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Il feto imperfetto

Emanuele, affetto da Trisomia 13, è nato con travaglio spontaneo, è stato battezzato, abbracciato e accolto dai suoi genitori, ed è morto dopo mezz’ora.
Solo mezz’ora: ma quanta pace nel cuore dei genitori.
In un periodo in cui si respira sempre di più l’aria della sindrome da feto perfetto, impegnando energie e risorse economiche della scienza prenatale solo sulla diagnosi delle malattie e non altrettanto vigore sulle possibilità di cura e di terapia, si consegna alle coppie una medicina senza speranza, aumentando il carico di solitudine e di individualismo.
Mentre tutto questo avviene 13 medici discutono per due ore sulla nascita di un bambino con Trisomia 13, sulla nascita di un feto imperfetto sul piano cromosomico e quindi incompatibile con la vita ma non così per Dio: «Ti ho fatto come un prodigio, e prima che le tue viscere fossero formate io già ti conoscevo».
Riscoprire la preziosità della vita umana è una difesa ineludibile per ogni coscienza. Ho pensato alla frase di san Giovanni Paolo II: «Se vuoi scoprire la sorgente, devi andare contro corrente».
L’impegno di noi medici è andare contro corrente, la corrente dell’indifferenza e della solitudine del cuore, per permettere la vita – anche solo per mezz’ora – a un bambino incompatibile con essa, e donare la pace ai suoi genitori. Questo servizio non è inutile: è solo una goccia, sicuramente, ma come dice Madre Teresa «metti la tua goccia per fare arrivare l’oceano di Dio». No, nessuna vita è inutile.
Giuseppe Noia, presidente Aigoc, Associazione ginecologi ostetrici cattolici
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