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La vita buona


La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi.
Oggi vediamo dominante la concezione utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.
È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita degli individui oppure i diritti individuali devono essere contemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune?
Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.
Enzo Bianchi. Tratto da: Jesus 
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Il numero di giugno 2018 della rivista Gruppi Famiglia è on-line.
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Il peccato originale

Come sarebbe bello se non ci fosse stato il peccato originale! Vivremmo felici e contenti, in armonia…
Ma ne siamo sicuri? Enzo Bianchi in un recente articolo su La Stampa mi ha fatto sorgere qualche dubbio.
Scrive infatti: “appena l’uomo vede la donna, non parla alla donna, non imbocca la strada dell’io-tu, ma parla a se stesso: «Questa sì che è osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne». In tal modo esprime una verità, e cioè che la donna ha la stessa natura e perciò la stessa dignità e vocazione dell’uomo, ma la dice male, esprimendo subito la sua possessività: osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne. Parla a se stesso e parla del suo possesso”.
Qualcosa non quadra nella relazione uomo-donna, già prima del peccato “originale”.
Anche la donna ci mette qualcosa di suo, dando all’uomo il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Si anticipa, di fatto, nella narrazione quello che l’autore sacro evidenzierà qualche versetto dopo: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà”.
Forse non era un granché Eden…
Franco Rosada

 

Le tentazioni

Vi anticipo una piccola riflessione tratta dal prossimo numero della rivista, appena andata in stampa.
Bianchi si chiede: “Con quale dinamismo la tentazione si sviluppa nel cuore dell’uomo?”. E risponde: “Semplificando le indicazioni dei Padri, è possibile delineare un itinerario che si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione.
Tutto incomincia con una suggestione maligna, quando un’idea fuggitiva sollecita il nostro immaginario, diventando una suggestione seducente.
Queste suggestioni dipendono molto dal nostro modo di vivere: incontri, letture, immagini scavano in noi e lasciano tracce ed echi che risuscitano inavvertitamente con la potenza accresciuta dal desiderio.
La lotta esige pertanto come condizione preliminare un habitus di igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo; essa richiede vigilanza sul nostro immaginario.
I pensieri vanno stroncati sul loro nascere, altrimenti si instaura con essi un dialogo, la suggestione si ingigantisce fino a divenire una presenza assillante e ossessiva che ci domina e ci priva della libertà interiore. Tutto ciò è preludio alla sua manifestazione concreta in azioni peccaminose che, se reiterate, portano al vizio”.
Tratto da: Enzo Bianchi, Una lotta per la vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012.

 

Amoris laetitia

Il capitolo ottavo del documento papale, che tenta di leggere le diverse contraddizioni – presenti nel mondo e nella vita cristiana stessa – al disegno divino sul matrimonio, offre novità di accenti ai quali il popolo cristiano non è abituato.
Nella consapevolezza che tutti, anche i cristiani, restano peccatori per tutta la vita perché «non è il bene che vogliono fare che fanno, bensì il male che non vogliono» (come confessa per sé san Paolo nella Lettera ai Romani) la Chiesa non può far altro che annunciare la misericordia, non a basso prezzo, non svuotando la grazia, ma operando un discernimento e aiutando i cristiani a fare essi stessi discernimento attraverso la loro coscienza.
Va riconosciuto: mai in nessun documento magisteriale si era giunti a evidenziare in modo così chiaro il ruolo della coscienza, una coscienza formata, che sa ascoltare la parola di Dio e i fratelli, ma una coscienza che è istanza centrale e ultima, patrimonio di ciascuno come luogo della verità cercata sinceramente.
In questa prospettiva cade ogni muro tra giusti e ingiusti, tra peccatori manifesti e peccatori nascosti, e tutti stiamo come disobbedienti sotto il giudizio di Dio. E da questa operazione di discernimento, compiuta in modo serio, impegnato, ecclesiale, si potrà anche in casi personali particolari valutare l’eucaristia come alimento per i deboli, mendicanti dell’amore di Dio, e non premio per i giusti.
Enzo Bianchi, La Stampa, 9 aprile 2016
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I risultati del Sinodo 3

Con questo sinodo papa Francesco ha saputo chiedere e iniziare a imprimere alla chiesa cattolica un volto sinodale, una modalità di essere comunità dei discepoli del Signore che si è rivelata capace di creare concordia e unità. Questo dato è ancor più importante rispetto alle stesse conclusioni sul tema della “famiglia oggi” cui i vescovi sono giunti con un consenso di ampiezza forse da molti inattesa…
Il discorso di papa Francesco all’assemblea sinodale costituisce una precisazione dottrinale puntuale, che non permetterà più letture minimaliste e riduttive, soltanto “collegiali” del sinodo. Non solo il sinodo è valorizzato da Francesco, ma è indicato come luogo di ascolto, di confronto reciproco e di formazione di un consenso, secondo il principio caro alla chiesa del primo millennio (ma da secoli mai più ascoltato dalla bocca di un papa): “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere discusso”. Però, si noti bene, non secondo principi mutuati dall’assetto politico democratico, ma secondo un’economia cristiana per la quale la comunione si costruisce non con criteri di maggioranza, ma in un ordine che prevede il peso dei diversi carismi e delle diverse funzioni all’interno della chiesa. La sinodalità non è opzionale, ha ricordato Francesco, ma è “costituzione” della chiesa, secondo l’intenzione dei padri, come Giovanni Crisostomo: “Chiesa e sinodo sono sinonimi”.
Enzo Bianchi
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Una misericordia “scandalosa”

Va detto con chiarezza: ciò che scandalizza [in papa Francesco] è la misericordia! Sembrerebbe impossibile, ma non possiamo dimenticare che Gesù non è stato condannato e messo a morte perché si era macchiato di qualche crimine secondo il diritto romano, né perché aveva smentito la parola di Dio contenuta nelle leggi e nei profeti, bensì per il suo comportamento troppo misericordioso: annunciava infatti il perdono, senza far ricorso a una giustizia retributiva e punitiva, amava frequentare prostitute e peccatori noti come tali e stare alla loro tavola.
Il suo modo di comportarsi ha rivelato che la misericordia non è un correttivo per mitigare la giustizia, non è neppure un soccorso per chi non conosce la verità: la giustizia di Dio è sempre misericordia anzi, è la misericordia che stabilisce la giustizia e rende splendente e non abbagliante la verità.
I nemici di Gesù erano esperti della santa Scrittura (scribi) e uomini “religiosi” che confidavano in se stessi e nel loro comportamento scrupolosamente osservante. È dunque rivelativo che un’ opposizione analoga emerga anche contro papa Francesco e il cammino che tenta di tracciare per la chiesa, l’esodo verso le periferie esistenziali di un’ umanità sofferente e mendicante amore, tenerezza, compassione in un mondo sempre più incapace di prossimità e di fraternità.
Enzo Bianchi, La Repubblica, 14 ottobre 2015
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Fare misericordia

Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.
Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la «fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra felicità.
Enzo Bianchi, La Stampa, 23 agosto 2015
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