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A cosa serve la teologia?


Senza teologia, la nostra fede si ridurrebbe a una forma di pietà,  una pietà senza più alcun senso.
Non possiamo chiedere a un uomo o una donna di buona volontà che cercano il senso della propria vita, di aderire a dei princìpi che non comprendono. Il dramma della nostra epoca è la perdita di senso. Paul Ricœur l’aveva già affermato negli anni Settanta: nel momento in cui disponiamo, sempre di più, di mezzi di comunicazione e di procedure scientifiche – di strumenti, insomma –, stiamo perdendo il senso dei fini.
È proprio nell’assenza di uno scopo e di un significato nell’esistenza che risiede il malessere delle nostre vite. E direi che la grande responsabilità della chiesa, attualmente, è quella di cercare di ridare un senso alla vita. Perché la nostra esistenza non sia un puro susseguirsi di brevi e fugaci istanti felici.
È normale desiderare di essere contenti e di vivere nel miglior modo possibile.
Ma, come ebbe modo di affermare Lévi-Strauss durante una trasmissione televisiva, o il senso è nell’uomo, oppure l’uomo è nel senso. Sono certo che sia vera la seconda ipotesi: l’essere umano vive immerso nel Senso, che non è lui stesso a darsi.
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Reale e virtuale

“L’ibridazione uomo-macchina sta già avvenendo tanto da domandarci: Cosa rende umano un essere umano? Cosa resta dell’umanità? Esiste un limite invalicabile?”.
Sono i quesiti posti questa mattina da Tonino Cantelmi, professore di Cyberpsicologia all’Università Europea di Roma, nel suo intervento al convegno “La Chiesa e la salute mentale. Cultura del provvisorio, scarti e nuovi poveri: il disagio psichico al tempo della tecnoliquidità”…
Per cui, “oggi ci poniamo questa domanda fondamentale: Che cos’è reale e cos’è virtuale?”. Secondo Cantelmi, “per i nostri bambini la distinzione tra reale e virtuale è fittizia, non ha più senso”.
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Lavoro e famiglia

Per secoli i termini famiglia e lavoro hanno rappresentato le due facce della stessa medaglia.
L’attività produttiva, sia quella dei campi sia quella delle botteghe artigianali, ruotava attorno alla famiglia, tanto che tra moglie e marito si realizzava un’autentica intercambiabilità di funzioni sia pure con ruoli diversi.
L’avvento della Rivoluzione industriale muta radicalmente il quadro, introducendo per la prima volta quel principio di separazione tra luoghi di vita familiare e luoghi di vita lavorativa che rimarrà sostanzialmente immutato per oltre due secoli. L’accettazione supina di tale principio, applicato alla famiglia, ha avuto conseguenze nefaste.
La divisione del lavoro, propria della fabbrica, trasferita alla famiglia, porta al risultato che la moglie ‘si specializza’ nello svolgimento dei lavori domestici (perché dimostra di avere un vantaggio comparato rispetto al marito) e il marito ‘si specializza’ nel lavoro extradomestico.
La specializzazione delle funzioni finisce così con il vanificare il principio di complementarità tra uomo e donna.
Non solo, ma l’accoglimento del principio di separazione ha finito con l’avvalorare l’idea secondo cui la famiglia sarebbe il luogo del consumo, mentre l’impresa quello della produzione…
Stefano Zamagni, Avvenire, giovedì 27 luglio 2017
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Non è un paese per donne

Questo non è un Paese per donne. Una su due non lavora (in Sicilia questo dato scende al 27%). L’Italia è uno dei peggiori Paesi per essere una donna lavoratrice. E non ci voleva una ricerca (Ocse) per capirlo. Basta chiedere alle tante italiane che devono conciliare lavoro, amore, cura della famiglia. È un problema di cultura ma anche di politica.
In sostanza ti dicono: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E bisogna pedalare tanto di più di un uomo per avvicinarsi a quel tetto di cristallo che ancora impedisce le pari opportunità. E mentre pedali con fatica devi affrontare salite ripide, come quella dell’amore. Perché ancora pochi uomini sono disposti a fare il tifo per una campionessa. Scatta la competizione che mina la freschezza di un rapporto e anche l’egoismo e l’educazione che impediscono a lui di accettare una equa distribuzione della fatica in questa corsa a due.
In pratica mentre tu pedali in salita lui non rinuncia al motorino. È sempre l’Osce che rivela come le donne in Italia dedichino 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14, il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati.
Maria Corbi, La Stampa 29 gennaio 2017
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Donne e maternità

maternita

Credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare.
La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui giornali femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba).
E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite.
Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità.
Costanza Miriano
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Ieri come oggi

1929

Arriviamo a questo Natale con due angosce nel cuore e vorremmo poterle deporre e guarire davanti al Presepio…
Come si risolverà la crisi economica, che per alcuni di voi è perdita di guadagno e di ricchezza, per molti: disoccupazione, strettezze d’ogni genere, fame?
Cosa vi posso dire? Come uomo, nulla. Al pari di voi sono un albero schiacciato e travolto dalla piena del fiume: polvere della strada, che il vento solleva e disperde. Dal fondo del mio angusto presbiterio, l’unica cosa che vedo è la generale incapacità di vedere giusto e di provvedere sul serio all’incombente catastrofe. (…)
Perché si sta tanto male, oggi? Quasi tutti sono d’accordo nel dire che la colpa è delle barriere. Quali barriere? Tutte: dalle doganali alle nazionali, dalle individuali alle collettive, anche quelle che sembrano giustificate dai sacri egoismi.
Trovata la causa, trovato il rimedio: demoliamo le barriere! Parrebbe una cosa facile, invece, sia perché manchi la volontà o l’animo, nessuno ci si prova, o provandovisi non conclude. Vedo gente che col pretesto di demolire qualche barriera ha finito per innalzarne di nuove e di più gravi. (…) Dove nascono le barriere? Da una prima barriera, che a buon diritto porta il nome di originale: quella che l’uomo ha innalzato tra sé e Dio. Le rimanenti non sono che l’ombra di quella. Non vedendo più Dio, l’uomo non ha più visto neppure il fratello e s’è fatto furbo, padrone, prepotente, nemico. Non vedendo più il Padre, l’uomo ha cercato di diventare provvidenza a se stesso in qualunque modo. (…) Non ascoltate chi vuole dimostrarvi che le barriere sono necessarie e che senza una guerra non si rimette a posto nulla… Guardate il Presepio o il Calvario e troverete la risposta all’incosciente menzogna. E con la risposta, una grande speranza, perché è dal Presepio e dal Calvario che incomincia la Redenzione.
Sentitemi.
Se un giorno fra le trincee fosse passato un bambino, chi avrebbe osato sparare? Fra le trincee costruite dalla nostra cattiveria è passato e passa non soltanto nel giorno di Natale, Gesù, che ha il volto, gli occhi, la grazia incantevole dei nostri bambini.
Chi oserà sparargli contro?”
Primo Mazzolari, predica del Natale 1931

Educare alla parità tra uomo e donna

buona-scuola

Caro direttore,
ho letto con molto interesse il suo intervento del 14 dicembre sulla mia recente nomina a Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, e ho apprezzato l’apertura di credito nei miei confronti…
Non si tratta di abolire le differenze tra donne e uomini, ma di combattere le diseguaglianze. Non c’è nulla di naturale in stereotipi che escludono le donne dalla politica e dal mondo del lavoro. Non c’è nulla di naturale, per esempio, nel fatto che le ragazze siano descritte come inadatte agli studi scientifici, eppure questo stereotipo produce effetti reali: le ragazze si iscrivono troppo poco alle facoltà scientifiche.
La legge 107 punta a rendere centrale l’educazione al rispetto e alla libertà dai pregiudizi, riconoscendo dignità a ogni persona, senza esclusioni, nell’uguaglianza di diritti e responsabilità per tutte e tutti. L’educazione alle pari opportunità, alla prevenzione della violenza, al contrasto delle discriminazioni, se ben intesa, non è destinata a produrre conflitti con le esigenze educative delle famiglie, perché si tratta di iniziative che danno attuazione ai princìpi costituzionali. Inoltre la “Buona Scuola” ha rafforzato gli organi collegiali, coinvolgendo, in modo molto utile e opportuno, genitori e studenti…
Valeria Fedeli, ministro della Pubblica Istruzione
Per leggere tutta la lettera del ministro e la risposta del direttore di Avvenire Marco Tarquinio clicca qui!