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Unità e fedeltà


I coniugi che vivono il loro matrimonio nell’unità generosa e con amore
fedele, sostenendosi a vicenda con la grazia del Signore e con il necessario supporto della comunità ecclesiale, rappresentano un prezioso aiuto pastorale alla Chiesa. Infatti, offrono a tutti un esempio di vero amore e diventano testimoni e cooperatori della fecondità della Chiesa stessa. Davvero tanti sposi cristiani sono una predica silenziosa per tutti, una predica “feriale”
Gli sposi che vivono nell’unità e nella fedeltà riflettono bene l’immagine e la somiglianza di Dio. Questa è la buona notizia: che la fedeltà è possibile, perché è un dono, negli sposi come nei presbiteri.
Papa Francesco
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I risultati del Sinodo 4

Terminato il Sinodo, cosa ci si potrà attendere ora? Naturalmente molto dipenderà dal documento con cui papa Francesco sigillerà i lavori del Sinodo, ma se, com’è prevedibile, anch’egli insisterà sul discernimento, il risultato da qui a qualche anno potrebbe essere quello di una Chiesa cattolica abbastanza diversa quanto a disciplina dei sacramenti a seconda delle zone geografiche: rigorista nei Paesi dove prevale il primato della “verità”, tollerante in altri dove prevale il primato della misericordia. Anzi la divisione potrebbe riprodursi anche all’interno di uno stesso Paese, persino delle stesse città. Sarà questa frammentazione il prezzo da pagare al discernimento, unico compromesso oggi realizzabile alla luce delle grandi differenze nella Chiesa cattolica? Oppure il documento di papa Francesco sarà tale da imporre a tutti il primato della misericordia e delle persone concrete rispetto ai sabati di ogni epoca?
Vito Mancuso, La Repubblica, 27 ottobre 2015
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A mezzo secolo dall’istituzione, il Sinodo dei vescovi ha mostrato poi la sua crescita e le sue potenzialità, che consistono soprattutto nel metodo, messo a punto negli anni e rinnovato negli ultimi tempi dalle decisioni di Benedetto XVI e di Francesco. Con l’aiuto, in questi mesi dimostratosi molto efficace, della segreteria generale con i suoi collaboratori: insomma, nonostante polemiche pretestuose, il metodo nuovo funziona ed è trasparente, come si è visto nei giorni appena trascorsi…
Le questioni dogmatiche non sono state toccate — ha ribadito con fermezza il successore dell’apostolo Pietro, che è il garante della comunione e dell’unità cattolica — ma nelle voci levatesi dai vari continenti di nuovo si è constatata la necessità dell’inculturazione, insita nella tradizione cristiana.
Gianmaria Vian, L’Osservatore romano, 26-27 ottobre 2015

Ecumenismo e martirio

«Per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».
Papa Francesco, intervista ad Andrea Tornielli, La Stampa, 15 dicembre 2013
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L’amore nella coppia è amore che salva

La croce, il sacrificio, il negativo nella vita di coppia e di genitori può o distruggere o potenziare la vita di coppia. Certe coppie, in condizioni di fatica, con molti problemi, si trovano addosso una cappa di piombo che impedisce loro di vivere con serenità. Può avvenire però anche il contrario, se le difficoltà vengono vissute come qualcosa che permette di esprimere più amore. La sofferenza ripetuta, prolungata può infiacchire, ma se si punta lo sguardo su colui o colei per cui si vive quella situazione di fatica, si scopre la radice di amore che è presente in quel sacrificio. Allora non si vive più quella situazione in modo frustrato, stanco, avvilito, ma pur nella croce, nel limite della sofferenza, si tiene vivo e si fa crescere l’amore.
Molte volte si spiega il sacrificio con l’espressione “bisogna, mi tocca” e allora si fa fatica ad andare avanti: non siamo più noi allora che viviamo la vita, ma è la vita che vive noi, e ne perdiamo la ricchezza. L ‘amore nel sacrificio, l’amore fino a dare la vita, è invece dar senso ad essa fino a “perdere la propria vita” per amore.
L’amore nella coppia è amore che salva.
Gesù, amandoci fino a morire, ha preso su di sé i nostri peccati e li ha amati fino a portarli sulla croce con sé per salvarci. L’amore degli sposi è un amore che redime, che salva, prendendo su di sé i difetti di lui, di lei, consumandoli nell’amore.
Questa è una cosa difficilissima. Generalmente il difetto di lui o di lei è un’occasione per distinguersi: “ma io non sono così”. I difetti mettono tra i due un velo di incomunicabilità, diventano spesso occasione di autogiustificazione per amare meno o in modo diverso: voglio l’altro così. Gesù, salvandoci, ha amato anche il nostro negativo. Spesso, invece, si rischia di sposare il positivo di lui o di lei, e quando si scopre il negativo si conclude: non sei la persona che amo. Per verificare se si mettono le “vele” nella posizione giusta, bisogna vedere se si è capaci di amare anche i difetti della moglie o del marito.
Amarli vuoi dire guardarli in modo diverso. Un papà e una mamma guardano i difetti dei figli sostanzialmente come propri: è naturale. Questo è l’amore che si deve avere anche come marito e moglie, perché solo considerandone i difetti come propri si è nella condizione di usare il modo giusto per aiutare la persona, amata con quel difetto, a correggersi e a crescere, per quello che può. Altrimenti ci si rinfaccia reciprocamente i difetti e ci si sfoga soltanto, anche se si dice la verità, ma ciò non serve. La verità detta da Gesù è detta per salvare.
L’amore che ama fino a dare la vita l’uno all’altro produce la gioia, la gioia dell’unità. E questa gioia si deve vedere, segno di un amore che sta crescendo nella maturità, secondo la grazia ricevuta dal Signore.
Mons. Renzo Bonetti