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Homo sapiens?


Noi uomini riteniamo di essere la specie migliore per l’uso che facciamo del nostro cervello. Ma per essere migliori dobbiamo dimostrare di saper raggiungere prima delle altre specie l’obiettivo fondamentale, la sopravvivenza della specie.
Ma stiamo andando in questa direzione? Si è calcolato che la vita media di una specie è di circa 5 milioni di anni. L’homo sapiens esiste solo da 300.000 anni; quindi, per raggiungere l’obiettivo, deve durare per oltre 4,7 milioni di anni (se scompare prima avrà provato di essere una specie stupida) e per farlo deve usare al meglio il suo cervello, diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.
Luigi Togliani
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Antropocene


Nell’antropocene voluto da Dio, la rete di comunicazione con la quale l’essere umano ha interamente avvolto il pianeta, e la globalizzazione che ne deriva, verrebbero impiegate per distribuire le risorse laddove è più necessario. Si investirebbe per accrescere in tutti la qualità della vita, ma anche per condividere il pane della cultura, dell’istruzione e della conoscenza, perché comprendere la nostra storia e il ruolo dell’uomo nel cosmo è espressione di una dignità alla quale tutti abbiamo diritto.
In sostanza, nell’antropocene che Dio si attende dall’uomo la scienza sarebbe al servizio dello sviluppo di tutti e l’uomo di scienza, perché sa di più, dovrebbe servire di più… Il mondo in cui viviamo è un mondo in costruzione, un mondo nel quale gli uni influiranno sempre più sugli altri, un mondo in cui saremo sempre più consapevoli di essere tutti in relazione, fra noi e con la natura.
È però indispensabile restare tutti aperti alla relazione più importante, quella con Colui che custodisce in Sé il progetto del mondo e il senso della storia. Solo così le relazioni potranno essere costruite su un fondamento solido, nella carità, nella solidarietà e nel rispetto. «Il presente e il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio», scrive san Paolo ai Corinzi (1Cor 3,21-23). La teologia cristiana è persuasa che in queste poche parole siano contenute tutte le istruzioni per gestire saggiamente la nuova era geologica, se così proprio fosse, che l’essere umano ha ormai inaugurato.
Giuseppe Tanzella-Nitti, Avvenire, sabato 21 maggio 2022

Uomo e donna, la ricerca della complementarietà


Mai come oggi siamo stati vicini alla possibilità di capire la parità di valore tra i sessi, la loro reciprocità nella differenza, eppure mai come oggi ne siamo lontani: nella vita quotidiana l’uomo e la donna sono diventati ancora più nemici e anche là dove la parificazione dei ruoli appare raggiunta il rapporto tra i sessi conosce dei risvolti negativi inattesi, molto lontani dal vero desiderio degli uomini e delle donne reali.
Le donne si sono affrancate dalla soggezione nei confronti del maschio, ma questo ha messo in luce il fatto che il rispetto nei confronti dell’uomo era spesso frutto del timore piuttosto che dell’amore: un rispetto dunque più apparente che reale, che ha lasciato il posto a un senso di superiorità femminile oggi molto diffuso. Gli uomini sono diventati sempre più incerti di sé, confusi e disorientati rispetto al loro valore specifico: molti di loro, sovrastati dalla sicurezza e talvolta dall’atteggiamento svalutante delle loro compagne, cercano di ritrovare il proprio ruolo attraverso atteggiamenti di prepotenza, o al contrario si sottraggono al confronto con atteggiamenti rinunciatari di fragilità e di impotenza.
Anche nel campo dei rapporti affettivi e sessuali, in cui continuano a desiderarsi e a cercarsi, le aspettative reciproche dell’uomo e della donna vanno sempre più spesso deluse perché entrambi conoscono in realtà ancora molto poco la loro profonda differenza in questo campo e non riescono a farne tesoro; non sappiamo davvero cosa possiamo aspettarci l’uno dall’altra, e come possiamo far nascere relazioni costruttive che tengano conto delle nostre diverse caratteristiche. Eppure, i due sessi definiscono se stessi solo nella reciprocità: una donna conosce pienamente se stessa attraverso lo sguardo dell’uomo, così come l’uomo si conosce pienamente nel confronto con la donna.
Mariolina Ceriotti Migliarese; Avvenire, 12 dicembre 2019
Vedi anche della stessa autrice: GF103, donna e madre 

Noi e il mistero


Questa epidemia è volere di Dio e a Lui dobbiamo rivolgerci? Oppure non serve pregare ma solo praticare la carità e confidare nelle nostre forze?
Di fronte ai nostri limiti è la dimensione misterica che siamo chiamati a riscoprire in questi giorni.
Un dimensione presente in noi, divisi come siamo tra la tensione verso l’Alto e la presunzione di bastare a noi stessi, tra fiducia nella scienza e la paura inconfessabile annidata in fondo al cuore.
Una dimensione presente nella Chiesa, che non è solo rito, carità, devozione ma è anche luogo del disvelamento del mistero di Dio; che non è solo certezze, dogmi, ma anche dubbio, oscurità.
Il mistero della Chiesa è Cristo e il suo Vangelo, mai capito, mai fatto nostro del tutto, quando non ignorato o sottovalutato.
Franco Rosada

A cosa serve la teologia?


Senza teologia, la nostra fede si ridurrebbe a una forma di pietà,  una pietà senza più alcun senso.
Non possiamo chiedere a un uomo o una donna di buona volontà che cercano il senso della propria vita, di aderire a dei princìpi che non comprendono. Il dramma della nostra epoca è la perdita di senso. Paul Ricœur l’aveva già affermato negli anni Settanta: nel momento in cui disponiamo, sempre di più, di mezzi di comunicazione e di procedure scientifiche – di strumenti, insomma –, stiamo perdendo il senso dei fini.
È proprio nell’assenza di uno scopo e di un significato nell’esistenza che risiede il malessere delle nostre vite. E direi che la grande responsabilità della chiesa, attualmente, è quella di cercare di ridare un senso alla vita. Perché la nostra esistenza non sia un puro susseguirsi di brevi e fugaci istanti felici.
È normale desiderare di essere contenti e di vivere nel miglior modo possibile.
Ma, come ebbe modo di affermare Lévi-Strauss durante una trasmissione televisiva, o il senso è nell’uomo, oppure l’uomo è nel senso. Sono certo che sia vera la seconda ipotesi: l’essere umano vive immerso nel Senso, che non è lui stesso a darsi.
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Reale e virtuale

“L’ibridazione uomo-macchina sta già avvenendo tanto da domandarci: Cosa rende umano un essere umano? Cosa resta dell’umanità? Esiste un limite invalicabile?”.
Sono i quesiti posti questa mattina da Tonino Cantelmi, professore di Cyberpsicologia all’Università Europea di Roma, nel suo intervento al convegno “La Chiesa e la salute mentale. Cultura del provvisorio, scarti e nuovi poveri: il disagio psichico al tempo della tecnoliquidità”…
Per cui, “oggi ci poniamo questa domanda fondamentale: Che cos’è reale e cos’è virtuale?”. Secondo Cantelmi, “per i nostri bambini la distinzione tra reale e virtuale è fittizia, non ha più senso”.
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Lavoro e famiglia

Per secoli i termini famiglia e lavoro hanno rappresentato le due facce della stessa medaglia.
L’attività produttiva, sia quella dei campi sia quella delle botteghe artigianali, ruotava attorno alla famiglia, tanto che tra moglie e marito si realizzava un’autentica intercambiabilità di funzioni sia pure con ruoli diversi.
L’avvento della Rivoluzione industriale muta radicalmente il quadro, introducendo per la prima volta quel principio di separazione tra luoghi di vita familiare e luoghi di vita lavorativa che rimarrà sostanzialmente immutato per oltre due secoli. L’accettazione supina di tale principio, applicato alla famiglia, ha avuto conseguenze nefaste.
La divisione del lavoro, propria della fabbrica, trasferita alla famiglia, porta al risultato che la moglie ‘si specializza’ nello svolgimento dei lavori domestici (perché dimostra di avere un vantaggio comparato rispetto al marito) e il marito ‘si specializza’ nel lavoro extradomestico.
La specializzazione delle funzioni finisce così con il vanificare il principio di complementarità tra uomo e donna.
Non solo, ma l’accoglimento del principio di separazione ha finito con l’avvalorare l’idea secondo cui la famiglia sarebbe il luogo del consumo, mentre l’impresa quello della produzione…
Stefano Zamagni, Avvenire, giovedì 27 luglio 2017
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Non è un paese per donne

Questo non è un Paese per donne. Una su due non lavora (in Sicilia questo dato scende al 27%). L’Italia è uno dei peggiori Paesi per essere una donna lavoratrice. E non ci voleva una ricerca (Ocse) per capirlo. Basta chiedere alle tante italiane che devono conciliare lavoro, amore, cura della famiglia. È un problema di cultura ma anche di politica.
In sostanza ti dicono: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E bisogna pedalare tanto di più di un uomo per avvicinarsi a quel tetto di cristallo che ancora impedisce le pari opportunità. E mentre pedali con fatica devi affrontare salite ripide, come quella dell’amore. Perché ancora pochi uomini sono disposti a fare il tifo per una campionessa. Scatta la competizione che mina la freschezza di un rapporto e anche l’egoismo e l’educazione che impediscono a lui di accettare una equa distribuzione della fatica in questa corsa a due.
In pratica mentre tu pedali in salita lui non rinuncia al motorino. È sempre l’Osce che rivela come le donne in Italia dedichino 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14, il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati.
Maria Corbi, La Stampa 29 gennaio 2017
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Donne e maternità

maternita

Credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare.
La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui giornali femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba).
E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite.
Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità.
Costanza Miriano
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Ieri come oggi

1929

Arriviamo a questo Natale con due angosce nel cuore e vorremmo poterle deporre e guarire davanti al Presepio…
Come si risolverà la crisi economica, che per alcuni di voi è perdita di guadagno e di ricchezza, per molti: disoccupazione, strettezze d’ogni genere, fame?
Cosa vi posso dire? Come uomo, nulla. Al pari di voi sono un albero schiacciato e travolto dalla piena del fiume: polvere della strada, che il vento solleva e disperde. Dal fondo del mio angusto presbiterio, l’unica cosa che vedo è la generale incapacità di vedere giusto e di provvedere sul serio all’incombente catastrofe. (…)
Perché si sta tanto male, oggi? Quasi tutti sono d’accordo nel dire che la colpa è delle barriere. Quali barriere? Tutte: dalle doganali alle nazionali, dalle individuali alle collettive, anche quelle che sembrano giustificate dai sacri egoismi.
Trovata la causa, trovato il rimedio: demoliamo le barriere! Parrebbe una cosa facile, invece, sia perché manchi la volontà o l’animo, nessuno ci si prova, o provandovisi non conclude. Vedo gente che col pretesto di demolire qualche barriera ha finito per innalzarne di nuove e di più gravi. (…) Dove nascono le barriere? Da una prima barriera, che a buon diritto porta il nome di originale: quella che l’uomo ha innalzato tra sé e Dio. Le rimanenti non sono che l’ombra di quella. Non vedendo più Dio, l’uomo non ha più visto neppure il fratello e s’è fatto furbo, padrone, prepotente, nemico. Non vedendo più il Padre, l’uomo ha cercato di diventare provvidenza a se stesso in qualunque modo. (…) Non ascoltate chi vuole dimostrarvi che le barriere sono necessarie e che senza una guerra non si rimette a posto nulla… Guardate il Presepio o il Calvario e troverete la risposta all’incosciente menzogna. E con la risposta, una grande speranza, perché è dal Presepio e dal Calvario che incomincia la Redenzione.
Sentitemi.
Se un giorno fra le trincee fosse passato un bambino, chi avrebbe osato sparare? Fra le trincee costruite dalla nostra cattiveria è passato e passa non soltanto nel giorno di Natale, Gesù, che ha il volto, gli occhi, la grazia incantevole dei nostri bambini.
Chi oserà sparargli contro?”
Primo Mazzolari, predica del Natale 1931