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Cristiani di appartenenza

Ora che la campagna elettorale (forse) è finita, vorrei fare una breve considerazione su un certo modo di esprimere la propria “fede”.
Questo sventolare di rosari, invocazioni mariane, ha infastidito parecchi cattolici, quelli che cercano di vivere in coerenza con il Vangelo.
Però non era a loro che il messaggio era rivolto, ma ai cristiani di “appartenenza”, coloro che sono tali solo perché sono nati in Italia, sono stati introdotti alla fede in un certo modo, fatto di comandamenti, preghiere, invocazioni e rosari, e la vivono in modo molto “tradizionale”.
A questi cristiani il messaggio è giunto “forte e chiaro”, e lo hanno in gran parte condiviso.
Franco Rosada

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Gesù e l’adultera


Vi siete mai presi la briga di andare a guardare che cosa dice, l’antica legge, sul caso delle adultere? Dice che vanno lapidate, ma rinvia a un altro passaggio la regolamentazione di come vada eseguita la sentenza di morte. E nel diciassettesimo capitolo del Deuteronomio, Mosè prescrive che a iniziare la lapidazione debbano essere i testimoni del peccato. Almeno due. I due, almeno, testimoni del peccato, sono coloro che hanno la responsabilità e il diritto esclusivo di dare inizio alla lapidazione, poi seguiti da tutto il resto della gente. E Gesù, su questo punto, visto che insistevano, si rialza e gliela ribalta :”Voi avete letto e citato la legge di Mosè solo a metà, e allora Io vi ricordo l’altra parte. Certo! Una donna colta in adulterio andrebbe lapidata, ma la legge continua dicendo che possono iniziare la lapidazione solo i testimoni”.
Ora ci sono due modi di essere presenti a un peccato: o come testimoni o come complici. Solo chi non c’entra niente con la colpa di chi ha davanti è un testimone perché se c’entra un po’ è un complice. E la scrittura non gli dà la facoltà di iniziare la lapidazione
don Alessio Geretti, dal commento a Gv 8, 3-11
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Il pane che non manca mai


I due brani della XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) hanno molti punti di contatto.
Nel primo, tratto dal ciclo del profeta Eliseo (2Re 4,42-44), un uomo porta al profeta venti pani d’orzo da offrire a Jhwh, ma l’uomo di Dio decide diversamente: servono per cibare le cento persone che lo seguivano.
I pani sono pochi ma bastano per sfamare tutti, e se ne avanza.
Il secondo brano, la moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-15), è molto simile ma con una differenza di fondo: la generosità dell’offerente.
Qui non c’è nessuna offerta a Jhwh da fare, c’è una grande folla che Gesù vuole sfamare e un ragazzo, del gruppo dei discepoli, mette a disposizione ciò che ha con sé: cinque pani e due pesci.
Grazie alla sua generosità, il Maestro moltiplica il dono e sfama tutti.
Possiamo essere tentati di dire che questo è il più grande miracolo di Gesù, ma non è vero.
Il vero miracolo è quello che si rinnova ad ogni Eucarestia, con Cristo che si fa pane e bevanda per ciascuno di noi.
È questo il vero cibo che ci “nutre” e che non viene mai meno.
Sintesi dall’omelia di don Angelo Bianchi

C’erano anche alcune donne


C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano [il Crocifisso], che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea (Mc 15,40-41).

La donna rappresenta la verità profonda dell’uomo proprio per le sue qualità “deboli”, che la rendono simile a Dio: amore umile, accogliente, servizievole, compassionevole e fecondo. Le cosiddette qualità forti sono il fallimento dell’uomo. L’egoismo, l’orgoglio, il potere, il dominio, la durezza chiudono nella sterilità della solitudine. Sono l’inferno. “Chi non diventa donna non entrerà nel regno dei cieli”, si potrebbe dire, rifacendo il verso al finale del vangelo apocrifo di Tommaso. Il centurione che crocifigge ed è cosciente di dare morte, rappresenta il punto di arrivo della nostra parte forte, che scopre la propria debolezza.
Silvano Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo, Ancora

I 5 anni di papa Francesco


La fatica più grande cui ci chiama Francesco non è su un contenuto o su un obiettivo, ma sulla nostra immagine di battezzati.
Avete presente quel «balzo innanzi, verso una formazione delle coscienze» profetizzato da Giovanni XXIII e deciso a Vaticano II? E stato annunciato, è stato studiato, ora tocca praticarlo. Francesco fa la sua parte. II problema è che così ci smaschera tutti.
Quando il cattolicesimo si sentì minacciato nella sua esistenza, il Papa «infallibile» divenne una pietra cui reggersi, uno scudo alle intemperie. Il cattolico sapeva di essere prima di qualsiasi altra definizione «l’obbediente al Papa» e pazienza se il prezzo era diventare nemici della libertà (di religione, di stampa…) oltre che del mondo.
In un’epoca come l’attuale che costringe a ripensare ciò che sembrava immutabile, un Papa severo con idee chiare disincaglierebbe i suoi dalle lentezze dei dubbi e offrirebbe obiettivi chiari cui uniformare la vita: alla sua ombra si riceverebbe un’identità sicura e pazienza se si sacrificherebbe la complessità del reale, ad esempio nelle sfere della sessualità o della politica.
Francesco, Invece, ha ribadito che non è compito del magistero decidere tutto (Amoris laetitia 3) e che la Chiesa si dà in un poliedro, non in un’uniformità (Evangelii gaudium 236). Ora, se il Papa non ha tutte lo risposte, tocca cercarle insieme e reggere la fatica di trovarne plurali.
Siamo pur sempre battezzati! Per questo Francesco tratta i collaboratori come adulti con cui scontrarsi e decidere, non come bambini cui dire «bravo» o dare bacchettate.
Così facendo, però, ci costringe a guardare cosa ci aspettiamo dai nostri fratelli, come viviamo i conflitti, come ci vestiamo e salutiamo, di cosa siamo capaci di scusarci. La fatica cui ci chiama Francesco è quella della conversione. E faticoso, certo, ma perché invece il Vangelo no?
Marco Ronconi, Jesus, marzo 2018

Perdonare

A volte abbiamo in mente l’immagine di un Dio il cui perdono sarebbe condizionato dai perdoni umani: Dio mi perdonerebbe solo a condizione che io abbia perdonato agli altri.
I suoi sostenitori credono di poterlo giustificare appellandosi alle parole del Padre Nostro: ‘rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori’.
Una certa tradizione cristiana ha perduto il messaggio originale del Vangelo: dal concetto del perdono gratuito di Dio si è a poco a poco scivolati verso quello di un perdono-ricompensa dei propri perdoni.
In questo modo, il perdono avrebbe la forma di un sottile mercanteggiamento tra Dio e gli uomini.
L’idea di un Dio che non dà niente per niente si combina male con la sua misericordia infinita.
Per uscire da questa strada senza uscita va tenuto ben presente che Dio mantiene in ogni momento l’iniziativa del perdono, così come è l’unico a poter prendere l’iniziativa dell’amore.
Poi va ricordato che il perdono e prima di tutto il frutto di una conversione del cuore, che può essere spontanea e immediata in certi casi, ma normalmente nasce, matura e si evolve durante un periodo di tempo più o meno lungo.
Per capire bene chi è il vero Dio del Perdono, si guardi a come Gesù si è comportato con i ‘peccatori’.
Egli non ostenta nei loro confronti un atteggiamento altero, moralistico o sprezzante, ma si fa semplice, umile e comprensivo.
Prende l’iniziativa di andare a trovare le persone che sono prigioniere delle proprie colpe.
Poi le valorizza mettendosi in condizione di poter ricevere qualcosa da loro, come per la samaritana, Zaccheo, Maria Maddalena.
Jean Monbourquette, L’arte di perdonare, Edizioni Paoline, Milano 2015.
(Un’anticipazione del numero di settembre della rivista Gruppi Famiglia)

Don Milani e papa Francesco

«La mia vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al vescovo scrisse: “Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…”».
Francesco ha riconosciuto che dal cardinale Silvano Piovanelli, «di cara memoria, in poi gli arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa».
Andrea Tornielli, Vatican inside
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