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Una “nuova” Chiesa


Premetto che io alla messa ci tengo tantissimo, è “culmen et fons”. È dal 19 marzo non celebro e mi manca. La messa per me è gioia e rigenerazione. Detto questo osservo che per molti il sogno è tornare alla chiesa di prima. È un atteggiamento che rispetto, ma questa epidemia è talmente enorme che non può essere considerata come una parentesi. Non si può tornare come prima.

Io credo ai segni dei tempi. Ovviamente questa malattia non è stata mandata da Dio, ma anche in questa pandemia Dio parla e dobbiamo capire che cosa ci dice.

Ho visto, ad esempio, preti che mandano pensieri di riflessione ai fedeli, molti hanno trasmesso la messa in streaming, seguita in famiglia anche da gente che in chiesa non ci andava più. La gente ha ripreso a pregare in famiglia. L’avevo già visto all’inizio della quaresima con l’appuntamento in streaming “Prepariamo cena con il vescovo” seguito da moltissime persone. L’anno prossimo, anche se non ci saranno restrizioni, lo rifarò: che bello che la gente faccia un momento di preghiera prima di cena.

E poi in tanti, ogni giorno, seguono la messa del papa. Sono piccoli segni, dobbiamo lavorarci su, accentuando la dimensione famigliare e domestica.

La messa della domenica da sola rischia di diventare una parentesi nella settimana. Una comunità che prima della pandemia aveva solo la messa è finita. Nelle comunità deve crescere la dimensione famigliare, ritornare a fare Lectio divina e meditare sulla Parola di Dio.

Basta formalismi! Ci ricordiamo che ci lamentavamo che la gente non veniva più a messa? Quella è la chiesa vecchia. Io combatterò quella chiesa lì che non è la chiesa dell’Evangelii gaudium. Voglio dare una contributo perché la chiesa diventi quella sognata da Papa Francesco.

vescovo Derio Olivero, Pinerolo, 12-5-2020

Sempre meno sacerdoti

A Torino vi sono tre ordinazioni sacerdotali l’anno a fronte di dieci decessi.
Così, su 355 parrocchie della Diocesi, più di cento non hanno più un parroco residente.
“Chi vuole la messa sotto casa vive con inquietudine le unità o le comunità pastorali tra più parrocchie”, annota il sociologo Garelli. “Ma la religiosità è anche vita comunitaria aperta, e se c’è dinamismo tra realtà diverse tutto può diventare più incoraggiante. Se si riesce a creare aggregazione tra le parrocchie della zona si evita di rendere viziata l’aria della propria comunità a causa della chiusura, e vivere così momenti – spirituali e di festa – nuovi e piacevoli”.
Per leggere l’intera riflessione di Garelli clicca qui!

L’equilibrio (del più forte)

Può non piacere l’attore protagonista, può non piacere la modalità delle riprese (molti piani sequenza, molti corridoi), può non piacere lo sviluppo della trama, ma è certo che film di Marra, L’equilibrio, “disturba” e fa riflettere.
Scrive Paola Casella, recensendo il film: “L’equilibrio vero è totalmente assente da una situazione sociale in cui tutto pende dalla parte della criminalità, da cui dipendono la sicurezza, il lavoro, il futuro della comunità.
Il grande assente, in gran parte del Sud del Paese, è lo Stato: un convitato di pietra sostituito simbolicamente da una capra che pascola indisturbata all’interno di un campetto sportivo, mandando chiaro il messaggio alle giovani generazioni – casomai avessero qualche velleità rivoluzionaria – su chi comanda in quei luoghi, e chi non verrà mai a fermarlo”.
Franco Rosada
P.S. Dimenticavo: il protagonista del film è un parroco.

“Femministe” musulmane

«Essere una musulmana non è facile. Essere una musulmana italiana è ancora più difficile, tutti ti guardano con sospetto. Prova tu a presentarti a un colloquio di lavoro con il velo, pur avendo un nome e un cognome italianissimo. Ma credo che tutte queste difficoltà fortifichino la fede»…
«E’ uno stereotipo pensare che le donne si convertano per volontà di un uomo. Nell’Islam trovano piuttosto valori diversi, si sentono maggiormente protette, non sono oggetto di mercificazione e ritrovano una dignità perduta»…
«l’Islam ti regala un nuovo nome, nuove regole di vita quotidiana, e lo fa in un momento di grande crisi economica e sociale»…
«Fino ad un certo punto il velo è stato considerato un simbolo di sottomissione. Tuttavia oggi questo stesso simbolo si trasforma in uno strumento identitario»…
Si parla di femminismo islamico anche nelle comunità di convertite italiane. Non ci si concentra più sui concetti di obbedienza e di poligamia. Ma si mette in luce come nel Corano sia sancito il diritto delle donne al divorzio, al proprio patrimonio e alla propria individualità… A questo si somma il profondo senso di ingiustizia che si prova come madri di fronte a una comunità percepita come perseguitata e come donne di fronte agli abusi di una società che usa il corpo di una donna come merce».
Marta Serafini, Corsera,  13 ottobre 2015
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La messa in italiano

“Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo. È un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo”. Era il 7 marzo 1965 e il beato Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti sull’Appia Nuova a Roma celebrava la prima Messa in lingua italiana.
In quella importante occasione il Papa pronunciava due parole fondamentali: “ordinario” e “straordinario” riferendole alla liturgia che si celebrava per la prima volta. “Consueto e ordinario” era il divino Sacrificio che si stava celebrando, quello che da sempre la Chiesa offre per mandato di Cristo Signore. Non era mutata la fede in ciò che si stava compiendo sull’altare: la Santa Messa era sempre la stessa. Consueto e ordinario, seppure sempre grande e unico!
E quel giorno, c’era qualcosa che faceva giustamente pensare alla novità. Così il Papa continuava: “Straordinaria è l’odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa […]. Norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi”.
Marco Doldi, SIR 2 marzo 2015
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Se Francesco ci dà una mano

In fondo alla chiesa per salutare i fedeli al termine della messa. A dare
l’esempio, fin dalla sua prima messa da pontefice nella parrocchia
vaticana di Sant’Anna, è stato papa Francesco. In America Latina e nel
mondo anglosassone è consuetudine che il celebrante scenda
dall’altare per andare davanti alla porta e stringere la mano a tutte le
persone che escono dalla cerimonia religiosa.
Anche in Italia sulle orme di Papa Bergoglio in molte parrocchie è
invalsa la consuetudine di “questo umile e fortissimo segno di
condivisione”, afferma l’arcivescovo di Taranto Filippo
Santoro, già missionario “fidei donum” in Brasile, “Quella di salutare i fedeli all’uscita dalla messa è una prassi che ho appreso in Sud America e
che proseguo qui in Italia- racconta Santoro- Per noi è un modo efficace di avvicinarci soprattutto a chi viene in parrocchia solo la domenica o per cerimonie come le comunioni o le cresime. È un piccolo ma significativo gesto che aiuta a trasmettere il senso di comunità soprattutto ai lontani”.
Giacomo Galeazzi, Vatican Insider
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Il vangelo dei divorziati

La dottrina non può essere cambiata – afferma Kasper – ma è soggetta anche a uno sviluppo: può essere espressa con parole nuove, può essere compresa più profondamente, può essere declinata in disciplina attraverso modalità diverse, perché è nella storia umana che il vangelo va predicato, creduto e vissuto: non cambia, ma può essere compreso meglio. Tutti sono convinti che la forma e l’identità della famiglia, mutata a più riprese nel corso dei secoli, ha conosciuto in questi ultimi decenni un profondo cambiamento legato ai nuovi approcci antropologici e alle diverse realtà sociali. E il vangelo della famiglia non può essere proposto con il linguaggio, l’intransigenza e la durezza dei tempi post-tridentini…
Fino a prima del concilio i divorziati erano ritenuti ‘pubblici peccatori’, esclusi dalla comunità cristiana, a volte persino scomunicati. Ma la Chiesa, a partire dagli anni dell’assise conciliare, ha cambiato rotta fino a renderli destinatari di una pastorale attenta, piena di cure, amorevole che non li esclude dalla comunità cristiana ma li invita a partecipare intensamente alla vita ecclesiale. È in questo cammino che vanno comprese le proposte del cardinale Kasper che si domanda se l’eucaristia – il sacramento della comunione con Cristo e con la Chiesa – non possa essere a certe condizioni per alcuni divorziati risposati un viatico per la remissione dei peccati e la viva appartenenza al corpo di Cristo…
Enzo Bianchi
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Che cosa è Chiesa?

In clima di Conclave tutti i riflettori sono puntati sul Vaticano, sui cardinali, sulla curia romana. Non potrebbe essere altrimenti. È l’evento del momento.  Tuttavia, una volta di più, questa concentrazione mediatica rischia avvalorare quella visione distorta che riduce il “popolo di Dio” (espressione utilizzata nel Concilio Vaticano II per indicare la Chiesa) alle gerarchie e al clero. Anche loro sono la chiesa.
Ma non tutta la chiesa. Raramente si definisce chiesa, ad esempio, la famiglia cristiana. Un padre e una madre con i loro figli, nella vita quotidiana fatta di scuola, lavoro, tempo libero, ansie, speranze, progetti e- perché no – anche preghiera, sono chiesa. Ma anche una coppia di sposi –  che non ha ancora o non può avere figli – è chiesa. Perché “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Un gruppo di giovani, il “giro” dell’oratorio, un’associazione di volontariato, un complesso musicale o qualsiasi altra comunità che si riunisce e si riconosce nel nome di Gesù è Chiesa. Ma si fatica a chiamarla così. È più facile farla semplice, riassumere un “popolo” in alcune figure istituzionali importanti e rappresentative ma che non esauriscono la complessità dell’insieme. Mi capita talvolta di confrontarmi con amici o interlocutori sul tema della chiesa. Che cosa è questa chiesa? Solo il prete con il quale hai avuto da ridire? Solo quell’ente di cui hai letto pessime cose su qualche giornale? Solo la suora che all’asilo ti ha dato uno scappellotto? Solo l’8×1000? O non forse anche i tuoi nonni? La tua famiglia? Quei “cristiani semplici” che ti hanno dato una mano a trovare lavoro? Quelle persone, più o meno organizzate, che passano nella tua vita lasciando cadere nel presente qualche goccia di speranza e di affetto, senza nulla chiedere in cambio?

Il popolo di Dio è tutte queste cose, il papa che andato e quello che verrà, i cardinali che torneranno nella loro diocesi una volta riaperte le porte della Sistina, i sacerdoti che faticano a star dietro ad un mondo che continuamente si trasforma, le suore e i religiosi che non risparmiano preghiera e sudore per far assomigliare il mondo presente al Regno di Dio; ma anche e soprattutto quei “cattolici qualunque” che lasciano entrare Cristo nella loro vita, perché la illumini e ne faccia qualcosa di bello; e che, quando e come possono, lo condividono con i fratelli che incontrano.
Patrizio Righero

Dove inizia la missione?

Quando entrai nella nuova parrocchia c’era nel presbiterio un altare pieghevole e trasportabile che stonava in quella bellissima Dimora di Dio di stile barocco piemontese; così decisi di cambiarlo e prenderne uno che si confacesse a quel luogo.
Terminata la mia prima santa Messa, mi rivolsi alla comunità: “Questo altare va cambiato, la vostra Chiesa merita qualcosa di più bello e solenne. Ho pensato di comprarvene uno nuovo che possa darle importanza. Il suo prezzo è di tre milioni”. Al mio annuncio seguì un mormorio di dissenso.
Quando il mormorio terminò, dissi: “Guardate, io in questo momento ho fede in tre cose: nella Provvidenza, nei vostri portafogli e nella mia capacità di farveli aprire. Per cui comprerò il nuovo altare”. Salutai l’assemblea e andai in sacrestia a spogliarmi, seguito da molta gente che voleva fare la mia conoscenza.
Non feci in tempo a ricevere il saluto del primo parrocchiano che una giovane ragazza, molto legata al mio predecessore, fautore di campagne missionarie del tutto ignorate dalla gente del paese, mi aggredì ad alta voce: “Ma come, con tutta la gente che muore di fame in Africa, lei vuole comprarci un nuovo Altare? A cosa servono gli altari quando nel mondo esiste ancora della gente che non riesce a procurarsi del cibo?”.
Fissai per un attimo la ragazza e le dissi: “È una settimana che vivo in questa parrocchia e ancora lei non è venuta in canonica ad assicurarsi se nel mio frigorifero c’è del cibo, o se nelle mie stanze funzioni il riscaldamento; ma vedo però che ama interessarsi degli africani che non conosce e di cui forse ha solo sentito parlare. Non le sembra di essere una falsa cristiana? E poi mi risulta che lei è di famiglia benestante: perché non vende la sua parte e la manda agli africani affamati? L’Altare lo compro perché attorno ad esso potrò formare la comunità; quando avrò formato la comunità potrò loro parlare dei bisogni dei fratelli del mondo e così aiutarli come mi chiede lei in questo momento”.
Padre Basilio Martin
Tratto da: Spinto dal vento di Dio, edito in proprio, p.170-171

Cosa dobbiamo fare?

All’inizio del nostro mandato come animatori di piccole Comunità ecclesiali di base (CEB) ci trovammo ad operare in una parrocchia situata in un quartiere periferico della nostra città molto depresso economicamente e socialmente.
In una delle prime visite, ci fu segnalata la presenza di un nucleo familiare
estremamente indigente.
Più di una persona ci raccontò di aver visto la madre e i suoi tre bambini rovistare nel cassonetto della spazzatura in cerca di cibo.
Si trattava di una famiglia abbandonata dal padre, con una madre scoraggiata, sola e senza lavoro che, non riuscendo più a pagare l’affitto, aspettava, da un momento all’altro, la visita dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto.
Ne parlammo al parroco e ai membri della nostra CEB. In quell’incontro, emersero molte perplessità sui nostri possibili interventi. Tutti ci sentivamo, come battezzati, chiamati a farci prossimo di quella famiglia ma, contemporaneamente, timorosi di esporci in prima persona.
La preghiera e l’ascolto della parola di Dio ci aiutarono molto a fare discernimento su ciò che dovevamo fare e su chi interpellare, spingendoci ad affrontare il caso con la stessa passione che mettiamo in difesa di noi stessi o delle persone che amiamo.
Con grande stupore, tutta la comunità parrocchiale rispose a questo appello come una grande famiglia. Ci fu, infatti, chi mise a disposizione un piccolo appartamento, chi procurò il lavoro alla donna come domestica, chi acquistò i vestiti e i libri ai bambini, chi si occupò della loro catechesi. A Natale, i bambini furono battezzati e i due più grandi anche cresimati.
Agata e Santo Rizzo
Tratto da: Ascolto e annuncio, n.1 anno C, EDB, Bologna 2012