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L’amore coniugale secondo Dio


Nel matrimonio c’è la presenza di Dio – ciò che Dio ha congiunto – ma ci sono anche le le tracce, profonde ed ambigua, della presenza, e dunque del peccato, degli uomini.
Il peccato è origine di quella durezza di cuore che Gesù denuncia (Cfr Mt 19,8a) e che ci impedisce di vedere la presenza di una realtà divina nella congiunzione del maschio/uomo con la femmina/donna; nel non vedervi una realtà che viene dall’archetipo e quindi da Dio stesso, che li ha tratti dal proprio principio, fino a pervenire a ritenere tale realtà come qualcosa che l’uomo e la donna intendono gestire da soli e a proprio piacere, sganciati da quell’archetipo che li sostiene.
La durezza del cuore umano, non vede o non vuole vedere la bontà originaria della congiunzione uomo-donna né la considera partecipativa della vita e della realtà di Dio stesso. Non conosce e non ammette la bontà della relazione: né tra uomo e donna né tra loro e Dio.
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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Gesù e l’adultera


Vi siete mai presi la briga di andare a guardare che cosa dice, l’antica legge, sul caso delle adultere? Dice che vanno lapidate, ma rinvia a un altro passaggio la regolamentazione di come vada eseguita la sentenza di morte. E nel diciassettesimo capitolo del Deuteronomio, Mosè prescrive che a iniziare la lapidazione debbano essere i testimoni del peccato. Almeno due. I due, almeno, testimoni del peccato, sono coloro che hanno la responsabilità e il diritto esclusivo di dare inizio alla lapidazione, poi seguiti da tutto il resto della gente. E Gesù, su questo punto, visto che insistevano, si rialza e gliela ribalta :”Voi avete letto e citato la legge di Mosè solo a metà, e allora Io vi ricordo l’altra parte. Certo! Una donna colta in adulterio andrebbe lapidata, ma la legge continua dicendo che possono iniziare la lapidazione solo i testimoni”.
Ora ci sono due modi di essere presenti a un peccato: o come testimoni o come complici. Solo chi non c’entra niente con la colpa di chi ha davanti è un testimone perché se c’entra un po’ è un complice. E la scrittura non gli dà la facoltà di iniziare la lapidazione
don Alessio Geretti, dal commento a Gv 8, 3-11
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La banalità del male


Quando Salvini ha rifiutato l’attracco ad un porto italiano alla nave Aquarius molti si sono rallegrati per la sua fermezza, altri si sono indignati, altri ancora  hanno rimpianto le politiche adottate da Minniti.
Ci siamo indignati per la separazione forzata dei figli degli emigranti sud americani dai loro genitori ma solo dopo aver visto le foto e sentito gli audio dei pianti dei bambini.
Però in generale preferiamo non vedere, non sapere cosa avviene sulla sponda sud del Mediterraneo e nelle acque libiche o al confine tra Messico e USA perché se vediamo ci indigniamo, altrimenti i pochi che denunciano ciò che accade solo voci che “gridano nel deserto”.
Di fronte a questi atteggiamenti Massimo Cacciari ha ricordato,  citando  Hannah Arendt, la “banalità del male”, il pensare in un modo e agire in un altro, il mettere la testa sotto la sabbia per non veder e non sentire, l’incapacità di confessare i peccati di omissione, ecc.
Franco Rosada

Il peccato originale

Come sarebbe bello se non ci fosse stato il peccato originale! Vivremmo felici e contenti, in armonia…
Ma ne siamo sicuri? Enzo Bianchi in un recente articolo su La Stampa mi ha fatto sorgere qualche dubbio.
Scrive infatti: “appena l’uomo vede la donna, non parla alla donna, non imbocca la strada dell’io-tu, ma parla a se stesso: «Questa sì che è osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne». In tal modo esprime una verità, e cioè che la donna ha la stessa natura e perciò la stessa dignità e vocazione dell’uomo, ma la dice male, esprimendo subito la sua possessività: osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne. Parla a se stesso e parla del suo possesso”.
Qualcosa non quadra nella relazione uomo-donna, già prima del peccato “originale”.
Anche la donna ci mette qualcosa di suo, dando all’uomo il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Si anticipa, di fatto, nella narrazione quello che l’autore sacro evidenzierà qualche versetto dopo: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà”.
Forse non era un granché Eden…
Franco Rosada

 

Amoris laetitia e fragilità

La famiglia, una volta soggetto stabile, è diventata in questo tempo sempre più provvisoria, intercambiabile, a propria dimensione. Questa è una concezione talmente individualista da non prevedere effetti nemmeno per quanti potrebbero trovare danni da eventuali interruzioni e separazioni.
Religiosamente non ci sono vie d’uscita. La famiglia, così come concepita dalla Chiesa, è una e indissolubile, composta da un uomo e una donna, orientata alla prole e al bene reciproco dei coniugi.
È stata invocata la severità – nuovo richiamo alla verità –, nella speranza di mettere freno a fenomeni prodotti da sconvolgimenti culturali prima che religiosi. È la via più semplice e anche la meno impegnativa.
Lo schema semplificato consiste nel dire: questa è la verità; chi l’accetta è un buon cristiano; chi la rifiuta è in peccato. Sembra la visione perfetta; in realtà, è la meno impegnativa. Non si preoccupa della salute delle anime, ma conferma la verità che nessuno ha messo in dubbio. Ha prevalso la paura di mettere mano là dove la verità sembra non essere presente.
L’esortazione apostolica Amoris laetitia ha avuto il coraggio di narrare. Non ha indicato modi concreti di riportare a verità ciò che ne era lontano. Ha raccomandato di raccogliere le briciole di fede e di speranza che, nella vita delle persone, sono pure presenti.
La famiglia cristiana è diventata la meta a cui giungere. A volte è possibile; a volte no. Solo Dio potrà dare il giudizio su situazioni che sembrano compromesse.
Vinicio Albanesi, Settimana news
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Peccato e peccatore

In certi ambienti di Chiesa si sostiene che papa Francesco voglia cambiare la morale, cancellare certi peccati.
A me sembra che, al contrario, Bergoglio non abbia mai dichiarato questo intento ma, piuttosto, abbia spostato l’attenzione dal peccato al peccatore.
Il peccato grave resta oggettivamente tale ma ci sono anche aspetti soggettivi, scrive padre Livio Fanzaga, “cioè le condizioni di consapevolezza e il grado di libertà di chi lo compie.Questi aspetti soggettivi vanno giudicati caso per caso e possono alleggerire la gravità dell’atto. E comunque, solo Dio legge nel profondo dei cuori”.
Troverete queste e altre riflessioni sul prossimo numero della rivista Gruppi Famiglia, dedicata agli “Idoli di questo mondo” e attualmente in fase di stampa.
Franco Rosada

Le tentazioni

Vi anticipo una piccola riflessione tratta dal prossimo numero della rivista, appena andata in stampa.
Bianchi si chiede: “Con quale dinamismo la tentazione si sviluppa nel cuore dell’uomo?”. E risponde: “Semplificando le indicazioni dei Padri, è possibile delineare un itinerario che si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione.
Tutto incomincia con una suggestione maligna, quando un’idea fuggitiva sollecita il nostro immaginario, diventando una suggestione seducente.
Queste suggestioni dipendono molto dal nostro modo di vivere: incontri, letture, immagini scavano in noi e lasciano tracce ed echi che risuscitano inavvertitamente con la potenza accresciuta dal desiderio.
La lotta esige pertanto come condizione preliminare un habitus di igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo; essa richiede vigilanza sul nostro immaginario.
I pensieri vanno stroncati sul loro nascere, altrimenti si instaura con essi un dialogo, la suggestione si ingigantisce fino a divenire una presenza assillante e ossessiva che ci domina e ci priva della libertà interiore. Tutto ciò è preludio alla sua manifestazione concreta in azioni peccaminose che, se reiterate, portano al vizio”.
Tratto da: Enzo Bianchi, Una lotta per la vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012.