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Terremoto: ragione e fede mute

«Non esistiamo più». Sono state le parole di una donna di Amatrice, la mattina del 25 agosto. Parole vere, che non possono essere, però, parole ultime. Vere perché non basta non essere morti per essere vivi.
Così come non basta avere un riparo per essere a casa. Una casa non è una “macchina per abitare” ma è uno spazio denso di significato. Di storia, di vita. Un “mondo”, insomma.
Qui la ferita è stata inferta da una terra madre diventata matrigna, non senza responsabilità umane. Per contenere gli effetti devastanti del terremoto non bastano gli aiuti, la solidarietà, la promessa di ricostruzione. sono necessari due movimenti, che solo dall’interno delle comunità colpite possono venire, con l’aiuto di chi sta loro vicino e, per chi ci crede, della Grazia: resilienza e rinascita.
Chiara Giaccardi
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Votare con il portafoglio

In questo tempo di crisi e di crescita delle povertà, chi lavora nell’ambito della solidarietà, come la Caritas, “non può limitarsi a curare le ferite dei vinti” ma deve “fornire soluzioni e dare speranze concrete”. Rendersi cioè conto che “l’economia siamo noi”, e usare “il nostro potere in senso positivo e costruttivo”. È il parere di Leonardo Becchetti, docente di economia all’Università di Tor Vergata a Roma, che ha parlato oggi pomeriggio ai 600 delegati di 220 Caritas diocesane riunite fino al 18 aprile a Montesilvano (Pescara) per il 36° convegno nazionale.
…“Serve un lavoro per ‘popolarizzare’ la finanza, unito a campagne per la riforma della finanza. ‘Popolarizzare’ la finanza significa aiutare la gente a parlare di cose che capisce. Quello che conta, da un punto di vista economico, non sono tanto i costi della politica quanto il fatto che una crisi finanziaria molto grave ha prodotto danni enormi a livello mondiale e nazionale. Bisogna rendere popolari questi temi. La gente deve capire, ad esempio, perché è importante separare le banche commerciali dalle banche d’affari, ecc. Poi abbiamo bisogno di un’Europa più coraggiosa, più solidale, che abbandoni l’ossessione del rigore (che non fa ripartire l’economia). E di molta più azione dal basso. I cittadini devono diventare protagonisti dell’economia attraverso il cosiddetto ‘voto con il portafoglio’, perché la democrazia non è solo voto politico ma voto economico. Dobbiamo renderci conto che l’economia siamo noi. Abbiamo un potere enorme e dobbiamo usarlo in senso positivo e costruttivo. Dobbiamo votare per le aziende che sono all’avanguardia nel creare valore economico sostenibile a livello ambientale e sociale. E aumentare la consapevolezza dei cittadini”…
Agenzia SIR, martedì 16 aprile 2013, intervista di Patrizia Caiffa
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Il tempo del coraggio

La crisi morde di più proprio se la società è “liquida”, fatta di tanti soggetti frammentati che inseguono un utile a breve e non perseguono la strada più ardua dell’investimento sociale. Così le distanze si allungano e tutti siamo più poveri e soli. Si parla tanto di coesione sociale, a proposito dei problemi del lavoro e del welfare, giustamente. Ma è necessario un orizzonte, un quadro appunto morale e culturale.
Questo piano rischia di rimanere in ombra, stretto tra le urgenze economiche e i vecchi riflessi di una cultura radicale ed edonistica. Né si può pensare di cavarsela declamando valori e principi. Questi devono diventare realtà, si devono calare nella vita concreta delle nostre città, delle tante “Italie” alle prese con le tante sfaccettature di un passaggio storico di ristrutturazione profonda. E qui giustamente, si spende, si esercita la presenza della Chiesa e dei cattolici.
L’Italia è attraversata, ha riconosciuto il presidente del Consiglio, “da forti tensioni sociali”. Per questo serve uno sforzo comune, servono idee chiare, ma anche esempi concreti e fatti. Il Papa ancora una volta è stato chiarissimo: “Siate pronti a dare nuovo sapore all’intera società civile, con il sale dell’onestà e dell’altruismo disinteressato. È necessario ritrovare solide motivazioni per servire il bene dei cittadini”.
Francesco Bonini
Corriere della sera, 15 maggio 1012

Crisi e suicidi

Agenzia Sir 11 maggio 2012
Liberamente tratto dall’intervista di Francesco Rossi a Tonino Cantelmi.
Qual è la sua impressione nello sfogliare i giornali, di fronte alle quotidiane notizie di suicidi?
“C’è come un fascio che illumina queste notizie, dando un’enfasi molto pericolosa, perché non c’è nulla di più imitativo del comportamento suicidale”.
Ma si può delineare un filo comune? Sembra che le cause siano, il più delle volte, la crisi, il fisco vessatore…
“Non è la crisi, ma la depressione. Questo, semmai, è il problema comune a quanti si tolgono la vita nella gran parte dei casi, un mostro che impedisce di vedere una soluzione ai problemi e quindi l’unica via di fuga sembra essere la propria morte. È la depressione ad attaccarsi a mille situazioni, come potrebbe essere una crisi matrimoniale o, appunto, una difficoltà economica”.
Sembra quindi che siamo arrivati al capolinea di una mentalità individualistica, che ha sacrificato le relazioni e il prossimo per un presunto – e discutibile – “benessere” del singolo. E ora, come andare avanti?
“Chiediamoci perché non si riesce a intercettare il dolore delle singole persone. Stiamo scoprendo una sofferenza che rimane del tutto individuale, non riesce a trovare solidarietà, comprensione, ascolto. La crisi da un lato esalta l’individualismo – si salvi chi può – mentre dall’altro dovremmo sapere che nessuno può salvarsi da solo e sarebbe necessario riattivare un sistema di solidarietà”.
A suo avviso, in questo periodo ci sono più suicidi o, piuttosto, è aumentata la loro visibilità mediatica?
“Credo che abbiano una visibilità mediatica sproporzionata. Quello della salute mentale è comunque un problema rilevante: si dice che un adulto su 4 nella sua vita abbia bisogno di cure psichiatriche “.
Ma ricorrere a uno psicologo o a uno psichiatra si scontra ancora oggi con la stigmatizzazione sociale…
“Questa è l’ultima barriere da abbattere, ciò che impedisce realmente l’accesso alle cure e, magari, a volte porta a gesti estremi, compiuti in solitudine”.