Archivi categoria: Frammenti

Genitori e figli: ci conosciamo davvero?


Alcune famiglie al completo, nonni compresi, sono sedute ciascuna attorno a una bella tavola natalizia. Una voce fuori campo pone delle domande ai singoli componenti. Chi risponde correttamente rimane, se sbaglia esce dal gioco. Quale famiglia vincerà? I primi giri di domande, mirate sull’età e gli interessi di ciascuno, vedono trionfare tutti: come si chiama l’eroe di Game of Thrones? Dove sono andati in vacanza Ferragni e Fedez per Natale? Quanti goal ha segnato Ronaldo in questo campionato? Dove si sposerà Lady Gaga?
Ma a un tratto le domande cambiano. Quale è il gruppo preferito di tuo figlio? Dove si sono conosciuti papà e mamma? Dove sono andati in viaggio di nozze? Dove lavora la mamma? Di che cosa si occupa esattamente papà? Che cosa faceva il nonno prima della pensione? Qual è la canzone preferita di tua figlia? Il libro preferito di tua sorella? Il sogno di tuo fratello? Perché papà e mamma ti hanno chiamato così?
A queste domande, apparentemente più semplici, i componenti della famiglia danno risposte sbagliate o non sanno rispondere. I tavoli si svuotano. Ho rielaborato una pubblicità che mostra, amaramente, che sappiamo tutto di persone lontane e niente di chi ci sta accanto. Preferiamo le infinite e immaginarie emozioni delle relazioni virtuali alla gioia faticosa di quelle reali. Perché passiamo, in media, 24 ore a settimana con il telefono in mano e gli occhi sullo schermo e non abbiamo il tempo per parlare faccia a faccia o mano nella mano?
Alessandro D’Avenia
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Trasmettere la fede


Prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi genitori. E questo si fa a casa. Perché la fede sempre va trasmessa “in dialetto”: il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa.
Questo è il vostro compito: trasmettere la fede con l’esempio, con le parole, insegnando a fare il segno della Croce. Questo è importante. Vedete, ci sono bambini che non sanno farsi il segno della Croce. “Fai il segno della Croce”: e fanno una cosa così, che non si capisce cosa sia. Per prima cosa, insegnate loro questo.
Ma l’importante è trasmettere la fede con la vostra vita di fede: che vedano l’amore dei coniugi, che vedano la pace della casa, che vedano che Gesù è lì. E mi permetto un consiglio – scusatemi, ma io vi consiglio questo –: non litigate mai davanti ai bambini, mai. È normale che gli sposi litighino, è normale. Sarebbe strano il contrario. Fatelo, ma che loro non sentano, che loro non vedano. Voi non sapete l’angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori. Questo, mi permetto, è un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede. È brutto litigare? Non sempre, ma è normale, è normale. Però che i bambini non vedano, non sentano, per l’angoscia.
Papa Francesco, 13 gennaio 2019

Letture per la buona notte


Dalle classifiche di vendita dei libri del 2018 risulta che il vero vincitore (morale) sono le Storie della buonanotte per bambine ribelli e non.
Un dato che testimonia sia l’ottima salute del libro per ragazzi (l’unico settore che tira davvero) sia la tenacia della tradizione orale: nonostante il (pre)dominio della comunicazione digitale e virtuale, il rito ancestrale della lettura ad alta voce per i pargoli accanto al letto continua ad essere amato e praticato dai genitori.
Tuttolibri, 12 gennaio 2109

 

Progresso, sviluppo, innovazione


Da alcuni decenni a questa parte il desiderio di cambiamento si è cristallizzato nell’idea di crescita economica o di sviluppo tecnologico; due prospettive che non hanno alcuna parentela con l’ideale morale e politico che ha fondato il desiderio di emancipazione dell’umanità in età moderna.
Lo sviluppo fa riferimento a un incremento di carattere soprattutto economico e quantitativo, mentre l’innovazione riguarda in particolare i mutamenti tecnologici che caratterizzano le nostre società contemporanee.
In entrambi i casi, però, stiamo parlando di cambiamenti che non parlano della dimensione civile e politica della nostra esistenza, che è invece la caratteristica del progresso.
Di un’innovazione tecnologica è infatti impossibile dire se essa sarà al servizio di un miglioramento della condizione umana o se sarà utilizzata per un più intensivo sfruttamento della natura e dell’individuo. E mirare allo sviluppo del PIL non ci garantisce che quello stesso sviluppo sia equamente ripartito tra tutti i cittadini.
Per i filosofi dell’età moderna, invece, era impossibile pensare a un progresso scientifico e tecnologico senza un progresso morale e politico, e viceversa. Per i sostenitori del progresso la libertà di conoscenza faceva tutt’uno con la libertà politica: l’emancipazione dell’uomo riguardava sia la liberazione dai bisogni materiali (fame, malattie ecc.) sia l’affrancamento dai poteri autoritari, sia la costruzione di una società del benessere sia la realizzazione dei diritti politici e sociali.
Carlo Altini, Le maschere del progresso, Marietti 1820, Bologna 2018

Barconi


Dove finisce la Sicilia? Nel Maghreb. Sembra la pensassero così i siciliani che, tra la fine dell’800 e gli inizi del Novecento, se ne andarono emigranti, con i barconi, in Tunisia.
La Tunisia era allora sotto protettorato francese, che aveva portato con sé investimenti che si tradussero in lavori pubblici, apertura di miniere, industrie, bonifiche agricole.
Dalla sponda italiana, una Sicilia poverissima, le notizie arrivarono come un miraggio. Si misero in mare tanti, soprattutto poveri e poverissimi.
Era un miscuglio quello che nutrì i barconi per la Tunisia: famiglie, braccianti, operai, retinenti alla leva, pregiudicati, piccolo-borghesi colpiti dalla crisi, pescatori, qualche imprenditore.
Abitavano in una sorta di baraccopoli ed erano considerati poverissimi dagli stessi tunisini.
Niente di diverso dai ghetti etnici di oggi, considerati allo stesso modo degli stranieri delle nostre periferie, gente vittima di altri viaggi, di altre speranze, di altri sogni, di altri barconi.

Tratto da: Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli, Storia del Mediterraneo in 20 oggetti, Editori Laterza, Bari-Roma 2018

2019: la speranza di ogni inizio


L’uomo vive in un’originale e feconda tensione: sa di essere ma sa anche che il suo essere è precario, perché alla fine c’è l’abisso della morte.
Esser nati non basta, la vita non è compiuta ma è da fare. Per questo il dna di ogni nostra fibra è la speranza, parola la cui radice indica appunto «tendere».
Abbiamo bisogno che il nostro io sia confermato nel suo essere qui, che qualcuno gli dica sempre «è bello che tu ci sia»: questo cerca la speranza, tensione tra la gioia di essere emersi dal nulla e la paura di precipitare nel nulla.
Il Capodanno ritualizza questa umanissima speranza. Eliminare il male e rinnovare lo slancio verso il futuro rappresentano la tensione feconda del desiderio umano.
La speranza cerca ciò che rende la vita nuova, perché il nuovo rende vivibile la vita quotidiana. Chi ha sperimentato felicità nelle relazioni e nel lavoro  sa che non è il progresso di per sé a rinnovare la vita, ma l’amore che mettiamo e riceviamo nell’incontro reale con gli altri e il mondo. Il progresso di ciascuno di noi non è fuori, ma nel compimento della vita, nostra e altrui.
Alessandro D’Avenia
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Una nuova generazione di donne


Le donne sono, nel contesto attuale, protagoniste del cambiamento sociale: il modello casalinga-moglie-madre è in declino a tutte le età e in tutte le zone d’Italia e i percorsi femminili si caratterizzano sempre più per la scelta del lavoro retribuito come prospettiva di vita. Le trasformazioni sociali sono molteplici: il livello di preparazione scolastica sempre più alto raggiunto dalle donne è uno stimolo ad una maggiore libertà di scelta della professione; si è alzata la partecipazione al lavoro remunerato; l’economia si diversifica e offre nuove opportunità di lavoro; all’indipendenza economica mirano sempre più donne per crearsi sicurezze, anche in risposta a rapporti di coppia instabili; la famiglia non è più un’istituzione solida e non sempre i giovani aspirano a formarne una; la maternità è, in genere, programmata e vista come costo/opportunità. Tuttavia, mentre per gli uomini il lavoro rappresenta un obiettivo generalizzato e ‘normale’, le donne si trovano di fronte ad un percorso di doppia presenza, in casa, dove sono dedite alla cura dei propri familiari e all’esterno, con una occupazione formale, doppia presenza che richiede una sorta di arte dell’equilibrio nel gestire tempi e modi di impegno, segnata da stati di stress anche molto pesanti.
L’esigenza di autonomia finanziaria, di conciliazione famiglia-carriera-tempo libero contraddistingue frequentemente le donne più istruite e più giovani, tuttavia, a tutt’oggi un numero abbastanza elevato di donne, consapevole dell’importanza attribuita al ruolo familiare ricoperto e della necessità di regolare in base ad esso le scelte lavorative, si orienta verso forme di lavoro ridotte nel tempo, preferisce occupazioni saltuarie, utilizza le varie possibilità di assenza dal posto di lavoro. Inoltre, la duplice presenza femminile, in passato subita più che scelta, viene oggi interpretata come una sorta di ampliamento delle proprie potenzialità, come possibilità cui accedere responsabilmente ed attivamente. Tra le aspirazioni prioritarie risultano, sia tra casalinghe che tra donne occupate, l’essere una buona madre, il tenere unita la famiglia, l’avere una famiglia felice ed un’intesa con il partner.
Guido Lazzarini
Fonte: http://www.gruppifamiglia.it/anno2004/Lazzarini49.rtf