Archivi categoria: Frammenti

Suicidio assistito


Il Consiglio Nazionale di Bioetica ha espresso pubblicamente il 18 luglio 2019 il suo parere sul tema del suicidio assistito.
Alcuni autorevoli esponenti si sono detti contrari alla legittimazione sia etica che giuridica del suicidio medicalmente assistito ritenendo che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, al di là di posizioni filosofiche e/o religiose. Ciò nella convinzione che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’“agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del “curare e prendersi cura”.
L’’altra metà del Comitato, leggermente maggioritaria, si è invece espressa in modo favorevole sul piano morale e giuridico alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito muovendo dal presupposto che il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente e la dignità della persona. Un bilanciamento che deve tenere in particolare conto di condizioni e procedure che siano di reale garanzia per la persona malata e per il medico.
In sostanza: nessuna apertura e nessuna chiusura. Aperto rimane solo il confronto che ora deve diventare necessariamente politico.
Massimo Magliocchetti, MpV del Lazio
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Cattolici e basta

Se da una parte ci sono i cattolici “moralisti”, bravissimi a leggere nel pensiero altrui ma molto meno a fare proposte e dall’altra ci sono i cattolici “socialoni”, sempre pronti a fare sconti al grido di “tanto la Chiesa cambia”, nel mezzo – gli unici ad aver capito la complessità del momento storico e a essere in grado di fare sintesi per cercare di dare risposte alla gente, andando oltre le analisi che si rincorrono sulle difficoltà endemiche del nostro Paese – ci sono loro, i cattolici senza aggettivi.
Quelli che si spaccano la schiena ogni giorno, immischiandosi senza paura, testimoniando quell’Eucaristia che prendono ogni domenica: a scuola, nel condominio, nel quartiere, nel gruppo di mamme, in oratorio, sul posto di lavoro. Per risolvere problemi e trovare soluzioni efficaci e condivise. Sempre, rigorosamente, avendo come punto di riferimento Qualcuno che mi ama senza che io abbia fatto nulla.
Gigi De Palo
Il testo è tratto dal numero di aprile 2019 di: Noi, famiglia e vita, supplemento mensile del quotidiano Avvenire.
Trovate i numeri arretrati in formato pdf all’indirizzo: http://www.mpv.org/category/comunicazione/noi-famiglia-vita/

L’affido familiare


L’affido è un atto di pura generosità. Anche più dell’adozione, perché è temporaneo.
Questo tipo di comportamento sociale, di mutuo sostegno, è il fondamento di ogni comunità, di ogni società civile. E in una società civile è il male a destare sospetto, non il bene.
Ma noi stiamo invertendo il paradigma. La solidarietà, l’accoglienza hanno cominciato ad essere considerate illecite, riprovevoli.
Di fronte ad un comportamento virtuoso le nostre antenne vibrano, cercando malizia.
Chi fa qualcosa per gli altri senza ricevere niente in cambio non è più pregiudizialmente buono, ma pregiudizialmente sospetto. Per quale ragione lo fa, se a lui non ne viene vantaggio?
Stiamo procedendo spediti sulla strada aperta dalle fake news. Siamo nella seconda fase, quella in cui si inverte la polarità etica. E questo è molto pericoloso.
Elena Stancanelli, La Stampa, mercoledì 24 luglio.
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Il rospo


Dicono che se si provasse a gettare un rospo vivo in una pentola di acqua bollente, questo schizzerebbe fuori immediatamente.
Se invece lo si mettesse in una pentola di acqua fredda e poi la si facesse riscaldare lentamente, il rospo finirebbe bellamente lessato.
Il questa estate “bollente”, climatologicamente parlando, questa sembra essere la nostra sorte.
Eppure per qualcuno i cambiamenti climatici sono una bufala!
Franco Rosada
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La superbia


Forse la declinazione più pericolosa della superbia è l’arroganza di sapere. Eppure oggi c’è qualcosa di diverso, capovolto: la superbia di non sapere.
”So di non sapere e ne vado fiero” è un po’ il mantra di questo nostro mondo, quello vero e quello social.
Oggi la versione 2.0 di questo vizio capitale è sicuramente la presunzione del non sapere, tanto la cultura è roba d’altri tempi. È la letale superbia dell’improvvisazione.
Elena Loewenthal, La Stampa, 22 luglio 2019
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Eutanasia o hospice?


Prendersi cura del malato che soffre e sa di non poter guarire vuol dire farsi carico di tutta la persona custodendone e accompagnandone la vita, nella sua sacralità e inviolabilità, fino al suo compimento naturale.
Vuol dire fare i conti con la nostra fragilità e l’umanità che accomuna tutti noi. Vuol dire offrire una risposta competente e amorevole alle paure e al senso di solitudine e angoscia di chi sente avvicinarsi la morte.
Ed è proprio questa la mission degli hospice cattolici: 22 nel nostro Paese – 17 al Nord, 3 al centro e 2 al Sud. Realtà che costituiscono il 10% dei circa 200 hospice presenti in tutta Italia, ma concentrati soprattutto al Nord, centri specialistici per le cure palliative introdotte con la legge n. 38 del 15 marzo 2010.
Non è casuale che il primo di tutta la rete sia stato fondato a Brescia nel 1987 dalle Ancelle della Carità.
“Mai come in prossimità della morte occorre celebrare la vita che deve essere pienamente rispettata, protetta e assistita anche in chi ne vive il naturale concludersi”.
“Una presenza competente e amorevole è la prima cura accanto al morente”.
Un prezioso aiuto per “non subire la morte e per trovare speranza nella possibilità di vivere fino all’ultimo istante”.
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Vedi anche: http://www.gruppifamiglia.it/anno2013/80_giugno_2013.html#9

Mal d’Africa


Domenica 7 luglio un summit di ministri e capi di stato dell’Unione Africana – 54 nazioni su 55 (manca l’Eritrea) ha lanciato ufficialmente la Zona di libero scambio continentale africana.
Dietro l’ottimismo che pervade i corridoi del Radisson Blu a Niamey ci sono ancora da affrontare negoziati complessi e la realtà di un continente in trasformazione rapidissima ma ancora marginale nell’economia mondiale, con una crescente classe media e sacche persistenti di povertà estrema.
Il commissario agli affari economici dell’Unione, Victor Harison, ha puntato il dito sulla necessità di creare impiego: “12 milioni di persone entrano nel mercato del lavoro africano ogni anno, ma solo in quattro trovano un’occupazione”. Servono investimenti in agricoltura, infrastrutture e industria per ridurre la dipendenza dall’export di un continente che ha “il 60 per cento di terre arabili non trasformate e il 30 per cento delle risorse mondiali, ma non riesce a capitalizzarle”.
L’Africa deve superare i paradossi di un sistema commerciale che privilegia i partner esterni su quelli interni. Si va dal riso importato dall’Asia alla pasta di cacao lavorata per la produzione dolciaria in Egitto e Sud Africa e proveniente dalla Svizzera, nonostante la materia prima sia coltivata in Costa d’Avorio e Ghana, fino allo zucchero brasiliano, venduto in passato come prodotto del Malawi, per aggirare barriere interne.
La Zona di libero scambio – anche con l’aiuto di una cooperazione internazionale “intelligente” – sarà in prospettiva in grado di fermare le migrazioni e di fornire a centinaia di milioni di persone la possibilità di una vita serena e tranquilla.
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