Archivi tag: umanità

Preferisco di no


Preferisco di no” è un’obiezione ferma e concisa, gentile ma irriducibile, per esprimere il proprio dissenso contro l’opacità dei tempi.
Un nodo al fazzoletto per ricordarsi che l’essere umano non è solo ciò che fa, ma anche ciò che sceglie di non fare, di non accettare, di non legittimare.
Un rifiuto che non nasce da ostilità o indifferenza, ma da uno scrupolo interiore che impone di proteggere l’umanità, in se stessi e negli altri, anche quando il prezzo è alto.
Dice “preferisco di no” chi crede che il dolore di un altro essere umano non sia diverso dal proprio, e davanti alle violazioni di dignità e diritti reagisce come limatura di ferro davanti a un magnete: non resta dov’è, perché la sostanza stessa di cui è fatto gli impone di ridurre la distanza,di prendere parte. Ma dice “preferisco di no” anche chi sa rimanere al suo posto, perché in alcuni casi il “no” può essere una zavorra preziosa, provvidenziale, che trattiene dall’accodarsi al gregge o dal mettersi a ringhiare con il branco.
È il più minuto tra gli avverbi, il “no”, eppure crepita di vita: è capace di destabilizzare il moto abituale delle cose, di scompaginare idee e posizioni debordando dagli schemi e sfidando gli idoli della neutralità e dell’equivalenza, che vorrebbero mettere tutto sullo stesso piano.
“Preferisco di no”. Un soprassalto di consapevolezza che pressioni, recinti e conformismo non riescono a contenere, che mentre nega allo stesso tempo afferma. Che cosa? Che qualcosa di incalpestabile esiste, e bisogna sottrarlo alla morsa del mondo.
Armando Buonaiuto
Curatore di Torino Spiritualità

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Reale e virtuale

“L’ibridazione uomo-macchina sta già avvenendo tanto da domandarci: Cosa rende umano un essere umano? Cosa resta dell’umanità? Esiste un limite invalicabile?”.
Sono i quesiti posti questa mattina da Tonino Cantelmi, professore di Cyberpsicologia all’Università Europea di Roma, nel suo intervento al convegno “La Chiesa e la salute mentale. Cultura del provvisorio, scarti e nuovi poveri: il disagio psichico al tempo della tecnoliquidità”…
Per cui, “oggi ci poniamo questa domanda fondamentale: Che cos’è reale e cos’è virtuale?”. Secondo Cantelmi, “per i nostri bambini la distinzione tra reale e virtuale è fittizia, non ha più senso”.
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La bellezza normale della famiglia

Nella lingua italiana “famiglia inizia come fatica, ma finisce come meraviglia”. La famiglia è vocazione e progetto, ma anche croce da portare, e “per tante persone è realizzazione di un sogno di felicità radicato nel cuore”. “Famiglia – sottolinea Tincani – non è solo problema o noia o minoranza afona, ma la prima scuola mondiale di umanità”.
Il punto determinante è dunque educativo. Si tratta di rendere la famiglia appetibile alla maggioranza di uomini e donne che le preferiscono la convivenza. E come spiegare la consolazione del “per sempre” a giovani avvezzi al precariato quale modalità di vita? Come far preferire la sicurezza di un luogo di dialogo e riconciliazione ai ragazzi della “generazione boh”, secondo la definizione rap di Fedez?
Scrive Tincani: “A dar retta al Papa venuto dalla fine del mondo, sulla porta d’ingresso di ogni famiglia devono essere iscritte tre parole magiche: ‘permesso?’, ‘grazie’ e ‘scusa’. Ma come, devo chiedere permesso in casa mia? Sì, se non voglio ritrovarmi a considerare dovuto ciò che in realtà rimane donato, giorno dopo giorno. O, peggio, a esigere quello che si dovrebbe chiedere gentilmente”.
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Cure palliative per tutti

Hospice, cure palliative, stati vegetativi, terapia del dolore, stadio terminale: sono queste le nuove espressioni divenute ormai familiari in un’Europa che invecchia. Un continente abitato da un numero sempre in crescendo di persone la cui unica qualità loro rimasta, per prendere a prestito la definizione di Hanna Arendt nei confronti delle vittime dei totalitarismi, spesso è solo quella di «essere uomini».
Un tempestivo appello a «introdurre nella legislazione di ogni stato membro il diritto all’accesso alle cure palliative adattandolo al contesto sociale di ciascuno e stanziando adeguate misure», nella considerazione che «è giunta l’ora per avviare un dibattito pubblico sulle cure palliative in tutta l’UE», è venuto in questi giorni dalla Commissione dei vescovi accreditati presso l’Unione Europea.
«Le cure palliative rappresentano un’opera di grande umanità e manifestano la compartecipazione della società verso i suoi membri più provati e il riconoscimento della loro dignità» – si legge nella conclusione –, ed è tempo che ogni legislazione dei paesi europei provveda al loro riconoscimento effettivo: si tratta di uno dei «nuovi bisogni sociali».
Maria Teresa Pontara Pederiva, Settimana news
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Incontri con i fidanzati: cosa servono?

…Gli incontri devono stimolare alla verifica della nostra e della loro coerenza, non ad alcune norme, ma al messaggio di Cristo: egli è morto per noi, e noi siamo capaci di dare la nostra vita per l’altro? Siamo capaci di rinunciare a qualcosa di noi per andare verso l’altro, per far sì che la nostra coppia cresca? Questo passaggio ci costerà fatica (passione e morte), ma saremo ricompensati con una maggiore solidità di coppia, una gioia più grande (la resurrezione).
Dovremo essere capaci di testimoniare la gioia del nostro credere (Paolo VI diceva che ci vogliono più testimoni che maestri), non con parole teologiche, ma con esempi credibili di vita.
Occorre invitarli a non chiudersi all’interno della loro coppia: la società e la chiesa hanno bisogno di teste pensanti, di occhi intelligenti e di cuori attenti, di tante piccole note per comporre la sinfonia di una nuova umanità. Vivere la gioia e dare speranza dovrebbero essere l’humus dal quale far emergere la presenza di Dio. A questo dovremmo aggiungere anche lo stupore: di essere amati, malgrado i nostri limiti, di vivere in un mondo creato per noi, di camminare verso un futuro più roseo. Lui/lei è una persona meravigliosa per me ed è lì per me, insieme il futuro non ci fa paura, potremo superare difficoltà, potremo sostenerci, sorridere, gioire, dare speranza, costruire una famiglia, un mondo più a misura d’uomo…
CPM Italia
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La tristezza rende umani

«Inside Out», il nuovo cartone animato della Pixar ambientato dentro il cervello di una ragazzina di undici anni, è un’opera geniale e coraggiosa. Ci vuole genio per trasformare le emozioni umane nei personaggi di una storia. E ci vuole coraggio per rivendicare, tra queste emozioni, il ruolo fondamentale della tristezza, raffigurata come una bambina occhialuta, goffa e blu: il colore dello spirito. Per buona parte del film la tristezza si accompagna alla gioia come un intralcio, una ganascia conficcata nelle ruote dell’ottimismo e della felicità. Ma alla fine la sua importanza verrà riconosciuta.
Non così nella vita vera, dove la tristezza è stata espulsa da qualsiasi discorso pubblico e privato. Trattata come un segnale di debolezza, una forma di sabotaggio. Lo sforzo quotidiano di un genitore consiste nell’allontanare dal figlio il fantasma della tristezza, quasi fosse una condanna a morte anziché un’occasione di vita. Ma un po’ tutti ne hanno paura e fastidio, a cominciare dagli imbonitori della politica che ci vorrebbero pervasi da un entusiasmo ilare e beota.
Per il pensiero dominante la tristezza non consuma e non comunica, si nutre di astinenze e di silenzi, è antieconomica e dannosa. Occorreva un cartone animato per ricordarci che un uomo incapace di accogliere la tristezza è un automa. Non solo perché la gioia senza tristezza perde significato, come la luce senza il buio. È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani.
Massimo Gramellini, La Stampa 16 settembre 2015

Laudato sì

L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio. Siamo gli eredi di due secoli di enormi ondate di cambiamento: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’aereo, le industrie chimiche, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotecnologie. È giusto rallegrarsi per questi progressi…
Tuttavia non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo
utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo…
Purtroppo l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza… L’uomo è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo.
Papa Francesco, Laudato sì, n.102-105
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