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Gesù, l’adultera e i divorziati risposati

L’episodio dell’adultera (Gv 8,1-11) è una perla evangelica d’incomparabile bellezza e profondità dottrinale, che esprime meravigliosamente la bontà misericordiosa di Gesù, buon Pastore, e la sua premura per la salvezza dei peccatori.
La maggioranza degli studiosi considera questo episodio un’inserzione posteriore, perché interrompe l’unità letteraria dei cc. 7 e 8, che costituiscono un dramma in due scene, incentrate sulla messianicità (c. 7) e sulla divinità di Gesù (c. 8). I codici più antichi omettono il brano; è riportato solo dal codice D del VI secolo, da altri codici minuscoli tardivi, posteriori al secolo IX, e da una quindicina di codici latini. Anche la collocazione è incerta: alcuni manoscritti lo inseriscono dopo Gv 7,36, altri dopo 21,24, oppure dopo Lc 21,38, forse il posto più appropriato. L’inserzione attuale, dopo Gv 7,53, sembra motivata dal detto di Gesù: «Io non giudico nessuno» (8,15).
Anche la paternità giovannea del racconto è messa in discussione per la diversità di stile, di vocabolario e contenuto. Le espressioni «monte degli Ulivi», «scribi e farisei», il titolo «Maestro» ricorrono comunemente nei sinottici, in modo particolare in Luca, l’evangelista dei grandi perdoni.
Quindi numerosi esegeti attribuiscono il racconto alla redazione lucana.Quanto all’attendibilità storica e la canonicità non c’è niente che impedisca di riconoscere nell’episodio un fatto realmente accaduto. Forse in seguito il racconto è stato omesso, perché l’atteggiamento buono e tollerante di Gesù verso la peccatrice non si conciliava agevolmente con la disciplina rigida della chiesa.
Angelico Poppi, I quattro Vangeli. Commento sinottico. Edizioni Messaggero Padova

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La non violenza

Forse la non violenza si capisce meglio precisando quello che non è e non fa.
Non si limita a rigettare le armi proprie e improprie, sa rifiutare l’odio e cerca di trasmettere al nemico questo talento.
Non rinuncia ai conflitti, li apre, ma prova a affrontarli in modo evoluto, con soluzioni in cui nessuno sia danneggiato, umiliato, battuto, soluzioni “win-win”, come insegna la teoria dei giochi.
Non vive negli interstizi lasciati liberi dal potere: lo sfida.
Non dipende dalla sua benevolenza, lo costringe semmai a essere più benevolo. Molti pensano che Gandhi potesse agire perché il governo britannico glielo consentiva; certo la Gran Bretagna non è il Terzo Reich, ma se approda a una certa tolleranza è perché il movimento non le lascia scelta fra il massacro e la trattativa.
Non è solo una pratica politica: è un modello per le relazioni fra gruppi e fra singoli.
Non è equidistante di fronte alle disparità sociali. Gandhi avversava il sistema delle caste, e se caldeggiava l’adozione di un unico tipo di abito per gli indiani, lo faceva sia per boicottare i tessuti inglesi sia per testimoniare l’uguaglianza di tutti.
Non è un dogma: visto che qualsiasi attività umana comporta una sia pur minima distruzione di vita, l’obiettivo, constata Gandhi, è limitare quanto più possibile la violenza nel mondo; lo stesso principio del non uccidere prevede delle eccezioni se uccidere è l’unico modo di salvare gli indifesi da un pericolo mortale.
Non è pavidità né remissività: richiede pazienza, mitezza, e coraggio davanti alla ferocia altrui – esiste una combattività non violenta molto temuta da chi è al potere.
Non è spontaneismo ingenuo: inventa tattiche nuove.
Non è una pratica per anime belle, capeggiata da esotici visionari, riservata a realtà con tasso minimo di tensioni interne. L’India era un paese gremito di contraddizioni, e Gandhi un leader sperimentato, abile nel negoziare e nell’organizzare grandi scene di teatro politico da esporre agli occhi del mondo. Quanto alla tipologia degli Stati, si da vita a lotte non violente persino nell’Europa sotto dominio nazista.
Non è un’esclusiva delle fedi religiose, anche se può trarne una forza straordinaria.
Non è “cosa da donne”, è universale, anzi ridefinisce i modelli di genere, valorizzando la compassione negli uomini, e nelle donne la fiducia in se stesse.
Anna Bravo; La conta dei salvati, Laterza 2013
Tratto da La Stampa, 31 maggio 2013