Archivi tag: educazione

Il pensiero critico


Cos’è il pensiero critico? Educare al pensiero critico è pericoloso?
Il pensiero critico è una capacità intellettuale che fin da bambini si deve sviluppare ed educare perché non è un’attitudine che si eredita geneticamente ma è un processo mentale che consiste nell’analizzare e valutare le informazioni che ci giungono dall’osservazione, dall’esperienza, dal ragionamento e dalla comunicazione.
Chi è dotato di spirito critico è in grado di porsi e porre domande, di chiedersi il perché delle cose, di pensare con la propria testa… Montaigne soleva affermare che era meglio una testa ben fatta che una testa ben piena.
Le teste ben fatte però, possono essere pericolose poiché sfuggono di mano ai poteri autoritari, che attuano politiche di omologazione ed asservimento morale e che vorrebbero sostituire il pensiero critico col pensiero unico.
Rosarina Spolettini, La voce e il tempo n.21, 26 maggio 2019
Vedi anche GF96: Imparare ad imparare

Annunci

Scoprire la farfalla nel bruco


Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle. Sembra che siano così belle”. Forse è la frase che preferisco dell’onnipresente, pluricitato (fin troppo!) “Piccolo Principe”. E’ anche una delle meno note di questo testo, ma forse la più adattabile all’ambito scolastico. Perché i ragazzi a scuola son quasi tutti un po’ “bruchi”, se non proprio bozzoli, e noi assistiamo al loro primo maldestro dispiegamento di ali. Se siamo fortunati.
E allora perché noi insegnanti ci lamentiamo sempre, visto che il nostro compito è così nobile? Perché alcuni bozzoli non vogliono saperne di schiudersi e alcuni bruchi ci stanno bene a terra, anzi, ci si crogiolano nel terriccio. Di volare neanche a parlarne, per il momento. E io che ci faccio ogni mattina con i miei bruchi di seconda e terza media (scusate: secondaria di primo grado)?
Per continuare la lettura clicca qui!

La scuola multietnica


C’è un angolo di Italia dove i figli dei migranti si formano sui valori della Costituzione repubblicana. Per scoprirlo bisogna addentrarsi in barriera di Milano, uno dei quartieri più poveri e multietnici di Torino, che ospita una scuola laboratorio dove bambini siriani, nigeriani, marocchini, peruviani e di indiani crescono, assieme ai coetanei italiani, impossessandosi degli insegnamenti che risalgono alla genesi della Repubblica.
Maria Chiara Guerra è l’insegnante precaria che ha scommesso su questo progetto trovando nel Istituto storico della Resistenza di Torino un partner altrettanto visionario e determinato. Ne è nato un programma didattico per classi elementari che consente ai più piccoli di conoscere, ho un linguaggio misurato su di loro, quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale nel nostro paese.
Il primo risultato è arrivato quando i bambini hanno conosciuto la storia di Elena Ottolenghi, una bambina ebrea colpita 80 anni fa dalle leggi razziali. Le pagine in cui la piccola Elena descrive lo shock di essere espulsa da scuola solo perché ebrei, sono così finite nelle mani di bambini arabi e musulmani che mai avevano sentito parlare di persecuzione degli ebrei durante la Shoah.
Allo stesso modo i racconti dei partigiani italiani protagonisti della Resistenza armata contro l’occupazione tedesca hanno portato alcuni bambini siriani a fare con le maestre riflessioni del tipo: “anziché fuggire in massa, gli uomini della mia città sarebbero dovuti rimanere e battersi contro il regime di Assad, proprio come fecero i Partigiani italiani per il loro paese”.
Insomma, è bastato avvicinare bambini stranieri a tasselli della nostra memoria nazionale per vederli appropriarsi, in tempo record, di valori fondanti della nostra identità collettiva.
Con effetti a pioggia perché, improvvisamente, la piccola Elena e i partigiani sulle montagne sono diventati compagni di tutti. a prescindere da lingue di nascita, paesi e culture di provenienza.
Maurizio Molinari, la Stampa, domenica 30 settembre 2018

Il coraggio di educare


Nel campo dell’educazione, in Italia, c’è stato un prima e un dopo, una linea di demarcazione non poi così difficile da individuare. un solco profondo che ha trasformato non soltanto apparentemente il panorama del nostro paese anche dal punto di vista educativo: il boom economico.
Fino ad allora, crescere i figli significava svolgere un lavoro duro, ma naturale; l’educazione era, anche sul piano economico, l’unica garanzia che una famiglia potesse darsi Per assicurare continuità e prosperità alle generazioni a venire.
Con il boom economico tutto cambiò, compresa buona parte del nostro secolare senso di insicurezza. Quasi miracolosamente iniziò a svanire la fragilità correlata alla caducità dell’esistenza, connotato primario delle nostre relazioni; anzi si stemperò a tal punto da permettere di interpretare con minor fermezza e maggior flessibilità quelle stesse regole educative amministrate fino all’ora con autoritarismo.
Un cambiamento così drastico delle basi materiali dell’educazione non poteva non avere conseguenze sulla formazione delle future generazioni.
Paolo Crepet, Il coraggio. Vivere, amare, educare. Mondadori 2017
Per leggere il testo originale clicca qui!
Per approfondire il tema clicca qui!

Per un’ecologia integrale

Sul tema ecologico “dovremmo evitare di cadere in quattro atteggiamenti perversi, che certo non aiutano alla ricerca onesta e al dialogo sincero e produttivo sulla costruzione del futuro del nostro pianeta: negazione, indifferenza, rassegnazione e fiducia in soluzioni inadeguate.
D’altronde, non ci si può limitare alla sola dimensione economica e tecnologica: le soluzioni tecniche sono necessarie ma non sufficienti; è essenziale e doveroso tenere attentamente in considerazione anche gli aspetti e gli impatti etici e sociali del nuovo paradigma di sviluppo e di progresso nel breve, medio e lungo periodo.
In tale prospettiva, appare sempre più necessario prestare attenzione all’educazione e agli stili di vita improntati a un’ecologia integrale, capace di assumere una visione di ricerca onesta e di dialogo aperto dove si intrecciano tra di loro le varie dimensioni dell’Accordo di Parigi. Esso, è bene ricordarlo, ci «richiama alla grave responsabilità […] ad agire senza indugio, in maniera quanto più libera possibile da pressioni politiche ed economiche, superando gli interessi e i comportamenti particolari»”.
Papa Francesco
Per leggere tutto il documento clicca qui!
Per riflettere sulla Laudato sii clicca qui!

Famiglia: questione “privata”

Educare è un compito non facile nei tempi che viviamo, perché non manca purtroppo chi oggi è pronto a strumentalizzare o blandire le nostre famiglie con promesse destinate a restare tali.
“Il primato educativo della famiglia” va riconosciuto e sostenuto con scelte politiche ed economiche adeguate. Nel nostro Paese, infatti, la famiglia continua a restare confinata nella sfera del privato, una faccenda legata unicamente alle scelte del singolo – che si vogliono per giunta revocabili –, quindi dalla scarsa rilevanza pubblica e priva di valore sociale; al più, una realtà da dover aiutare in senso assistenzialistico; un costo, insomma.
questa visione perdura nonostante la consapevolezza di quanto la qualità di vita di ciascuno e della stessa città sia riconducibile essenzialmente all’appartenenza a una famiglia.
È questo il luogo infatti in cui la vita si fa carne e sangue, dove trovano risposta il bisogno di accoglienza, di affetto e di cura; la risorsa decisiva, che costruisce l’orizzonte quotidiano di senso, per il quale ci si alza, si lavora, si soffre e ci si riconcilia.
Riflettere seriamente sull’educazione significherà, quindi, anche interpellare quanti hanno responsabilità nella vita sociale, affinché si accorgano che la famiglia non è la semplice sommatoria di più individui, ma un soggetto a cui è finalmente doveroso riconoscere pieno diritto di cittadinanza.
Il salto, a ben vedere, è culturale, perché dall’idea che un Paese ha della famiglia e delle sue responsabilità discenderà a cascata tutto il resto: un fisco più equo, che non continui a penalizzare chi ha figli a carico, il superamento delle molteplici forme di penalizzazione della donna, la qualità dei servizi per i bambini e gli anziani, le riforme necessarie per conciliare i tempi della casa con quelli del lavoro e questi con quelli della festa…
Mons. GIUSEPPE BETORI, arcivescovo di Firenze
Fonte: http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/75/2011-01/18-4/Impaginato%202011_Layout%201.pdf

Don Milani, educatore appassionato

“Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa” Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958. Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere ed il sacerdozio di don Lorenzo Milani. Tutti abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua “Lettera ad una professoressa”, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore ed insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato…
Papa Francesco, dal suo video messaggio alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano.
Per continuare la lettura clicca qui!