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La crisi della fiducia


La crisi della fiducia è paradossale. Sempre più, noi affidiamo il nostro benessere e la nostra sicurezza a istituzioni, tecnologie e persone a noi estranee ma, allo stesso tempo, affermiamo un sentimento di sfiducia o di perdita di fiducia in queste stesse istituzioni, tecnologie e individui. Oggi, facciamo conto sulla tecnologia digitale per procurarci molti beni e servizi: banca, trasporti, sanità e, in maniera crescente, addirittura scuola ed educazione.
Dipendiamo dal governo, dai media e dalle corporation per quanto riguarda la messa in sicuro dei nostri interessi, l’informazione su eventi importanti e l’accesso a informazioni accurate, e per poter svolgere attività commerciali in maniera trasparente e giusta.
Ma nonostante la crescita del bisogno di avere fiducia negli altri e nelle istituzioni, a causa della complessità della vita moderna, è molto difficile far nascere e dare forma duratura a questa medesima fiducia. Non abbiamo più quelle garanzie che gli altri siano degni di fiducia, né quelle vie nel caso che la nostra fiducia venga tradita, su cui potevamo contare quando avevamo molte più occasioni di rapporti volto a volto con le altre persone.
Warren von Eschenbach, Settimana news, 3 marzo 2019

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Progresso, sviluppo, innovazione


Da alcuni decenni a questa parte il desiderio di cambiamento si è cristallizzato nell’idea di crescita economica o di sviluppo tecnologico; due prospettive che non hanno alcuna parentela con l’ideale morale e politico che ha fondato il desiderio di emancipazione dell’umanità in età moderna.
Lo sviluppo fa riferimento a un incremento di carattere soprattutto economico e quantitativo, mentre l’innovazione riguarda in particolare i mutamenti tecnologici che caratterizzano le nostre società contemporanee.
In entrambi i casi, però, stiamo parlando di cambiamenti che non parlano della dimensione civile e politica della nostra esistenza, che è invece la caratteristica del progresso.
Di un’innovazione tecnologica è infatti impossibile dire se essa sarà al servizio di un miglioramento della condizione umana o se sarà utilizzata per un più intensivo sfruttamento della natura e dell’individuo. E mirare allo sviluppo del PIL non ci garantisce che quello stesso sviluppo sia equamente ripartito tra tutti i cittadini.
Per i filosofi dell’età moderna, invece, era impossibile pensare a un progresso scientifico e tecnologico senza un progresso morale e politico, e viceversa. Per i sostenitori del progresso la libertà di conoscenza faceva tutt’uno con la libertà politica: l’emancipazione dell’uomo riguardava sia la liberazione dai bisogni materiali (fame, malattie ecc.) sia l’affrancamento dai poteri autoritari, sia la costruzione di una società del benessere sia la realizzazione dei diritti politici e sociali.
Carlo Altini, Le maschere del progresso, Marietti 1820, Bologna 2018

La realtà supera la fantasia


La presenza diffusa della tecnologia nella vita di ogni uomo, e non solo nei Paesi ritenuti ricchi, segni una vistosa differenza non solo con il modo di vivere di qualche decennio fa, ma anche con quel che allora si poteva semplicemente immaginare in termini di miglioramento futuro delle condizioni di vita. Soprattutto, oggi, sperimentiamo una percezione nuova del tempo e dello spazio, un’inedita realtà duale caratterizzata da una forte presenza della dimensione virtuale, una compenetrazione sempre maggiore di naturale e artificiale.
L’eccitazione è tale che talvolta sembriamo dimenticare di essere fatti di carne, di essere immersi in un cosmo e in una biosfera che pure ci connotano. Addirittura, si assiste al fenomeno per il quale molti – anche a livelli elevati – dichiarano di credere alle cose più inverosimili, indipendentemente da ogni evidenza e anzi talora contro ogni evidenza, magari rinchiudendosi in circoli online del tutto autoreferenziali.
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L’uomo a una dimensione

Cari  e venerati fratelli cinesi,
Voi certo non vi saprete capacitare come prima di cadere noi non abbiamo messo la scure alla radice dell’ingiustizia sociale.
È stato l’amore dell’ “ordine” che ci ha accecato.
Sulla soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest’ultima nostra debole scusa supplicandovi di credere nella nostra inverosimile buona fede (ma se non avete come noi provato a succhiare con latte errori secolari non ci potete capire).
Noi non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi.
Abbiamo solo dormito.
Quando ci siamo svegliati era troppo tardi.
I poveri erano già partiti senza di noi.
Invano avremmo bussato alla porta della sala del convito.
don Lorenzo Milani, dicembre 1954
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La società tecnologica non riesce ad imbavagliare tutti i problemi e soprattutto la contraddizione di fondo che la costituisce, quella tra il potenziale possesso dei mezzi atti a soddisfare i bisogni umani e l’indirizzo conservatore di una politica che nega a taluni gruppi l’appagamento dei bisogni primari e stordisce il resto della popolazione con l’appagamento dei bisogni fittizi.
Tale situazione fa sì che il soggetto rivoluzionario non sia più quello individuato dal marxismo classico, cioè la classe operaia, in quanto questa si è completamente integrata nel sistema, bensì quello rappresentato dai gruppi esclusi dalla benestante società, quello che Marcuse in un passo chiave del suo libro (1964) descrive come: “il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.
Fonte: http://www.filosofico.net/onedimensionman1.htm

Tra mancanza e desiderio

Se prestiamo ascolto non a ciò che è gridato, ma a ciò che è sussurrato, possiamo capire: ciò che ancora manca all’umanesimo del nostro tempo è ammettere che la misura dell’uomo non sta in nessuna misura. La sua misura non si può colmare con nessuna potenza. Non sta in nessun consumo. In nessuna tecnologia. In nessun potere. In nessuna procedura. Il granello che può mettere in discussione – e di fatto già riapre – la deriva di astrazione della contemporaneità è il fatto che, al di là di tutta la sua efficienza tecno-economica, l’uomo contemporaneo rimane quello che è sempre stato: mancanza (a essere) e desiderio (d’altri).
Mauro Magatti, Firenze 2015
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Laudato sì

L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio. Siamo gli eredi di due secoli di enormi ondate di cambiamento: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’aereo, le industrie chimiche, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotecnologie. È giusto rallegrarsi per questi progressi…
Tuttavia non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo
utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo…
Purtroppo l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza… L’uomo è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo.
Papa Francesco, Laudato sì, n.102-105
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Scrivere in corsivo

Le nuove generazioni di “nativi digitali” non sapranno più scrivere a mano, in corsivo? Quali sono i rischi della perdita di questa competenza, per le nostre società? Sembra un’assurdità futuristica eppure il rischio di una trasformazione epocale, che sta passando strisciante sotto gli occhi di tutti, è già in agguato…
Negli Usa non sanno più scrivere in corsivo. Perché sì, non tutti lo sanno, ma nel Paese che aspira ad essere il faro delle avanguardie nel mondo, milioni di bambini non sanno più scrivere in corsivo… Il fatto è che dall’inizio della rivoluzione digitale ad oggi, molti studi e ricerche stanno dimostrando gli effetti nefasti di un uso eccessivo della tecnologia per il cervello umano, soprattutto quello dei “nativi digitali” nati dopo il 2000, che non sanno come si viveva prima e stanno rischiando situazioni di declino mentale. Tant’è che tra le giovani generazioni yankees la scrittura a mano sta tornando di moda, come un vezzo vintage.
Patrizia Caiffa
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