/2017/03/26/italia/cronache/mamme-ultra-cinquantenni-uteri-artificiali-e-genoma-sintetico-cos-cambia-il-ciclo-della-vita-3y5LdqK84LMFz5o3uHKiAP/pagina.html
(2) http://www.lastampa.it/2017/03/22/societa/e-sempre-l-8-marzo/mio-figlio-ha-anni-ed-gender-fluid-kQr6BbU6kFbOYRqJuOcXPJ/pagina.html
(3) Per saperne di più: http://www.gruppifamiglia.it/Sussidi/Famiglia_gender_e_dintorni.htm#5.4._Post-gender_e_post-queer:_il_transumanesimo (nota 3)

La felicità

“Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.La felicità si misura su twitter, 12 luglio giorno migliore
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato.Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima…
Augusto Cury, tratto dal libro “Le dieci regole per essere felici”
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La festa del papà

Il mio, di papà, se n’è andato 13 anni fa, il 13.3 del 2003. Quanti 3!
L’ultimo sguardo ce lo siamo scambiati mentre io ero seduto in un corridoio dell’ospedale, in quel mentre si è aperta una porta di una saletta medica, è uscito un infermiere indaffarato dimenticandosi di chiudere. Papà sarà stato a 9-10 metri, si era messo seduto sul lettino perché respirava male, aveva indosso uno di quei grembiuli bianchi allacciati dietro con due fiocchi che ti lasciano le gambe scoperte. Si è girato verso lo squarcio della porta e i suoi occhi mi hanno detto che non poteva sorridermi come faceva di solito quando mi vedeva perché doveva cercare di respirare, gli occhi hanno aggiunto che aveva bisogno di aiuto, la serietà del suo viso mi diceva quanto si imbarazzava a mostrarmi, forse per l’ultima volta, la sua fragilità…
Giacomo Poretti, Avvenire, 18 marzo 2017
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Un “santo” di oggi

Lo stanno facendo santo, don Tonino. La causa di beatificazione, avviata nel 2008 dall’ attuale vescovo di Molfetta, monsignor Luigi Martella, si avvia alla conclusione della prima fase, quella diocesana. Poi la monumentale documentazione andrà a Roma, in Vaticano.
Per la gente santo lo è già. Tanto a Molfetta quanto ad Alessano, tanto a Ugento, dove fu vicerettore del seminario, quanto a Tricase, dove fu parroco.
Sono passati 20 anni,ma ogni luogo parla di lui: gli edifici ecclesiastici ma anche gli uffici pubblici, le piazze e le vie. Una foto oppure una dedicazione,una targa oppure una delle sue frasi celebri.
Don Tonino ovunque. Mai monsignor Bello, tanto meno Antonio. Sempre e solo don Tonino, il «fratello vescovo povero con i poveri», quello col pastorale e la croce di legno (di ulivo, però, simbolo della sua terra), quello con l’ appartamento episcopale invaso dai senzatetto e dai migranti stranieri, quello che girava per le strade del porto e della vecchia Molfetta sedendosi accanto ai poveri e agli ubriaconi, quello che aveva la porta sempre aperta, anche alla prostituta che gli aveva bussato alle quattro di mattina affamata e fradicia di pioggia. Ma anche quello che parlava di «pace, giustizia e salvaguardia del Creato come Trinità terrestre» e che tuonava contro chi voleva“militarizzare” la sua terra, la Puglia, mettendovi le basi degli F16, negli anni Ottanta.
Famiglia Cristiana, 19 aprile 2013

Il fascino dei nuovi media

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Attraverso i telefonini e internet, in modo particolare le applicazioni, la rete passa un “mondo nuovo” che rischia di sfuggirci; un mondo che i ragazzi conoscono meglio dei loro educatori e che sanno usare con scaltrezza e grande abilità, ma che li conduce su vie assai rischiose e “drogate” da messaggi devastanti per la loro crescita umana ed etica.
Oltre il 60% dei bambini tra gli 8 e i 9 anni possiede un telefonino; ben oltre il 90% dei giovani tra i 16 e i 24 anni. La media dei messaggi inviati si aggira sui 30 al giorno. Si parla di oltre un 22% dei ragazzi del tutto dipendente dall’uso del computer, su cui trascorre molte ore di giorno e di notte.
I media dovrebbero reagire a questo, sollecitando le famiglie e le scuole a intervenire sul piano educativo e culturale, denunciando con forza chi sfrutta questo mercato a scapito dei minori e richiamando la necessità di salvaguardare la persona e la libertà interiore dei ragazzi, per promuoverne un orientamento sano ed eticamente sensibile.
Il Papa, nei suoi recenti interventi sui media, e ancora nell’udienza al Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (22 settembre 2016), ha posto in evidenza tali problematiche. Francesco, in particolare, ha sottolineato come questi nuovi percorsi del comunicare entrino ormai prepotentemente dentro la questione antropologica e tendano a sostenere quel nuovo assetto di uomo, che si sta delineando mediante la scienza e la cultura.
+ Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
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Non è un paese per donne

Questo non è un Paese per donne. Una su due non lavora (in Sicilia questo dato scende al 27%). L’Italia è uno dei peggiori Paesi per essere una donna lavoratrice. E non ci voleva una ricerca (Ocse) per capirlo. Basta chiedere alle tante italiane che devono conciliare lavoro, amore, cura della famiglia. È un problema di cultura ma anche di politica.
In sostanza ti dicono: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E bisogna pedalare tanto di più di un uomo per avvicinarsi a quel tetto di cristallo che ancora impedisce le pari opportunità. E mentre pedali con fatica devi affrontare salite ripide, come quella dell’amore. Perché ancora pochi uomini sono disposti a fare il tifo per una campionessa. Scatta la competizione che mina la freschezza di un rapporto e anche l’egoismo e l’educazione che impediscono a lui di accettare una equa distribuzione della fatica in questa corsa a due.
In pratica mentre tu pedali in salita lui non rinuncia al motorino. È sempre l’Osce che rivela come le donne in Italia dedichino 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14, il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati.
Maria Corbi, La Stampa 29 gennaio 2017
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