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L’anno sacerdotale

Guardando alle crisi nelle coppie e nelle famiglie, anche noi sacerdoti dobbiamo imparare la necessità della sofferenza, della crisi…
Dobbiamo accettare, sia da sacerdoti sia da sposati, la necessità di sopportare la crisi dell’alterità, dell’altro, la crisi in cui sembra che non si possa più stare insieme.
Gli sposi devono imparare insieme ad andare avanti, anche per amore dei bambini, e così conoscersi di nuovo, amarsi di nuovo, in un amore molto più profondo, molto più vero…
Mi sembra, che noi sacerdoti possiamo anche imparare dagli sposi, proprio dalle loro sofferenze e dai loro sacrifici. Spesso pensiamo che solo il celibato sia un sacrificio.
Ma, conoscendo i sacrifici delle persone sposate – pensiamo ai loro bambini, ai problemi che nascono, alle paure, alle sofferenze, alle malattie, alla ribellione, e anche ai problemi dei primi anni, quando le notti trascorrono quasi sempre insonni a causa dei pianti dei piccoli figli – dobbiamo imparare da loro, dai loro sacrifici, il nostro sacrificio.
E, insieme, imparare che è bello maturare nei sacrifici e così lavorare per la salvezza degli altri.
Benedetto XVI
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Noi e gli altri

Siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati […] Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori […]
I lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie.
Questi lavoratori […] non devono essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.
Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 62
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Le memorie di papa Benedetto

Benedetto XVI Ultime conversazioni

Benedetto XVI
Ultime conversazioni

Serviva un libro, pubblicato alla soglia dei 90 anni, per conoscere il vero volto di Joseph Ratzinger, colui che per otto anni ha regnato sul trono di Pietro col nome di Benedetto XVI e che oggi vive “nascosto al mondo” in un monastero dei Giardini vaticani con l’appellativo di Papa emerito.
Un Pontefice incompreso, indubbiamente, forse anche a causa di quella riservatezza scambiata per austerità, del quale permane tuttavia l’ampiezza e profondità di pensiero, anche se troppe volte anch’esse sminuite da superficiali letture giornalistiche (vedi il caso Ratisbona). Sono pochi quelli che conoscono i veri tratti caratteristici di questo Papa, come la sottile ironia o la sagace schiettezza.
Aspetti che emergono chiaramente nel libro Ultime conversazioni che verrà pubblicato domani in tutto il mondo (in Italia per Garzanti), di cui ilCorriere della Sera e L’Osservatore Romano anticipano oggi ampi stralci. Il volume, scritto con l’amico giornalista tedesco Peter Seewald, è già stato ribattezzato il “testamento spirituale” di Papa Benedetto.
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Un omaggio a Benedetto XVI

Quando una persona raggiunge un’età ragguardevole e, con il suo lavoro e i suoi studi, è stato un riferimento per molti, i suoi amici pubblicano un libro in suo onore come segno di riconoscenza.
Così ha fatto il sito del Vaticano nei confronti di Benedetto XVI, pubblicando una raccolta di sue foto e citazioni (e volendo si può accedere anche ai testi da cui le citazioni sono tratte).
Un libro virtuale di 62 pagine che si può leggere a questo indirizzo: http://www.vatican.va/bxvi/omaggio/index_it.html

Benedetto XVI: il congedo

Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
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La fine del vecchio e l’inizio del nuovo

Il nostro ultimo incontro risale a ben dieci settimane fa.
Il Papa mi aveva accolto nel Palazzo Apostolico per proseguire i nostri colloqui finalizzati al lavoro sulla sua biografia. L’udito era calato; l’occhio sinistro non vedeva più; il corpo smagrito, tanto che i sarti facevano fatica a tenere il passo con nuovi abiti. È diventato molto delicato, ancora più amabile e umile, del tutto riservato. Non appare malato, ma la stanchezza che si era impossessata di tutta la sua persona, corpo e anima, non si poteva più ignorare…
Peter Seewald

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Surrogato di Gesù?

Con la sua rinuncia il Papa Teologo ha voluto in qualche modo “desacralizzare” il Papato come spesso è stato inteso dal Medioevo in poi: il Papa come “Santo Padre”, “Dolce Cristo in terra”, quasi il surrogato vivente di Gesù.
Ciò che conta, afferma Benedetto XVI con le sue dimissioni, non è la persona, ma il ruolo. Il senso più vero del papato è quello “ministeriale”, di servizio all’unità della Chiesa, servizio che deve cessare quando non si è più in forze per svolgerlo fruttuosamente.
Si ritorna così al concetto che ne aveva la Chiesa dei primi secoli, quando la Chiesa non era vissuta come organizzazione piramidale e verticistica, ma il Vescovo di Roma era colui che diceva l’ultima e definitiva parola tra le questioni che sorgevano tra le varie Chiese sorelle, e pertanto il garante e il custode ultimo dell’unità di tutta la Chiesa.
Carlo Miglietta