Archivi tag: figli

Vorrei ma non posso


I figli? Vorrei ma non posso. È la risposta che intimamente sembrano darsi i giovani italiani. E che in buona parte spiega il continuo crollo delle nascite e la discesa del tasso di fecondità totale a 1,29 figli per donna registrato dall’Istat nel 2018.
Più dell’80% dei giovani italiani ritiene infatti che non avere figli sia un limite alla realizzazione personale, eppure solo la metà (il 52,7%) si aspetta di averne 2 o più, mentre la percentuale di chi ormai pensa di fermarsi a zero figli o a uno sta aumentando progressivamente.
È questo “spread” tra desiderio (di 2 figli) e realtà (di 1,29) a preoccupare, dato che il numero di chi non vede più i figli come un traguardo positivo è al 17,8% tra i laureati, ma sale al 21,7% tra chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Una distanza tra un tipo di “ricchi” e di “poveri” che rischia di trasformare sempre di più la genitorialità in una conquista, se non un privilegio.
Massimo Calvi, Avvenire,27 novembre 2019
Fonte: http://www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2019/11/27-M.-Calvi-Avvenire.pdf

Contano i figli o conta il reddito?


Al centro dell’assegno unico non c’è il reddito, ci sono i figli. Per questo la nostra proposta di #assegnounico universale è da sempre – così come avviene, ad esempio, in Germania – del tutto svincolata da criteri che lo farebbero decrescere linearmente in base al reddito di chi guadagna di più all’interno del nucleo familiare. Se proprio si volesse mettere una soglia, occorrerebbe eventualmente calibrarla, facendola crescere in base al numero dei figli. Quindi i dubbi sulle potenziali criticità di un assegno unico per figlio che venga legato al reddito o a una soglia economica reddituale di accesso, portati oggi alla luce dall’Ufficio parlamentare di bilancio, sono gli stessi che abbiamo noi.
Gigi De Palo, presidente Forum Famiglie
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Film in TV da guardare


Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene ‘recuperato’ da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più ‘ricchi’ di quando sono partiti.
Nebraska, su RAI5 domenica 24 marzo 2019 alle ore 23,05

Avere un figlio: chi me lo fa fare?


Nel primo “Studio nazionale fertilità” promosso dal ministero della Salute, tra gli altri temi, emerge quello del desiderio di paternità: 8 intervistati su 10, ovvero l’80%, tra i 15 e i 25 anni affermano di desiderare un figlio, una percentuale che si dimezza, però, nell’età adulta. E inoltre il 7% degli adolescenti pensa di non avere figli nel suo futuro.
Secondo me, i ragazzi percepiscono la bellezza dell’essere genitori. Ma il desiderio andando avanti con gli anni cala perché ci si rende conto che l’esperienza genitoriale comporta fatica e sacrificio, impegni che oggi si tendono a cancellare. È l’esito di un clima culturale, più che economico: ogni cosa che costa fatica diventa un’obiezione alla felicità. Perché il figlio è una scelta che vincola, significa essere al servizio di qualcuno, implica una totale donazione. Ecco allora la classica domanda: “chi me lo fa fare?”.
Per superare questa tendenza serve una sfida culturale. Se nel passaggio dalle scuole superiori all’università il progetto generativo di un giovane crolla vuol dire che c’è fragilità, che esiste un debito di speranza. C’è troppa solitudine. Ma il tema della denatalità non è un fatto privato e va affrontato anche a livello politico. È necessario dare più rilievo, per esempio, al lavoro che stanno facendo i consultori familiari, anche con le scuole. Esistono delle buone pratiche, bisogna seguirle.
Francesco Belletti
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Genitori e figli: ci conosciamo davvero?


Alcune famiglie al completo, nonni compresi, sono sedute ciascuna attorno a una bella tavola natalizia. Una voce fuori campo pone delle domande ai singoli componenti. Chi risponde correttamente rimane, se sbaglia esce dal gioco. Quale famiglia vincerà? I primi giri di domande, mirate sull’età e gli interessi di ciascuno, vedono trionfare tutti: come si chiama l’eroe di Game of Thrones? Dove sono andati in vacanza Ferragni e Fedez per Natale? Quanti goal ha segnato Ronaldo in questo campionato? Dove si sposerà Lady Gaga?
Ma a un tratto le domande cambiano. Quale è il gruppo preferito di tuo figlio? Dove si sono conosciuti papà e mamma? Dove sono andati in viaggio di nozze? Dove lavora la mamma? Di che cosa si occupa esattamente papà? Che cosa faceva il nonno prima della pensione? Qual è la canzone preferita di tua figlia? Il libro preferito di tua sorella? Il sogno di tuo fratello? Perché papà e mamma ti hanno chiamato così?
A queste domande, apparentemente più semplici, i componenti della famiglia danno risposte sbagliate o non sanno rispondere. I tavoli si svuotano. Ho rielaborato una pubblicità che mostra, amaramente, che sappiamo tutto di persone lontane e niente di chi ci sta accanto. Preferiamo le infinite e immaginarie emozioni delle relazioni virtuali alla gioia faticosa di quelle reali. Perché passiamo, in media, 24 ore a settimana con il telefono in mano e gli occhi sullo schermo e non abbiamo il tempo per parlare faccia a faccia o mano nella mano?
Alessandro D’Avenia
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Letture per la buona notte


Dalle classifiche di vendita dei libri del 2018 risulta che il vero vincitore (morale) sono le Storie della buonanotte per bambine ribelli e non.
Un dato che testimonia sia l’ottima salute del libro per ragazzi (l’unico settore che tira davvero) sia la tenacia della tradizione orale: nonostante il (pre)dominio della comunicazione digitale e virtuale, il rito ancestrale della lettura ad alta voce per i pargoli accanto al letto continua ad essere amato e praticato dai genitori.
Tuttolibri, 12 gennaio 2109

 

La manna, le quaglie e la polenta


Ascoltando la prima lettura della XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) ho pensato che gli Israeliti, nonostante la condizione di schiavitù, non se la passavano poi così male circa 3270 anni fa se, durante l’Esodo, rimpiangevano la pentola della carne e il  pane a sazietà  (cfr Es 16,3b) che avevano avuto a disposizione in Egitto.
E allora mi è venuto a mente un brano di un articolo che ho letto mentre preparavo il numero di settembre della rivista di collegamento dedicata a: Un mondo migliore.
“Fino agli anni ’50 del secolo scorso c’erano tante persone che si saziavano di polenta e dopo un po’ si ammalavano. Sentivano le forze abbandonarli e poi comparivano sulla pelle arrossamenti e infiammazioni e la pelle diventava ruvida, agra. Fu per questo che la malattia venne chiamata «pellagra», una malattia che, se non curata, poteva portare alla demenza e alla morte. Nessuno riusciva a spiegarsene le origini, finché alcuni scienziati scoprirono che non era vero che si ammalassero di pellagra coloro che mangiavano polenta di mais. Si ammalavano coloro che mangiavano solo polenta di mais”. (Franco Quarta, Famiglia Domani, n. 2 2018).
Abbiamo molti motivi per lamentarci oggi, tra cui la consapevolezza che i nostri figli e nipoti potrebbero avere una vita meno facile della nostra.
Non dimentichiamoci però di quando si stava peggio, e non mi riferisco a 3270 anni fa.
Franco Rosada