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L’amore coniugale secondo Dio


Nel matrimonio c’è la presenza di Dio – ciò che Dio ha congiunto – ma ci sono anche le le tracce, profonde ed ambigua, della presenza, e dunque del peccato, degli uomini.
Il peccato è origine di quella durezza di cuore che Gesù denuncia (Cfr Mt 19,8a) e che ci impedisce di vedere la presenza di una realtà divina nella congiunzione del maschio/uomo con la femmina/donna; nel non vedervi una realtà che viene dall’archetipo e quindi da Dio stesso, che li ha tratti dal proprio principio, fino a pervenire a ritenere tale realtà come qualcosa che l’uomo e la donna intendono gestire da soli e a proprio piacere, sganciati da quell’archetipo che li sostiene.
La durezza del cuore umano, non vede o non vuole vedere la bontà originaria della congiunzione uomo-donna né la considera partecipativa della vita e della realtà di Dio stesso. Non conosce e non ammette la bontà della relazione: né tra uomo e donna né tra loro e Dio.
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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L’amore coniugale secondo la società

Nel giro degli ultimi cinquant’anni i matrimoni in Italia (civili e religiosi) si sono dimezzati passando da 400mila a meno della metà.
Infatti, una caratteristica del nostro tempo è la paura del definitivo e delle irreversibile. Parlare del presente e dell’impegno indissolubile incute sgomento. Essendo l’uomo un essere fallibile, come può fare scelte infallibili e indiscutibili?
Questa idea di reversibilità serpeggia trasversalmente in tutti i gruppi sociali e quindi anche nei gruppi cattolici. È un modo di pensare nuovo. Un tempo c’erano un mestiere fisso, un coniuge fisso, una religione unica, una idea precisa.
Se da un lato non dobbiamo pensare moralisticamente al disimpegno dei singoli, dall’altro dobbiamo ricordare che “un amore costruito sulla Parola del Signore è come una casa costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla”, perché nella fede, “il Signore ci rende capaci di amare come Lui ama, e ci dà una forza nuova di amare che è il Suo stesso amore” (Giordano Muraro).
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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L’amore coniugale


L’innamoramento è sicuramente un’esperienza positiva e necessaria, è la grande spinta che porta l’io a uscire da sé per incontrare l’altro.
Quando si è innamorati sembra di essere arrivati, sembra che non ci sia bisogno di altra evoluzione o costruzione.
Invece l’amore è il passaggio dalla fusione alla relazione. Questo passaggio è possibile quando si discioglie parzialmente o totalmente l’innamoramento, o quel tipo di innamoramento. Solo così può nascere l’amore. Molti vedono questo scioglimento come la fine dell’amore, e invece può esserne l’inizio.
Troppo poco si è fatto in campo educativo per svelare questa differenza e così si sono creati disagi nelle persone e nelle coppie. Non si è mai detto sufficientemente che l’amore non è tanto sentire delle emozioni, ma è promuovere sé stessi e l’altro, che è una realtà da costruire e da far crescere nell’ascolto, nel confronto, nell’analisi dei propri atteggiamenti, nella pulizia dei propri affetti.
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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L’amore coniugale


E’ stato spedito il numero di marzo della rivista Gruppi Famiglia. Ci auguriamo che la possiate ricevere tutti entro fine mese.
Vi anticipiamo alcuni passaggi tratti dal primo degli articoli sul tema dell’amore coniugale.
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L’innamoramento è sicuramente un’esperienza positiva e necessaria, è la grande spinta che porta l’io a uscire da sé per incontrare l’altro. Capita però che, se le persone scambiano la fascinazione nei confronti dell’altro per un vero innamoramento, la “storia” abbia breve durata.
Quando si è innamorati sembra di essere arrivati, sembra che non ci sia bisogno di altra evoluzione o costruzione. L’amore, al contrario, è la ripresa dei propri confini e dei confini dell’altro. È il passaggio dalla fusione alla relazione. Questo passaggio è possibile quando si discioglie parzialmente o totalmente l’innamoramento, o quel tipo di innamoramento. Solo così può nascere l’amore. Molti vedono questo scioglimento come la fine dell’amore, e invece può esserne l’inizio.
L’istituzione matrimoniale, da quando si è diffuso l’amore romantico, è stata sempre criticata e derisa, come quando si afferma che è “tomba dell’amore”.
In realtà, più che ‘tomba dell’amore’, il matrimonio è chiamato a diventare, attraverso l’umanizzazione della sessualità che si attua al suo interno, ‘tomba dell’amore selvaggio’, dell’amore cioè che si esprime come semplice soddisfacimento degli impulsi sessuali.
L’amore fedele non è un eroismo, né una sfida, ma una paziente e tenace applicazione. Attraverso la fedeltà prende avvio quell’azione d’amore che di continuo crea l’altro come si crea un’opera. Naturalmente tutto ciò diventa comprensibile se appena si riesce a concepire l’amore non come uno stato, qual è per esempio la condizione dell’innamorato, ma come un atto che, invece di divinizzare il desiderio e la sua incontenibile brama che consuma la vita, sta alla parola data e, a partire dalla fedeltà al patto, prende a costruire scenari d’amore.
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Volete ricevere una copia della rivista? Richiedetela a formazionefamiglia@libero.it. Ve la invieremo gratuitamente.

 

L’ Amore o l’amore?


Immaginate di far naufragio, domandatevi se sapete che oggetto salverebbe la persona che amate? Quale ricordo della sua vita vorrebbe ascoltare? Quali sono la sua ferita e la sua gioia più grandi? Per cosa dovreste soprattutto chiedere perdono o dire grazie? In cosa è diventato migliore o peggiore grazie a voi? Scrivete le risposte e mettetele dentro la Scatola della reciprocità: leggetevele ad alta voce, in un a tu per tu calmo, senza distrazioni. Allora sarà evidente che amare non è una reazione, ma un’ azione: è il legame a fare l’ amore e non l’ amore a fare il legame.
L’Amore affonda come il Titanic, che colò a picco proprio per la sua pretesa invincibilità, l’ eccesso dei sistemi di sicurezza aveva reso l’ equipaggio superficiale nel controllo della rotta di navigazione: non videro o non «vollero» vedere l’ iceberg che spezzò il cuore alla nave. Solo l’ amore con la minuscola – quotidiano, faticoso, bellissimo, difficile, creativo, stanco, sorridente, aperto alla vita – è una nave guidata da due capitani attenti l’ uno all’altro, senza paura dell’ alto mare e delle sue sorprese, una nave che arriva in porto perché è in porto ovunque.
Alessandro D’Avenia, Corsera, 4 marzo 2019

Amore: una parola sfigurata


La parola «amore» (o il verbo «amare») compaiono sempre più spesso nella cronaca.
«L’ho fatto per amore», dicono gli assassini di mogli, compagne, fidanzate. «Io la amo», dicono gli stalker. «Ho sottratto mio figlio a suo padre (o a sua madre) perché lo amo», dice il genitore che ha rapito il figlio portandolo all’estero. «Non faccio incontrare mio figlio con suo padre (o con sua madre) perché lo amo e, se lo incontra, sta male», spiega il genitore che non rispetta l’affido condiviso.
«Ho donato il mio utero per amore», dicono le donne che partoriscono il figlio biologico della sorella o della figlia o della amica. «È un gesto d’amore», dicono le donne che hanno affittato con regolare contratto il loro utero per partorire un figlio consegnato a sconosciuti, che hanno pagato loro tutte le spese e forse di più.
«L’ho fatto nascere per amore dell’altro mio figlio malato», dicono i genitori che concepiscono un secondo figlio, per poter disporre del suo patrimonio genetico.
La parola «amore» sta diventando un contenitore vuoto che ciascuno è autorizzato a riempire come gli fa più comodo, il suo significato è diventato opaco.
Il suo spettro di contenuto si è allargato in tutte le direzioni.
La parola «amore» è sempre meno una parola.
Sta diventando, io credo, uno strumento.
Lo strumento principale per garantirsi una giustificazione morale, capace di garantire la liceità di ogni comportamento.
Serve per controllare e per agire senza controlli. Impunemente.
Perché accettiamo che la parola, e dunque il concetto di «amore», vengano sottoposti a un simile abuso?
Penso, magari sbaglio, che la ragione abbia a che fare con la necessità umana di disporre di un apparato di riferimento morale. La cultura contemporanea, si dedica raramente a elaborare teorie morali, ma crea continuamente nuovi comportamenti. Agisce prima di teorizzare.
E l’evoluzione del progresso scientifico sta avendo una accelerazione imprevista e travolgente.
A posteriori, la parola «amore» diventa, nella società in cui ci troviamo a vivere, un passepartout suscettibile di essere applicato a qualunque comportamento. Poiché è in assoluto la più potente delle parole di cui disponiamo, la parola fondante della civiltà e delle religioni, ci ammutolisce. E ci toglie la capacità di distinguere. Nel preciso momento in cui la parola «amore» viene associata a un qualunque comportamento, noi accettiamo che venga azzerato il nostro giudizio.
Nessuna replica è possibile. Perché la parola «amore» è diventata l’epitome della Morale. È, lei stessa, «la Morale».
A me sembra che invece la parola «amore» sia diventata un bene di consumo. E un’arma. Per manipolarci.
Antonella Boralevi, La Stampa, 19 ottobre 2018
Per conoscere l’autrice: https://www.antonellaboralevi.it/

Per tutta la vita


Oggi non siamo più abituati a qualcosa che realmente dura per tutta la vita. Se ho un lavoro, so che potrei perderlo contro la mia volontà o che potrei dover scegliere una carriera diversa. È difficile persino star dietro al mondo, in quanto tutto intorno a noi cambia, le persone vanno e vengono nelle nostre vite, le promesse vengono fatte ma spesso sono infrante o lasciate incompiute.
L’attuale contesto rende tutti prigionieri della cultura del provvisorio, dell’effimero, una cultura che aggredisce le radici stesse dei nostri processi di maturazione, della nostra crescita nella speranza e nell’amore.
Ma nell’amore non c’è il provvisorio – questo si chiama entusiasmo, incantamento – ma l’amore è definitivo, è la metà dell’arancia, tu sei la mia metà, tutto per tutta la vita.
Papa Francesco, sabato 25 agosto 2018
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