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Giovani e cristianesimo di appartenenza


La preoccupazione del cristianesimo di appartenenza consiste nell’essere attraenti sul mercato dei bisogni religiosi dell’io – il primissimo è quello di sentirsi valorizzati da Dio e dalla comunità delle persone di valore che sono i credenti. Questo cristianesimo, in passato, vendeva credenze (oggi meno attraenti sul mercato del religioso); oggi vende valori (più facili da negoziare) e riti (che non passano di moda).
Così molti genitori vendono un po’ di credenza narcisistica, in se stessi o in Dio, un Dio che ha dato buona prova di sé… poiché si crede ancora in lui. E se appena i giovani trovano la faglia di questo narcisismo degli adulti (insegnanti o genitori), ne consegue un certo rifiuto.
Certi giovani che seguono ancora i “riti di passaggio” cristiani (come la “La fede, prima comunione” o la “professione di fede”) capiscono molto velocemente che i loro genitori vorrebbero vendere loro l’appartenenza religiosa, mentre essi hanno capito da molto tempo che il denaro o il successo soddisfano in modo molto più sicuro il bisogno narcisistico rispetto alla preghiera o alla partecipazione alla messa…
Dominique Collin, Il cristianesimo non esiste ancora, Queriniana 2020

Cristo troverà ancora la fede?


Lo Stato non avrà bisogno di demolire le chiese e di gettare i cristiani nei Gulag: la semplice emarginazione sociale ed economica sarà sufficiente a far sì che la maggior parte dei cristiani si arrenda.
Alcuni abbandoneranno la fede, altri creeranno per sé una nuova versione eretica della fede in piena sintonia con l’ideologia del regime. Questo sta già accadendo, perciò non sembrerà una cosa nuova.
In alcune diocesi cattoliche americane sulle chiese sventolano bandiere dei gay pride, e anche all’interno di circoli dottrinali conservatori alcuni credenti accusano di razzismo altri credenti perché questi ultimi non sostengono al 100 per cento il movimento Black Lives Matter.
Un professore cattolico mio amico mi dice che nella sua università cattolica alcuni studenti hanno paura di dire qualunque cosa che contraddica l’ideologia progressista per paura che tutti i loro amici li denuncino e li abbandonino.
Questo è il clima culturale dell’America di oggi, e questa è la ragione per cui sono sicuro che la maggior parte dei cristiani americani si arrenderà piuttosto che patire disagi per la propria fede.
Uno dei dissidenti di cui ho scritto, il pastore luterano Richard Wurmbrand, che è stato torturato nelle prigioni romene per la sua fede, una volta ha posto questa domanda: «Se foste processati per il fatto che siete cristiani, ci sarebbero abbastanza prove per condannarvi?».
Rod Dreher
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Gente di poca fede


L’Italia, «cuore» della cristianità, è un Paese «incerto e stanco di Dio». Gli italiani appaiono «gente di poca fede», sempre più indifferenti agli appuntamenti liturgici settimanali della Chiesa cattolica, che ha «perso centralità» nella vita di tutti i giorni. Credono di meno e praticano di meno. Solo un quinto partecipa regolarmente ai riti, mentre un terzo non ci va mai. Tuttavia, nonostante numeri da declino drastico e indiscutibile, il sentimento religioso «resta vivace nella nazione».
Sono dati e paradossi illustrati dal sociologo Franco Garelli, che ha condotto un’indagine nazionale (finanziata dalla Conferenza episcopale italiana) nello scenario religioso, definito «in grande movimento», in cui crescono l’ateismo e l’agnosticismo non solo tra i giovani, aumentano i seguaci di altre fedi e culture, si moltiplicano «nuove domande e percorsi spirituali».
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Gente di poca fede


Negli anni Novanta poco meno della metà dei cittadini del Belpaese ogni giorno ricavava qualche minuto per una preghiera personale: nel 2017 a malapena uno su quattro. Uno su venti pensava che in Dio credessero solo le persone più ingenue e illuse; oggi è l’idea del 23%. Il trend di chi non si riconosce in alcuna fede è un più 30%, che equivale a un quarto della popolazione, mentre è diminuita dall’80% al 65% la percentuale di chi ritiene che la religione sia determinante per trovare il senso della vita. Dio esiste? Oggi risponde no un terzo degli italiani, alla fine del secolo scorso era il 10%, la cifra è triplicata. Il motivo principale? «Se davvero esistesse un dio, non permetterebbe la diffusione del male, delle tragedie, delle calamità e delle ingiustizie nel mondo». E poi ancora altri dati, superiori al recente passato, che evidenziano una certa paura del futuro e un ritorno al pensiero di una presenza del maligno nelle pieghe della storia e dell’esistenza contemporanea.
Luca Rolandi
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Gente di poca fede

È un titolo suggestivo, ma bifronte, che si applica a ciò che succede nella maggioranza della popolazione. Da un lato, segnala la stanchezza religiosa che da tempo sta vivendo il cattolicesimo nel nostro paese, visto che ancor oggi molti italiani non spezzano il legame con la “casa madre” (e la tradizione) pur standosene perlopiù ai margini. Dall’altro, richiama il detto di Gesù che la fede debole è un tratto dell’umano di ogni epoca, per la difficoltà di tutti (avvertita anche dai cristiani più virtuosi) di rapportarsi a un grande messaggio religioso.
Quindi, “gente di poca fede” non è uno stigma, quanto la presa d’atto che – per molti – la modernità avanzata non ha sradicato i riferimenti religiosi, ma li ha resi più fragili e incerti. Una fragilità che si confronta giorno dopo giorno sia con la presenza dinamica di nuove fedi e culture, giunte a noi attraverso la rete e le migrazioni; sia con il diffondersi nel paese delle posizioni ateo-agnostiche.
Franco Garelli
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L’amore coniugale secondo la società

Nel giro degli ultimi cinquant’anni i matrimoni in Italia (civili e religiosi) si sono dimezzati passando da 400mila a meno della metà.
Infatti, una caratteristica del nostro tempo è la paura del definitivo e delle irreversibile. Parlare del presente e dell’impegno indissolubile incute sgomento. Essendo l’uomo un essere fallibile, come può fare scelte infallibili e indiscutibili?
Questa idea di reversibilità serpeggia trasversalmente in tutti i gruppi sociali e quindi anche nei gruppi cattolici. È un modo di pensare nuovo. Un tempo c’erano un mestiere fisso, un coniuge fisso, una religione unica, una idea precisa.
Se da un lato non dobbiamo pensare moralisticamente al disimpegno dei singoli, dall’altro dobbiamo ricordare che “un amore costruito sulla Parola del Signore è come una casa costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla”, perché nella fede, “il Signore ci rende capaci di amare come Lui ama, e ci dà una forza nuova di amare che è il Suo stesso amore” (Giordano Muraro).
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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Trasmettere la fede


Prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi genitori. E questo si fa a casa. Perché la fede sempre va trasmessa “in dialetto”: il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa.
Questo è il vostro compito: trasmettere la fede con l’esempio, con le parole, insegnando a fare il segno della Croce. Questo è importante. Vedete, ci sono bambini che non sanno farsi il segno della Croce. “Fai il segno della Croce”: e fanno una cosa così, che non si capisce cosa sia. Per prima cosa, insegnate loro questo.
Ma l’importante è trasmettere la fede con la vostra vita di fede: che vedano l’amore dei coniugi, che vedano la pace della casa, che vedano che Gesù è lì. E mi permetto un consiglio – scusatemi, ma io vi consiglio questo –: non litigate mai davanti ai bambini, mai. È normale che gli sposi litighino, è normale. Sarebbe strano il contrario. Fatelo, ma che loro non sentano, che loro non vedano. Voi non sapete l’angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori. Questo, mi permetto, è un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede. È brutto litigare? Non sempre, ma è normale, è normale. Però che i bambini non vedano, non sentano, per l’angoscia.
Papa Francesco, 13 gennaio 2019

La conversione di Gesù

Gesù non è soltanto l’Unigenito del Padre, è anche figlio di Israele.
L’idea che Israele coltiva è che JHWH porterà tutti gli uomini a convertirsi all’ebraismo (Is 56,6-7) perché solo in Israele c’è la salvezza.
Questa idea è condivisa da Gesù che, per questo, risponde in modo così duro alle suppliche della donna cananea (Mt 15,21-28). E’ solo la fede della donna che fa cambiare idea a Gesù, lo “converte” al disegno universale di salvezza del Padre.
Qual è la morale che possiamo trarre da questo episodio?
Non è l’obbedienza alla pratica religiosa che ci salva ma solo la fede.
Se trasmettiamo ai nostri figli solo l’obbedienza alle pratiche, la nostra religiosità, ma non testimoniamo la nostra fede non stupiamoci se i nostri figli sceglieranno altre strade, non stupiamoci se le nostre chiese saranno sempre più vuote.
Don Angelo Bianchi, commento alla XX domenica del tempo ordinario (anno A), sintesi della Redazione

Cosmologia e escatologia

Quali sfide giungono alla fede da parte della scienza? Quali sfide giungono alla scienza da parte della fede? Può la scienza interpellare davvero le verità di fede avanzando delle pretese conoscitive ultime e definitive? Può essa conoscere in maniera conclusiva la realtà, tanto da porsi frontalmente in relazione alla visione teologica del mondo?
Ebbene, sono convinto che proprio il questionare intorno al futuro dell’universo sia il punto in cui sia possibile provare a dare una risposta plausibile e sensata a questi – e ad altri – interrogativi.
Nel porsi queste domande la scienza fa i conti con la propria ignoranza, perché una scienza che spiega solo il 5% di ciò che osserva non può essere dichiarata matura. Al contrario, si tratta proprio di una “scienza giovane” che deve impegnarsi ancora molto nella ricerca degli elementi fondamentali necessari per la comprensione dell’universo, della sua origine, della sua evoluzione, del suo destino.
Da parte sua, la teologia nel suo confronto con la scienza impara a formulare in maniera più accorta il suo pensiero della fine, mantenendosi a una prudente distanza dalla tentazione che nel passato l’aveva colpita, ovvero quella di trasformarsi in una sorta di reportage anticipato degli eventi finali dell’esistenza dell’uomo e della storia dell’universo, una vera e propria finestra aperta sull’aldilà e sugli eventi conclusivi del cosmo creato.
Francesco Brancato intervistato da Michela Nicolais per SIR
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Sinodo dei giovani

In vista della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si terrà nell’ottobre del 2018, la segreteria generale del Sinodo invita i giovani di tutto il mondo fra i 16 e i 29 anni a compilare un apposito questionario:
https://survey-synod2018.glauco.it/limesurvey/index.php/147718
L’iniziativa darà loro l’opportunità di farsi sentire, di esprimersi, di raccontare quello che sono e ciò che vogliono far sapere di se, partecipando così in prima persona al cammino di preparazione del Sinodo. Il questionario permetterà di raccogliere molteplici spunti forniti dai diretti interessati, al fine di raccoglierne il punto di vista e permettere una più adatta riflessione sulla proposta che la Chiesa dovrà offrire loro negli anni a venire. Le risposte dovranno essere inviate entro il 30 novembre 2017.