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Lettera dal Myanmar

Cosa sta succedendo in Birmania?
Cosa sta succedendo alle popolazioni del Rakhine State, oggi il luogo più caldo del paese, al confine con il Bangladesh: i rohingya, gli indù, i buddisti?
C’è la regia dei militari, tesa a indebolire Aung San Suu Kyi e il suo governo, per legittimarsi di nuovo come i salvatori.

C’è la regia dei terroristi, del gruppo Arsa, impegnati a tenere aperto il conflitto, forse con l’obiettivo di costituire là uno stato islamico, usando i rohingya contro l’esercito e spingendoli in Bangladesh sotto la minaccia delle armi. Uccidono, incendiano, è stata trovata una fossa comune di un centinaio di indù.

C’è la regia dei Paesi occidentali, certo solidali con i musulmani vittime dell’ondata di violenze, senza patria da secoli, ma anche interessati, con una campagna senza sosta, a delegittimare Aung San Suu Kyi, a colpirne l’immagine sul punto più esposto: i diritti umani. Il fatto è che si aspettavano da lei, una volta andata al potere, che aprisse il Paese ai loro interessi, che fosse un baluardo contro la Cina. Questo non è accaduto, non poteva accadere.
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Parlare dell’ISIS ai bambini

La prima falsa credenza è quella che porta tutti noi a generalizzare il concetto che il mondo è un luogo pericoloso in cui vivere.
Un’altra falsa credenza che rischia di fare male a tutti, in particolare ai bambini, è che “tutte le persone che appartengono alla razza, alla religione o alla nazione dei terroristi sono pericolose e vogliono farci del male”.
Gli adulti hanno la responsabilità di proporre ai minori la migliore visione del mondo possibile, non basata su un’ingenua accettazione di tutto, bensì fondata su una concezione dell’uomo orientata alla dignità, alla promozione della vita e della persona, senza differenze di etnia, religione, orientamento sessuale, nazione di provenienza.
La cosa più importante è aiutare i nostri figli a non aderire alla credenza, così spesso raccontata dagli adulti di riferimento, che “il domani e il futuro fanno paura e che le cose andranno sempre peggio e saranno senza speranza”.
Il diritto alla speranza è l’unico pre-requisito che dobbiamo tutelare per e con i nostri figli. Anche quando il cuore è pesante e lo sgomento infinito, il domani per un bambino deve rappresentare uno “spazio temporale” orientato alla fiducia e alla speranza.
Alberto Pellai, Famiglia Cristiana, 23 marzo 2016
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