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Gli equilibristi della povertà


C’è un dato del Censis, tra i molti offerti quest’anno alla riflessione collettiva, che è importante sottolineare quanto più possibile: il bluff del registrato aumento dell’occupazione.
L’aumento, per la verità, sembrerebbe incontrovertibile (+321 mila occupati) e tuttavia nasconde il rafforzarsi di un processo di ulteriore impoverimento del Paese.
Vediamo perché: secondo il Censis il bilancio della recessione è di –867 mila occupati a tempo pieno e di 1,2 milioni in più a tempo parziale. Il part time involontario, fenomeno in questi giorni certificato anche dall’Istat, riguarda 2,7 milioni di lavoratori con un boom tra i giovani (+71,6% dal 2007). Inoltre dall’inizio della crisi al 2018, le retribuzioni del lavoro dipendente sono scese di oltre 1.000 euro ogni anno. Sottolinea il Censis: sono 2,9 milioni i lavoratori che guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora.
Uno scenario sconfortante, di cui però bisogna prendere consapevolezza fino in fondo, quando si parla di “clima” sociale, quando ci si stupisce della montante rabbia diffusa stando sulle comode poltrone di un talk show e sfoggiando un’impeccabile giacca griffata: la povertà, che periodicamente viene data per abbattuta, scomparsa, sanata è invece più diffusa che mai, solo che prende forme e sembianze diverse.
Nel più recente “rapporto sulle povertà” della Caritas di Roma se ne dà conto attraverso una figura iconica: “l’equilibrista della povertà”.
Una persona per lo più giovane, ma anche giovane matura: a Roma, lo sguardo ravvicinato può giovare, ci sono 125.560 famiglie con figli minori e reddito sotto i 25 mila euro. Che può tradursi nella seguente condizione: una famiglia di 3 o 4 persone con 1.700 euro al mese. Tolti i soldi per l’affitto o il mutuo e le utenze, non c’è da stare allegri.
Gli “equilibristi” sono vestiti come tutti, vivono perfettamente inclusi, hanno un titolo di studio medio-alto, sono inseriti nelle reti lavorative e di vicinato. Ma basta una spesa imprevista, la necessità di una visita specialistica, il vecchio motorino che si rompe, per farli vacillare.
Non deve essere una bella sensazione.
Elisa Manna, Responsabile Centro studi Caritas Roma
Tratto da: Città nuova, dicembre 2019
Per l’intero rapporto Caritas clicca qui!

Reddito di cittadinanza


Il 28% dei lavoratori in Italia guadagna meno di quanto previsto dal reddito di cittadinanza. Infatti, se consideriamo che il reddito di cittadinanza consente di arrivare a 780 euro al mese, per un anno si raggiungono i 9.360 euro netti, che corrispondono a un importo lordo di poco superiore ai 10mila euro.
Forse, più che il reddito di cittadinanza, sarebbe meglio alzare il livello del salario minimo!
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A quando in Italia?

Accordo storico in Germania sull’orario di lavoro di 28 ore settimanali tra il sindacato dei metalmeccanico IG Metall e gli industriali. Le parti hanno siglato un’intesa pilota, che fa da apripista in Europa. L’accordo è stato firmato nel Baden-Wurttemberg (la regione che ospita gli impianti di Porsche e Daimler) e riguarderà 900mila lavoratori, ma il sindacato punta ad estenderlo ai 3,9 milioni di operai del Paese. Gli addetti con contratti a tempo indeterminato potranno ridurre, su base volontaria, la loro settimana lavorativa da 40 a 28 ore per un periodo limitato di 6 a 24 mesi, tornando poi al lavoro alle stesse condizioni che avevano in precedenza.
Chi sceglierà le 28 ore per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà neanche il taglio dello stipendio, a fronte del taglio delle ore.
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Diamo uno stipendio ad ogni mamma!

Tutti, in Italia e in Europa, parlano di crescita, ma senza figli non c’è crescita, c’è un popolo che muore di vecchiaia. In Italia la situazione è gravissima. L’ultimo report dell’ISTAT ha sentenziato che, per il quinto anno consecutivo, le nascite in Italia sono diminuite, attestandosi a 514 mila nel 2013. Ancora una volta il minimo storico. Al medesimo tempo la propensione ad avere figli scende ulteriormente a 1,39 figli per donna, accentuando il divario con la media europea di 1,58.
Ma ciò che più preoccupa è l’accelerazione della denatalità: ogni anno la situazione peggiora. Gli studiosi parlano di “trappola della natalità”: un circolo vizioso in cui sempre meno donne hanno sempre meno bambini. La misura del bonus bebè prevista dal Governo Renzi è insufficiente: 80 euro al mese servono a comperare al massimo qualche confezione di pannolini.
È ora di smetterla con l’elemosina alla famiglia!
Solo riconoscendo alla famiglia, e alla mamma in particolare, il valore anche economico del mettere al mondo e accudire i figli nella fase più delicata della loro vita, si potrà ridare fiducia alle famiglie e far ripartire le nascite. Uno stipendio in più in famiglia, gestito dalle mamme, sarà utilizzato per le cose necessarie e farà ripartire anche un’economia sana perché legata ai bisogni essenziali della famiglia.
Per leggere tutta la proposta clicca qui!

La Provvidenza

Una lettera dal Paraguay
…Passo in clinica e incontro la responsabile amministrativa, Laura. Mi dice “Padre Aldo, nel cassetto sono rimasta con 100.000 guaraní (20 euro) come facciamo?”. “Laura, è venerdì sera, domani è sabato e domenica nessuno viene a chiederti un soldo. Tranquilla e confida nella Provvidenza”.
Dirigo un ospedale con 20 euro di riserva! Mi direte che sono matto e ne avete ragione, eppure sono tanti anni che vivo così, ma con una certezza incrollabile nella Divina Provvidenza.
Il sabato mattina una sorpresa: due bagni hanno bisogno di essere messi a posto e serve un milione di guaraní (200 euro). Laura non sa che fare.
Dora Luz, una bella ragazza, trasparente come il sole, responsabile del personale delle pulizie vede Laura preoccupata e le chiede il perché. Avuta la risposta le dice: “non avere paura perché l’altro giorno con il personale abbiamo fatto nello scantinato dell’ospedale il mercatino delle scarpe e abbiamo guadagnato un milione e mezzo di guaranies (300 euro). Te li dò per risolvere il problema”. Incontro Dora Luz e la ringrazio. Lei mi risponde: “Padre, qualora fosse necessario io sono disposta a vendere la mia lunga chioma di capelli neri, perché me li pagano bene, per aiutarti”. Mi sono commosso perché per una ragazza paraguaya la cosa più preziosa sono i suoi capelli lunghi e neri che brillano al sole.
Il sabato sera suona il mio cellulare: “sono Sara Cartes (la sorella del Presidente della Repubblica) padre sono stata da te per parlarti e consegnarti lo stipendio, e il contributo personale promesso da mio fratello. Non trovandoti ho lasciato gli assegni alla signora che vende i libri”.
Arrivo a casa e mi consegnano una cartellina della Presidente della Repubblica con quattro assegni: tre del ministero delle finanze, intestate al Presidente della Repubblica. In tutto quindici milioni (tremila euro) lo stipendio dei primi quindici giorni di governo, avendo assunto il potere il 15 agosto. E poi uno di 50 milioni (10 mila euro) come contributo personale mensile.
Amici… ed era solo sabato. Come vedete il problema é solo uno: ci crediamo o no nella Divina Provvidenza?
Padre Antonio Aldo Trento

Conciliazione famiglia e lavoro

Negli ultimi tempi  le imprese, soprattutto le grandi imprese capitalistiche, non comprano soltanto ore di lavoro ma cercano di comprare (e spesso ci riescono) la persona, soprattutto i giovani, con un ragionamento di questo tipo: Ti pago molto, ti prometto carriere brillanti, ma non esistono orari, non esistono limiti“. L’impresa così pensa che pagando molto si possa comprare la persona, incluso cuore, mente e passione. Ma in questa operazione si nasconde un tarlo, un virus del nostro sistema capitalistico: l’illusione che una volta eliminato il confine fra lavoro e vita (perché il lavoro diventa la vita), quella persona possa continuare a fiorire e a maturare nel tempo… 
Luigino Bruni, relazione su: La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo, convegno Milano 2012

 Abbiamo comunque ridotto i tempi di lavoro. La gente oggi dice: “Posso andarmene via alle 18.00 tranquillo”. Il problema era che le persone non andavano via alle 18.00, per paura di non fare carriera. Oggi, vanno via alle 18.00 e fanno carriera; è cambiato tutto. Abbiamo avuto una direzione generale illuminata, che ha subito compreso che le persone, se stanno 12 ore in ufficio, sono “per natura” inefficienti. Alla fine, prolunghi le cose, non ti dai dei tempi stringenti e trascini il tutto. Abbiamo sradicato l’idea o meglio l’alibi per cui stare in ufficio è premiante e non starci è penalizzante.
Testimonianza ripresa dall’e-book di Sara Mazzucchelli: Conciliazione famiglia e lavoro, Osservatorio nazionale sulla Famiglia, Bologna 2011