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Al centro la Parola


“Stabilisco” che “la III domenica del tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio”. Lo scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica in forma di Motu Proprio “Aperuit illis”, emanata oggi, memoria liturgica di san Girolamo. Il Pontefice ricorda che a conclusione del Giubileo della misericordia aveva indicato l’idea di “una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio”, e il Motu Proprio odierno è la risposta alle tante richieste giunte “da parte del popolo di Dio, perché in tutta la Chiesa si possa celebrare in unità di intenti la Domenica della Parola di Dio”. La domenica prescelta, la terza del tempo ordinario, non è un tempo qualsiasi ma, precisa Francesco, si colloca “in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani”. Non “una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida”. Dal Papa l’invito alle comunità a “vivere questa Domenica come un giorno solenne” intronizzando il testo sacro. In questa domenica i vescovi potranno celebrare il rito del lettorato. Fondamentale, sottolinea il Pontefice, che “si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata” mentre i parroci potranno trovare forme per la consegna della Bibbia, o di un suo libro, a tutta l’assemblea.
Fonte: SIR

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La rosa di Lutero


“Chi è fedele in cose di poco conto [quelle di questo mondo], è fedele anche in cose importanti [le cose di Dio, la vita eterna]” Lc 16,10

Questo versetto è ben rappresentato dalla “rosa di Lutero” che l’autore descrive così: “Prima dev’esserci una croce: nera nel cuore, che ha il suo colore naturale, affinché io mi ricordi che la fede nel Crocifisso ci rende beati. Poiché il giusto vivrà per fede, per la fede nel Crocifisso. Ma il cuore deve trovarsi al centro di una rosa bianca, per indicare che la fede dà gioia, consolazione e pace; perciò la rosa dev’essere bianca e non rossa, perché il bianco è il colore degli spiriti e di tutti gli angeli. La rosa è in campo celeste, che sta per la gioia futura. Il campo è circondato da un anello d’oro, per indicare che tale beatitudine in cielo è eterna e che non ha fine e che è anche più eccellente di tutte le gioie e i beni, così come l’oro è il minerale  più pregiato, nobile ed eccellente. Martin Lutero”.

Cristiani di appartenenza

Ora che la campagna elettorale (forse) è finita, vorrei fare una breve considerazione su un certo modo di esprimere la propria “fede”.
Questo sventolare di rosari, invocazioni mariane, ha infastidito parecchi cattolici, quelli che cercano di vivere in coerenza con il Vangelo.
Però non era a loro che il messaggio era rivolto, ma ai cristiani di “appartenenza”, coloro che sono tali solo perché sono nati in Italia, sono stati introdotti alla fede in un certo modo, fatto di comandamenti, preghiere, invocazioni e rosari, e la vivono in modo molto “tradizionale”.
A questi cristiani il messaggio è giunto “forte e chiaro”, e lo hanno in gran parte condiviso.
Franco Rosada

Gesù e l’adultera


Vi siete mai presi la briga di andare a guardare che cosa dice, l’antica legge, sul caso delle adultere? Dice che vanno lapidate, ma rinvia a un altro passaggio la regolamentazione di come vada eseguita la sentenza di morte. E nel diciassettesimo capitolo del Deuteronomio, Mosè prescrive che a iniziare la lapidazione debbano essere i testimoni del peccato. Almeno due. I due, almeno, testimoni del peccato, sono coloro che hanno la responsabilità e il diritto esclusivo di dare inizio alla lapidazione, poi seguiti da tutto il resto della gente. E Gesù, su questo punto, visto che insistevano, si rialza e gliela ribalta :”Voi avete letto e citato la legge di Mosè solo a metà, e allora Io vi ricordo l’altra parte. Certo! Una donna colta in adulterio andrebbe lapidata, ma la legge continua dicendo che possono iniziare la lapidazione solo i testimoni”.
Ora ci sono due modi di essere presenti a un peccato: o come testimoni o come complici. Solo chi non c’entra niente con la colpa di chi ha davanti è un testimone perché se c’entra un po’ è un complice. E la scrittura non gli dà la facoltà di iniziare la lapidazione
don Alessio Geretti, dal commento a Gv 8, 3-11
Per leggere l’intera riflessione clicca qui!

Il pane che non manca mai


I due brani della XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) hanno molti punti di contatto.
Nel primo, tratto dal ciclo del profeta Eliseo (2Re 4,42-44), un uomo porta al profeta venti pani d’orzo da offrire a Jhwh, ma l’uomo di Dio decide diversamente: servono per cibare le cento persone che lo seguivano.
I pani sono pochi ma bastano per sfamare tutti, e se ne avanza.
Il secondo brano, la moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-15), è molto simile ma con una differenza di fondo: la generosità dell’offerente.
Qui non c’è nessuna offerta a Jhwh da fare, c’è una grande folla che Gesù vuole sfamare e un ragazzo, del gruppo dei discepoli, mette a disposizione ciò che ha con sé: cinque pani e due pesci.
Grazie alla sua generosità, il Maestro moltiplica il dono e sfama tutti.
Possiamo essere tentati di dire che questo è il più grande miracolo di Gesù, ma non è vero.
Il vero miracolo è quello che si rinnova ad ogni Eucarestia, con Cristo che si fa pane e bevanda per ciascuno di noi.
È questo il vero cibo che ci “nutre” e che non viene mai meno.
Sintesi dall’omelia di don Angelo Bianchi

C’erano anche alcune donne


C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano [il Crocifisso], che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea (Mc 15,40-41).

La donna rappresenta la verità profonda dell’uomo proprio per le sue qualità “deboli”, che la rendono simile a Dio: amore umile, accogliente, servizievole, compassionevole e fecondo. Le cosiddette qualità forti sono il fallimento dell’uomo. L’egoismo, l’orgoglio, il potere, il dominio, la durezza chiudono nella sterilità della solitudine. Sono l’inferno. “Chi non diventa donna non entrerà nel regno dei cieli”, si potrebbe dire, rifacendo il verso al finale del vangelo apocrifo di Tommaso. Il centurione che crocifigge ed è cosciente di dare morte, rappresenta il punto di arrivo della nostra parte forte, che scopre la propria debolezza.
Silvano Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo, Ancora

I 5 anni di papa Francesco


La fatica più grande cui ci chiama Francesco non è su un contenuto o su un obiettivo, ma sulla nostra immagine di battezzati.
Avete presente quel «balzo innanzi, verso una formazione delle coscienze» profetizzato da Giovanni XXIII e deciso a Vaticano II? E stato annunciato, è stato studiato, ora tocca praticarlo. Francesco fa la sua parte. II problema è che così ci smaschera tutti.
Quando il cattolicesimo si sentì minacciato nella sua esistenza, il Papa «infallibile» divenne una pietra cui reggersi, uno scudo alle intemperie. Il cattolico sapeva di essere prima di qualsiasi altra definizione «l’obbediente al Papa» e pazienza se il prezzo era diventare nemici della libertà (di religione, di stampa…) oltre che del mondo.
In un’epoca come l’attuale che costringe a ripensare ciò che sembrava immutabile, un Papa severo con idee chiare disincaglierebbe i suoi dalle lentezze dei dubbi e offrirebbe obiettivi chiari cui uniformare la vita: alla sua ombra si riceverebbe un’identità sicura e pazienza se si sacrificherebbe la complessità del reale, ad esempio nelle sfere della sessualità o della politica.
Francesco, Invece, ha ribadito che non è compito del magistero decidere tutto (Amoris laetitia 3) e che la Chiesa si dà in un poliedro, non in un’uniformità (Evangelii gaudium 236). Ora, se il Papa non ha tutte lo risposte, tocca cercarle insieme e reggere la fatica di trovarne plurali.
Siamo pur sempre battezzati! Per questo Francesco tratta i collaboratori come adulti con cui scontrarsi e decidere, non come bambini cui dire «bravo» o dare bacchettate.
Così facendo, però, ci costringe a guardare cosa ci aspettiamo dai nostri fratelli, come viviamo i conflitti, come ci vestiamo e salutiamo, di cosa siamo capaci di scusarci. La fatica cui ci chiama Francesco è quella della conversione. E faticoso, certo, ma perché invece il Vangelo no?
Marco Ronconi, Jesus, marzo 2018