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La scuola come vita 2

Ieri sera, finalmente, sono riuscito a vedere il film “Class enemy”, un film sloveno premiato a Venezia. E’ rimasto poco nelle sale cinematografiche ma, a mio avviso, vale la pena vederlo e “utilizzarlo” al meglio.
Di cosa parla il film? Di scuola, di adolescenti, di adulti, di vita e di morte (perno del racconto il suicidio di una studentessa).
La bella recensione sul sito delle Dehoniane non è di dominio pubblico per cui vi rimando alla sintesi riportata sul sito dei Gruppi Famiglia.
Franco Rosada

La scuola come vita

Ieri sera, finalmente, sono riuscito a vedere il film “Class enemy”, un film sloveno premiato a Venezia. E’ rimasto poco nelle sale cinematografiche ma, a mio avviso, vale la pena vederlo e “utilizzarlo” al meglio.
Di cosa parla il film? Di scuola, di adolescenti, di adulti, di vita e di morte (perno del racconto il suicidio di una studentessa).
La bella recensione sul sito delle Dehoniane non è di dominio pubblico per cui vi rimando alla sintesi riportata sul sito dei Gruppi Famiglia.
Franco Rosada

 

Vecchiaia e suicidio

Quando penso alla vecchiaia mi viene in mente mia nonna, che visse – lo fece nel vero senso della parola, senza mai sopravvivere – fino a 94 anni.
Passati i novanta diceva che il suo tempo era finito, sentiva che il capolinea era vicino e che era giusto che fosse così. Non c’era rabbia nelle sue parole ma quasi una constatazione dell’esistenza e della realtà. Però non mollava, si teneva viva raccontando e ricordando: parlare del passato ai figli e ai nipoti le dava l’idea che quel flusso era ancora vivo, che l’albero non si era seccato e che noi eravamo il risultato di quella storia. Sapeva che senza di lei nessuno di noi sarebbe esistito.
Resto però convinto che non tutto è dipeso da lei: la sua forza era la possibilità di avere intorno persone che la ascoltavano, che trovavano il tempo per le sue lunghe telefonate, che l’hanno sempre rispettata e mai trattata con sufficienza, che non hanno mai dato, nemmeno per un secondo, la sensazione che lei potesse essere un peso, anche quando era bloccata in un letto.
Per questo penso che la morte in solitudine di un anziano, o peggio un suicidio, sia qualcosa che deve interrogare tutti noi, deve pesare sulle nostre coscienze, sul nostro tempo veloce che sembra non avere più spazio da dedicare alla cura dei vecchi, che sembra aver rimosso il valore della saggezza e che deve rottamare tutto.
Eppure, se penso a quei pomeriggi passati con mia nonna Maria penso che siano tra quelli meglio spesi della mia vita.
Mario Calabresi, La Stampa, 6 ottobre 2013 (sintesi redazione)

Crisi e suicidi

Agenzia Sir 11 maggio 2012
Liberamente tratto dall’intervista di Francesco Rossi a Tonino Cantelmi.
Qual è la sua impressione nello sfogliare i giornali, di fronte alle quotidiane notizie di suicidi?
“C’è come un fascio che illumina queste notizie, dando un’enfasi molto pericolosa, perché non c’è nulla di più imitativo del comportamento suicidale”.
Ma si può delineare un filo comune? Sembra che le cause siano, il più delle volte, la crisi, il fisco vessatore…
“Non è la crisi, ma la depressione. Questo, semmai, è il problema comune a quanti si tolgono la vita nella gran parte dei casi, un mostro che impedisce di vedere una soluzione ai problemi e quindi l’unica via di fuga sembra essere la propria morte. È la depressione ad attaccarsi a mille situazioni, come potrebbe essere una crisi matrimoniale o, appunto, una difficoltà economica”.
Sembra quindi che siamo arrivati al capolinea di una mentalità individualistica, che ha sacrificato le relazioni e il prossimo per un presunto – e discutibile – “benessere” del singolo. E ora, come andare avanti?
“Chiediamoci perché non si riesce a intercettare il dolore delle singole persone. Stiamo scoprendo una sofferenza che rimane del tutto individuale, non riesce a trovare solidarietà, comprensione, ascolto. La crisi da un lato esalta l’individualismo – si salvi chi può – mentre dall’altro dovremmo sapere che nessuno può salvarsi da solo e sarebbe necessario riattivare un sistema di solidarietà”.
A suo avviso, in questo periodo ci sono più suicidi o, piuttosto, è aumentata la loro visibilità mediatica?
“Credo che abbiano una visibilità mediatica sproporzionata. Quello della salute mentale è comunque un problema rilevante: si dice che un adulto su 4 nella sua vita abbia bisogno di cure psichiatriche “.
Ma ricorrere a uno psicologo o a uno psichiatra si scontra ancora oggi con la stigmatizzazione sociale…
“Questa è l’ultima barriere da abbattere, ciò che impedisce realmente l’accesso alle cure e, magari, a volte porta a gesti estremi, compiuti in solitudine”.