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Cercasi collaborazioni!


Mentre il numero 100 della rivista Gruppi Famiglia è in viaggio verso le vostre case, come redazione stiamo già lavorando al numero successivo.
Nel numero 101 abbiamo preso in considerazione i paragrafi del capitolo 4 di Amoris laetitia non trattati nel numero 100 e li abbiamo commentati attingendo a quel grande archivio che sono i contenuti del sito dei Gruppi Famiglia.
Per completare il numero, e renderlo attuale, ci servono le vostre testimonianze. Per aiutarvi abbiamo individuato una serie di domande a cui siete invitati a rispondere. Scegliete le domande che preferite e inviateci le vostre riflessioni, che devo essere brevi e sintetiche.
La scadenza ultima per l’invio in redazione (formazionefamiglia@libero.it) è il 15 gennaio p.v.
Qui trovate le domande e qui potete visionare la bozza parziale del numero 101.
Contiamo sulla vostra collaborazione,
Franco e Noris

 

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Femminicidi


Nel 2005 la parola femminicidio non era ancora molto usata, ma gli omicidi in famiglia  erano già ricorrenti.
Riprendo dal numero di marzo di quell’anno della rivista Gruppi Famiglia questa lettera e parte della risposta.
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Si stanno verificando, con una impressionante frequenza, omicidi che hanno per vittima il coniuge che vuole separarsi o si è già separato.
Perché? È mai possibile che si preferisca vedere morta la persona che si è amata che vederla rifarsi una vita? Senza poi pensare di lasciare soli i figli, visto che l’omicida sarà arrestato.
È patologia mentale, secondo voi, o un assurdo senso del possesso, per cui l’altro è mio e non ha diritto a vivere se esce dalla mia proprietà?
Maria G.
Questa attenzione dei mass media verso fatti di sangue che si consumano dentro le pareti domestiche può far nascere qualche sospetto circa il reale scopo che essi – col diffondere tali notizie spesso in modo allarmante e talvolta in modo continuo nell’arco di un breve periodo di tempo – si propongono (p.e. qualche estate fa c’erano bambini nei cassonetti ogni giorno, l’anno dopo bambine violentate un giorno sì e un giorno no, ecc., poi più nulla!).
Non si tratta certamente né di generalizzare né tanto meno di insinuare.
Ma rimane il dubbio che taluni mezzi di comunicazione, al di là dei doveri di cronaca, abbiano anche il recondito obiettivo di colpevolizzare la famiglia, come l’unica causa di certi misfatti.
Non è finita l’onda lunga di certe analisi sociologiche del secolo scorso che volevano la morte della famiglia o quanto meno il superamento della
famiglia tradizionale a vantaggio di nuove forme di famiglie.
Nell’apprendere queste notizie occorre quindi non tirare la infondata
conseguenza che la famiglia non sia una struttura relazionale da continuare
a stimare e proteggere. Occorre anche una giusta dose di spirito
critico che, senza minimizzare questi gravissimi drammi, non ci faccia
restare prigionieri di operazioni medianiche dubbie.
Mons. Gianfranco Grandis
Per visionare quel numero clicca qui!

La vita buona


La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi.
Oggi vediamo dominante la concezione utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.
È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita degli individui oppure i diritti individuali devono essere contemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune?
Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.
Enzo Bianchi. Tratto da: Jesus 
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Il numero di giugno 2018 della rivista Gruppi Famiglia è on-line.
La potete sfogliare cliccando qui!

Diritti e doveri


«Perché parlare dei Doveri di ognuno di noi prima di parlare dei nostri Diritti? Perché parlare di sacrifici, di moralità, di educazione, e non di beni materiali e di successo?», si chiede Mazzini a cui dobbiamo l’idea stessa dell’Unità nazionale, per rispondersi così: «Solo attraverso l’educazione al Dovere si può arrivare a comprendere che lo scopo della vita è di rendere se stessi e gli altri migliori, combattere l’ingiustizia a beneficio dei fratelli non è soltanto esercitare un Diritto ma un Dovere».
Quest’idea del senso del dovere come base dello Stato nazionale nasce dalla convinzione che essere cittadini comporti responsabilità verso il prossimo, ed essere degli eletti o governanti ha obblighi maggiori. Si tratta di principi di cocente attualità. Ad esempio dovere dei cittadini è impegnarsi per il corretto ed efficiente funzionamento dell’Amministrazione pubblica e ciò comporta per chi governa e rappresenta l’interesse generale correggerne le debolezze: dalla burocrazia alla corruzione fino al debito.
Ma ciò che, in ultima istanza, costituisce il dovere più alto è il rispetto per lo Stato in quanto appartiene a tutti. Da qui il monito che Mazzini include nello stesso scritto: «È opportuno diffidare quando udite dagli uomini che predicano un cambiamento sociale che lo fanno (solo) per accrescere i vostri diritti». Perché chi tace sui doveri non ama la propria nazione.
Maurizio Molinari, La Stampa, 21 luglio 2018
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Vi interessa l’argomento? Il numero 98 della rivista Gruppi Famiglia è interamente dedicato a questo tema.
Per leggerlo clicca qui!

L’epoca delle pretese


Che senso ha ragionare su un futuro di cui non ci sentiamo parte in causa? Il nuovo secolo – difficile negarlo – è iniziato nel segno di una sottrazione di sovranità a danno di quasi tutti noi, sottrazione in termini economici, politici, sociali, col conseguente indebolimento di quella partecipazione che ci eravamo abituati a credere determinante per il gioco democratico. Ci sentiamo marginali, tagliati fuori dalle decisioni importanti, in certi casi perfino da quelle legate alla nostra vita privata, anch’essa (questa l’insidiosa sensazione) messa a servizio di un’operazione condotta a vantaggio di qualcun altro. Ma è davvero così?
In un mondo che rischia di tornare a innamorarsi dello stato di natura (l’estensione del dominio della lotta non è altro) il futuro sembra sorridere ai violenti, alle canaglie, ai privilegiati. Ma il futuro sorride in modo sempre assai enigmatico. Il futuro non è scritto, non lo è mai stato. Il futuro è di chi riesce a immaginarlo, e poi si mette all’opera per realizzare ciò che sul piano di realtà accadrà in maniera diversa da ciò che perfino i più capaci e i meglio intenzionati si erano prefigurati: il mondo è abbastanza complesso da rendere possibile ogni volta il cambiamento, ma sufficientemente folle da assumere forme imprevedibili per chiunque.
Nicola Lagioia
direttore del Salone intenzionale del Libro di Torino
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Il numero di giugno della rivista Gruppi Famiglia è in fase di spedizione. Mi auguro che lo possiate ricevere entro fine mese.
Se non avete mai avuto modo di apprezzarla, fatemi avere tramite formazionefamiglia@libero.it  il vostro indirizzo postale e ve la spedirò.

L’epoca delle pretese


Il numero di giugno della rivista Gruppi Famiglia è andato in stampa. Mi auguro che lo possiate ricevere entro fine giugno.
Se non avete mai avuto modo di apprezzarla, fatemi avere tramite formazionefamiglia@libero.it  il vostro indirizzo postale e ve la spedirò.
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Norberto Bobbio, analizzando il Settecento, sosteneva che in quel tempo era avvenuta una svolta epocale di civiltà. Si era passati dai doveri ai diritti, dall’obbligo alla libertà.
Naturalmente, ci si potrebbe chiedere dove nascessero quegli obblighi, e si dovrebbe rispondere che c’erano dei valori a sostenere il comando. Proprio perché tu lo stimi, il valore diventa cogente, obbligatorio.
Ci si potrebbe ancora naturalmente chiedere che cosa si comandasse nel passato, ma altrettanto che cosa si comandi oggi; perché, paradossalmente, anche la libertà è diventata un comando. Quali sono i cogenti comandi della libertà, i cogenti comandi dei diritti?
Più interessante invece è tener conto di un’osservazione fatta dal sociologo delle religioni Bryan Wilson: noi vivremmo ancora di rendita dell’accumulo di capacità di sacrificio e dedizione creati dalla società del passato, la società dell’obbligo.
È alla civiltà dell’obbligo che dobbiamo ancora il deposito a cui attingiamo, mentre noi oggi non saremmo più in grado di costruire un deposito di valori sufficienti a reggere i costi del vivere in società. Dal che scaturisce in Bryan Wilson una domanda in lui persino angosciante: quando sarà finito il deposito accumulato dalla civiltà dei doveri dove attingeremo noi?
Ermes Segatti

Immigrati. La famiglia, valore comune

 Il numero di marzo 2018 della rivista è disponibile in rete.
Lo potete leggere cliccando qui!
Di seguito un piccolo “assaggio”.

…Da questo breve confronto tra il nostro modello di famiglia e quello degli immigrati può nascere un senso di rimpianto nei confronti della famiglia tradizionale.
Questo modello di famiglia e la scala di valori che lo sostiene non è molto diverso da quello che era presente anche in Italia nell’anteguerra.
Le differenze più forti rispetto a questo modello si riscontrano là dove i matrimoni sono ancora combinati, o è presente la poligamia, o la struttura della società è basata sul concetto di clan.
Per il resto, il tipo di famiglia vissuto dai nostri nonni non era molto diversa dal quella degli immigrati.
Commenta Joany, peruviana: “La nostra società è basata su tante cose buone, tra cui l’affetto e il rispetto per la famiglia, per i più grandi. Adesso che sono in Italia a mia figlia dico che non deve imparare dalle sue amiche.
Gli italiani apprezzano i nostri valori. Infatti molti mi fanno i complimenti per come si comporta mia figlia. Perché non fa chiasso ed è rispettosa verso tutti”.
Quando le viene chiesto cosa potrebbe nascere se la cultura italiana e quella peruviana si incontrassero a metà strada risponde senza esitazione: “La famiglia perfetta!”. E continua: “ci sarebbe l’equilibrio del rapporto uomo-donna che c’è qui, e noi potremmo portare l’educazione dei figli. Verrebbe davvero fuori una bella famiglia”.