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Preferisco di no


Preferisco di no” è un’obiezione ferma e concisa, gentile ma irriducibile, per esprimere il proprio dissenso contro l’opacità dei tempi.
Un nodo al fazzoletto per ricordarsi che l’essere umano non è solo ciò che fa, ma anche ciò che sceglie di non fare, di non accettare, di non legittimare.
Un rifiuto che non nasce da ostilità o indifferenza, ma da uno scrupolo interiore che impone di proteggere l’umanità, in se stessi e negli altri, anche quando il prezzo è alto.
Dice “preferisco di no” chi crede che il dolore di un altro essere umano non sia diverso dal proprio, e davanti alle violazioni di dignità e diritti reagisce come limatura di ferro davanti a un magnete: non resta dov’è, perché la sostanza stessa di cui è fatto gli impone di ridurre la distanza,di prendere parte. Ma dice “preferisco di no” anche chi sa rimanere al suo posto, perché in alcuni casi il “no” può essere una zavorra preziosa, provvidenziale, che trattiene dall’accodarsi al gregge o dal mettersi a ringhiare con il branco.
È il più minuto tra gli avverbi, il “no”, eppure crepita di vita: è capace di destabilizzare il moto abituale delle cose, di scompaginare idee e posizioni debordando dagli schemi e sfidando gli idoli della neutralità e dell’equivalenza, che vorrebbero mettere tutto sullo stesso piano.
“Preferisco di no”. Un soprassalto di consapevolezza che pressioni, recinti e conformismo non riescono a contenere, che mentre nega allo stesso tempo afferma. Che cosa? Che qualcosa di incalpestabile esiste, e bisogna sottrarlo alla morsa del mondo.
Armando Buonaiuto
Curatore di Torino Spiritualità

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Perché?


Ci sono “perché?” che non hanno risposta. Per esempio: perché soffrono i bambini? Perché un bambino rimane orfano? Chi può rispondere a questo? Nessuno. Molti perché non hanno una risposta umana, ma solo divina.
Cosa ho fatto di male per avere questa sorte? Non lo sappiamo. Ma sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è la guarigione – il Signore guarisce sempre – la guarigione e la vita.
Lo dice Gesù nel Vangelo quando incontra un uomo cieco dalla nascita. E questo si domandava sicuramente: “Ma perché io sono nato cieco?”. I discepoli chiedono a Gesù: “Perché è così? Per colpa sua o dei suoi genitori?”. E Gesù risponde: “No, non è colpa sua né dei suoi genitori, ma è così perché si manifestino il lui le opere di Dio” (cfr Gv 9,1-3).
Vuol dire che Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte. Questo fa Gesù, e questo fanno anche i cristiani che sono veramente uniti a Gesù. Il “perché” è un incontro che guarisce dal dolore, dalla malattia, dalla sofferenza, e dà l’abbraccio della guarigione.
Ma è un “perché” per il dopo, all’inizio non si può sapere.
Io non so il “perché”, non posso neppure pensarlo; so che quei “perché?” non hanno risposta. Ma se voi avete sperimentato l’incontro con il Signore, con Gesù che guarisce, che guarisce con un abbraccio, con le carezze, con l’amore, allora, dopo tutto il male che potete aver vissuto, alla fine avete trovato questo. Ecco “perché”.
Papa Francesco, 19 febbraio 2018

Mercoledì delle ceneri

A trauma team physician and nurse push a patient into the operating room.

Signore, accogli le preghiere e i lamenti di coloro che soffrono
e di quanti si adoperano per alleviarne il dolore.
Tu che hai percorso la via del calvario
e hai trasformato la croce in segno di amore e di speranza
conforta coloro che sono afflitti, soli e sfiduciati.
Donaci: la pazienza sufficiente per sopportare le lunghe attese,
il coraggio necessario per affrontare le avversità,
la fiducia per credere in ciò che è possibile,
la saggezza per accettare ciò che è rimasto irrisolto,
la fede per confidare nella tua Provvidenza.
Benedici le mani, le menti e i cuori degli operatori sanitari
perché siano presenze umane e umanizzanti
e strumenti della tua guarigione.
Aiutaci Signore a ricordarci che non siamo nati felici o infelici,
ma che impariamo ad essere sereni dinanzi alle prove della vita.
Guidaci, Signore, a fidarci di Te e ad affidarci a Te.
Amen.
Fonte: http://www.diocesi.torino.it/diocesitorino/allegati/66895/QDF%202017%20SUSSIDIO%20PER%20IL%20WEB.pdf

Uteri in affitto

«Nessuno sa cosa passiamo. Quel mio inutile marito che parla solo di soldi, soldi, soldi. E quei genitori che comprano i nostri servizi? Non sanno neanche la metà di quel che ci capita. Non hanno mai dovuto sopportare tutta quella roba terribile. Le nausee, il dolore, le doglie. Non sanno come ci si sente con quei piccoli piedi calciare dentro lo stomaco. Io canticchiavo loro le ninne nanne. Ma lo sanno, o gliene importa qualcosa? Queste persone che vengono e ci ingaggiano non vogliono mai guardarci in faccia o sapere i nostri nomi. Per loro siamo solo uteri»
Assuntina Morresi, Avvenire 21 marzo 2015
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Permesso, scusa, grazie

Dio ci sorprende con il suo amore, ma chiede fedeltà nel seguirlo. Pensiamo a quante volte ci siamo entusiasmati per qualcosa, per qualche iniziativa, per qualche impegno, ma poi, di fronte ai primi problemi, abbiamo gettato la spugna. E questo purtroppo, avviene anche nelle scelte fondamentali, come quella del matrimonio. La difficoltà di essere costanti, di essere fedeli alle decisioni prese, agli impegni assunti.
Spesso è facile dire “sì”, ma poi non si riesce a ripetere questo “sì” ogni giorno. A mio avviso le tre parole chiave per la felicità del matrimonio sono: `permesso, ´scusa’, `grazie´. Se in una famiglia si dicono queste tre parole la famiglia va avanti.
Anche il «sì» iniziale di Maria non è stato l’unico, anzi è stato solo il primo di tanti “sì” pronunciati nel suo cuore nei momenti gioiosi, come pure in quelli di dolore, tanti “sì” culminati in quello sotto la croce.
Papa Francesco, domenica 13 ottobre 2013
(ripreso da La Stampa e rielaborato dalla redazione) 

Prendi la tua croce

Anche Gesù, in quanto uomo, ha avuto paura nel prendere la croce e sacrificare se stesso. Anche lui si è sentito abbandonato, lasciato solo in balìa di un destino che non riusciva a controllare.
Questa è l’esperienza d’impotenza che abbiamo vissuto io e mio marito, in cui la capacità di abbandonarsi alla volontà di Dio ha significato un lavoro interiore di crescita, prima personale e poi da condividere insieme.
È solo liberandosi dagli egoismi e dall’avere come punto di riferimento solo il proprio dolore o le proprie paure che cresce la disponibilità ad accogliere i sacrifici come dono di sé all’altro per un bene superiore. Un bene che è, allo stesso momento, individuale e di coppia.
Le difficoltà ci hanno dato testimonianza della costante presenza di Dio come guida e sostegno nella nostra vita, e da parte nostra abbiamo accolto quanto lui ci chiedeva di affrontare. Avere fiducia e pazienza nel suo progetto ci ha resi più forti e ci ha dato la possibilità di sperimentare la donazione gratuita di sé attraverso il superamento degli egoismi e degli individualismi. Vivere l’amore per l’altro a tal punto da sacrificare se stessi è la testimonianza più forte che ci ha lasciato Gesù.
Se il dono di sé diviene un valore condiviso all’interno della coppia, le difficoltà e i problemi che incontreremo saranno vissuti nella certezza che essi saranno superati.
Chiara e Salvo Licciardello
Tratto da “Ascolto e annuncio”, supplemento a “SETTIMANA”,  n. 6 12/2/2012, p.32