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Homo sapiens?


Noi uomini riteniamo di essere la specie migliore per l’uso che facciamo del nostro cervello. Ma per essere migliori dobbiamo dimostrare di saper raggiungere prima delle altre specie l’obiettivo fondamentale, la sopravvivenza della specie.
Ma stiamo andando in questa direzione? Si è calcolato che la vita media di una specie è di circa 5 milioni di anni. L’homo sapiens esiste solo da 300.000 anni; quindi, per raggiungere l’obiettivo, deve durare per oltre 4,7 milioni di anni (se scompare prima avrà provato di essere una specie stupida) e per farlo deve usare al meglio il suo cervello, diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.
Luigi Togliani
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Il servizio della speranza


“C’è ancora un bisogno immenso, dentro questo mondo, del servizio che possono rendere dei cristiani che continuano a rimanere in attesa della venuta ultima del Risorto: è il servizio della speranza, è il servizio di un senso per le nostre esistenze e la nostra umanità”. Sono le parole che il nuovo arcivescovo di Torino e Susa ha pronunciato nel pomeriggio di sabato 7 maggio a conclusione della solenne celebrazione di ordinazione episcopale e ingresso sul sagrato della cattedrale di San Giovanni.
Un invito a farsi strumento di speranza e ad essere “sentinelle”: “In una lettera a Rodolfo il Verde preposito di Reims, il padre dei certosini, san Bruno”, ha ricordato, “confidava di vivere in un eremo con dei fratelli ‘che perseverando con saldezza nei loro posti di sentinella nelle cose di Dio, attendono il ritorno del Signore per aprirgli subito quando busserà’. Ecco, quel posto, quello della sentinella non è solo il posto dei monaci. È il mio posto, è il nostro posto, è il posto dei cristiani che, come dice san Pietro, rimangono sempre stranieri e pellegrini dentro questo mondo.
Se torneremo con nuovo entusiasmo – pochi o tanti che siamo – ad abitare quel nostro posto, allora sbocceranno dalle nostre comunità delle opere benedette, capaci di cominciare a trasfigurare l’umanità. Se diserteremo il nostro posto, potremo anche fare tante opere, ma non ci toglieremo il gusto amaro dell’insensatezza e non avremo davvero niente da offrire ai nostri fratelli in umanità”.
Fonte: La Voce e il Tempo, 15 maggio 2022

Siamo tutti fratelli?


Dei tre elementi emblematicamente proclamati dalla rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità), elementi non esenti anche da echi biblici e cristiani pur secolarizzati, la fratellanza non ha avuto la stessa fortuna della libertà e (in parte) dell’uguaglianza.
Ne è riprova il fatto che oggi ci sembra importante essere liberi, ma facciamo facilmente a meno della fraternità.
Di fatto, in un’epoca tendenzialmente contrassegnata da un pluralismo senza confini, le differenziazioni e le singolarità rischiano di diventare talmente tante che presso i loro latori può persino cadere nell’oblio la coscienza dell’appartenenza comune a un’unica umanità.
Di questo parlerà il Festival Biblico 2021.
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Quando sarà ascoltato il Vangelo?


Un cristianesimo senza Vangelo è un  simulacro inventato dai Cristiani per non dover confrontare la loro vita alla parola di Cristo.
Il cristianesimo sembra condannato sempre più a occupare un’area marginale della società.
Ma per quanti intuiscono che il Vangelo non ha detto la sua ultima parola, potrebbe darsi che il cristianesimo venire sia molto più promettente di tutte le nostre proiezioni di un futuro discretamente desolante.
il Vangelo è l’avvenire dell’umano.
È forse il fatto di non aver ascoltato questa buona notizia che spiega perché il Vangelo è ancora inaudito e inedito.
Dominique Collin, Il cristianesimo non esiste ancora, Queriniana

Il valore del lavoro


Quando si parla di lavoro è facile trovare rappresentazioni artistiche suggestive ed eloquenti.
La nostra scelta cade ancora su Van Gogh, un artista irrequieto e in cerca di pace. “Riposo dopo il lavoro” (troviamo anche il titolo “Riposo pomeridiano a saint-Remy” o “Contadini in siesta”) è il titolo che porta. Il dipinto ritrae una scena agreste.
Il lavoro dei campi conosce un ritmo proprio, legato ai tempi della natura, non ancora violato dalle pretese disumanizzanti del consumismo. Il primo pomeriggio è l’ora calda che impone una sosta per cui la scena è statica. Il fondo è caldo, il grano mostra l’ora calda, mentre la coppia è su una zona all’ombra, più verde e fresca, in chiaro atteggiamento di riposo. I colori più che caricare il senso di afa inducono un’aria di riposo, anche l’azzurro cielo fa risaltare l’armonia rigenerante che il quadro traspone. Sullo sfondo anche gli animali, dei buoi, stanno riposando vicino al carro, anch’essi in coppia. Lavoro e riposo, amore e umanità, fatica e ricreazione vengono espressi in quell’armonia che Van Gogh cercava per la sua vita, quasi interpretando l’unione creativa di cui abbiamo bisogno tutti e che la coppia sembra portare in sé. La coppia riposa sui covoni raccolti. Il lavoro è qui visto nel suo tratto umanizzato, è per l’uomo. Per questo è occasione che entra nella vita in modo semplice e normale, senza alienare, schiavizzare o riferire solo a sé e ai suoi ritmi. Sono scalzi, a piedi nudi perché si sono tolti i calzari, segno di sosta, senza protezione. La coppia è in un sonno estatico, rilassato, abbandonato; lei si appoggia sul fianco da dove è stata tratta, dal cuore (poggiare, riposare, confidare); sessualità, riposo /Festa, unità unione (lavoro e riposo); Il lavoro è creativo e serve a creare, a partecipare alla creazione, ha bisogno di ricreazione nella relazione (permette di trovare il senso del lavoro) Le falci, senza voler esagerare, sembrano due anelli intrecciati: amore e lavoro. Il tuo lavoro ti fa vivere e riposare sopra di esso (è in funzione della vita), non è il lavoro che opprime e schiavizza.
Fonte: http://www.lacrimedamore.it/files/CENACOLO-GENNAIO-2019.pdf

 

Eutanasia o hospice?


Prendersi cura del malato che soffre e sa di non poter guarire vuol dire farsi carico di tutta la persona custodendone e accompagnandone la vita, nella sua sacralità e inviolabilità, fino al suo compimento naturale.
Vuol dire fare i conti con la nostra fragilità e l’umanità che accomuna tutti noi. Vuol dire offrire una risposta competente e amorevole alle paure e al senso di solitudine e angoscia di chi sente avvicinarsi la morte.
Ed è proprio questa la mission degli hospice cattolici: 22 nel nostro Paese – 17 al Nord, 3 al centro e 2 al Sud. Realtà che costituiscono il 10% dei circa 200 hospice presenti in tutta Italia, ma concentrati soprattutto al Nord, centri specialistici per le cure palliative introdotte con la legge n. 38 del 15 marzo 2010.
Non è casuale che il primo di tutta la rete sia stato fondato a Brescia nel 1987 dalle Ancelle della Carità.
“Mai come in prossimità della morte occorre celebrare la vita che deve essere pienamente rispettata, protetta e assistita anche in chi ne vive il naturale concludersi”.
“Una presenza competente e amorevole è la prima cura accanto al morente”.
Un prezioso aiuto per “non subire la morte e per trovare speranza nella possibilità di vivere fino all’ultimo istante”.
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Vedi anche: http://www.gruppifamiglia.it/anno2013/80_giugno_2013.html#9

Preferisco di no


Preferisco di no” è un’obiezione ferma e concisa, gentile ma irriducibile, per esprimere il proprio dissenso contro l’opacità dei tempi.
Un nodo al fazzoletto per ricordarsi che l’essere umano non è solo ciò che fa, ma anche ciò che sceglie di non fare, di non accettare, di non legittimare.
Un rifiuto che non nasce da ostilità o indifferenza, ma da uno scrupolo interiore che impone di proteggere l’umanità, in se stessi e negli altri, anche quando il prezzo è alto.
Dice “preferisco di no” chi crede che il dolore di un altro essere umano non sia diverso dal proprio, e davanti alle violazioni di dignità e diritti reagisce come limatura di ferro davanti a un magnete: non resta dov’è, perché la sostanza stessa di cui è fatto gli impone di ridurre la distanza,di prendere parte. Ma dice “preferisco di no” anche chi sa rimanere al suo posto, perché in alcuni casi il “no” può essere una zavorra preziosa, provvidenziale, che trattiene dall’accodarsi al gregge o dal mettersi a ringhiare con il branco.
È il più minuto tra gli avverbi, il “no”, eppure crepita di vita: è capace di destabilizzare il moto abituale delle cose, di scompaginare idee e posizioni debordando dagli schemi e sfidando gli idoli della neutralità e dell’equivalenza, che vorrebbero mettere tutto sullo stesso piano.
“Preferisco di no”. Un soprassalto di consapevolezza che pressioni, recinti e conformismo non riescono a contenere, che mentre nega allo stesso tempo afferma. Che cosa? Che qualcosa di incalpestabile esiste, e bisogna sottrarlo alla morsa del mondo.
Armando Buonaiuto
Curatore di Torino Spiritualità

Reale e virtuale

“L’ibridazione uomo-macchina sta già avvenendo tanto da domandarci: Cosa rende umano un essere umano? Cosa resta dell’umanità? Esiste un limite invalicabile?”.
Sono i quesiti posti questa mattina da Tonino Cantelmi, professore di Cyberpsicologia all’Università Europea di Roma, nel suo intervento al convegno “La Chiesa e la salute mentale. Cultura del provvisorio, scarti e nuovi poveri: il disagio psichico al tempo della tecnoliquidità”…
Per cui, “oggi ci poniamo questa domanda fondamentale: Che cos’è reale e cos’è virtuale?”. Secondo Cantelmi, “per i nostri bambini la distinzione tra reale e virtuale è fittizia, non ha più senso”.
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La bellezza normale della famiglia

Nella lingua italiana “famiglia inizia come fatica, ma finisce come meraviglia”. La famiglia è vocazione e progetto, ma anche croce da portare, e “per tante persone è realizzazione di un sogno di felicità radicato nel cuore”. “Famiglia – sottolinea Tincani – non è solo problema o noia o minoranza afona, ma la prima scuola mondiale di umanità”.
Il punto determinante è dunque educativo. Si tratta di rendere la famiglia appetibile alla maggioranza di uomini e donne che le preferiscono la convivenza. E come spiegare la consolazione del “per sempre” a giovani avvezzi al precariato quale modalità di vita? Come far preferire la sicurezza di un luogo di dialogo e riconciliazione ai ragazzi della “generazione boh”, secondo la definizione rap di Fedez?
Scrive Tincani: “A dar retta al Papa venuto dalla fine del mondo, sulla porta d’ingresso di ogni famiglia devono essere iscritte tre parole magiche: ‘permesso?’, ‘grazie’ e ‘scusa’. Ma come, devo chiedere permesso in casa mia? Sì, se non voglio ritrovarmi a considerare dovuto ciò che in realtà rimane donato, giorno dopo giorno. O, peggio, a esigere quello che si dovrebbe chiedere gentilmente”.
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Cure palliative per tutti

Hospice, cure palliative, stati vegetativi, terapia del dolore, stadio terminale: sono queste le nuove espressioni divenute ormai familiari in un’Europa che invecchia. Un continente abitato da un numero sempre in crescendo di persone la cui unica qualità loro rimasta, per prendere a prestito la definizione di Hanna Arendt nei confronti delle vittime dei totalitarismi, spesso è solo quella di «essere uomini».
Un tempestivo appello a «introdurre nella legislazione di ogni stato membro il diritto all’accesso alle cure palliative adattandolo al contesto sociale di ciascuno e stanziando adeguate misure», nella considerazione che «è giunta l’ora per avviare un dibattito pubblico sulle cure palliative in tutta l’UE», è venuto in questi giorni dalla Commissione dei vescovi accreditati presso l’Unione Europea.
«Le cure palliative rappresentano un’opera di grande umanità e manifestano la compartecipazione della società verso i suoi membri più provati e il riconoscimento della loro dignità» – si legge nella conclusione –, ed è tempo che ogni legislazione dei paesi europei provveda al loro riconoscimento effettivo: si tratta di uno dei «nuovi bisogni sociali».
Maria Teresa Pontara Pederiva, Settimana news
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