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La stanchezza della speranza


“Da un po’ di tempo a questa parte non sono poche le volte in cui pare essersi installata nelle nostre comunità una sottile specie di stanchezza, che non ha niente a che vedere con quella del Signore. E qui dobbiamo fare attenzione. Si tratta di una tentazione che potremmo chiamare la stanchezza della speranza. […] Nasce dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che come società stiamo attraversando. Questi cambiamenti sembrerebbero non solo mettere in discussione le nostre modalità di espressione e di impegno, le nostre abitudini e i nostri atteggiamenti di fronte alla realtà, ma porre in dubbio, in molti casi, la praticabilità stessa della vita religiosa nel mondo di oggi.”
Per guarire la speranza, bisogna ricordare l’esortazione “dammi da bere”: è quello che chiede il Signore ed è quello che chiede a noi di dire, per tornare sempre al pozzo fondante del primo amore. Significa avere il coraggio di recuperare la parte più autentica dei carismi originari (non limitata solo alla vita religiosa, ma a tutta la Chiesa) e riconoscersi bisognosi che lo Spirito ci trasformi in donne e uomini memori di un incontro.
Papa Francesco, Panama 26 gennaio 2019
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Il sinodo sui giovani


Papa Francesco ha aperto il Sinodo con un versetto del Vangelo di Giovanni: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»: «All’inizio di questo momento di grazia per tutta la Chiesa, in sintonia con la Parola di Dio, chiediamo con insistenza al Paraclito che ci aiuti a fare memoria e ravvivare le parole del Signore che facevano ardere il nostro cuore», ha detto il Papa, «perché sappiamo che i nostri giovani saranno capaci di profezia e di visione nella misura in cui noi, ormai adulti o anziani, siamo capaci di sognare e così contagiare e condividere i sogni e le speranze che portiamo nel cuore». Che lo Spirito, è l’invocazione del Papa, «ci dia la grazia di essere memoria operosa, viva, efficace, che di generazione in generazione non si lascia soffocare e schiacciare dai profeti di calamità e di sventura né dai nostri limiti, errori e peccati, ma è capace di trovare spazi per infiammare il cuore e discernere le vie dello Spirito. È con questo atteggiamento di docile ascolto della voce dello Spirito che siamo convenuti da tutte le parti del mondo».
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Pentecoste


Riflessioni per la novena di Pentecoste in famiglia
I segni dello Spirito che sono sotto i nostri occhi ci incoraggiano a sperare e a chiedere con più insistente e fiduciosa preghiera che nelle nostre comunità non manchino i preti, i diaconi, le vocazioni alla vita consacrata, uomini e donne che si facciano carico dell’annuncio del Vangelo.
Questa mia lettera è come una lunga preghiera.
Invochiamo i doni dello Spirito Santo: intelletto, scienza, consiglio, timor di Dio, fortezza, pietà, sapienza.
Carlo Maria Martini, vescovo
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Siamo tutti “sacerdoti”

Dopo il Concilio Vaticano I da molti si riteneva che un nuovo concilio non fosse né possibile, né necessario.
Con queste premesse, il Vaticano II apparve, 50 anni fa, un vero miracolo come anche lo è stata la genesi del suo documento più importante: la costituzione dogmatica Lumen gentium.
Le bozze iniziali furono respinte, il documento venne profondamente rivisto e nacque, tra gli altri, il secondo capitolo sul popolo di Dio.
Il valore di questo capitolo è enorme perché la Chiesa, dopo essersi riconosciuta, per secoli società perfetta, cambia completamente registro.
La metafora del popolo di Dio serve a superare la dualità clero-laici, non per favorire una sorta di populismo laico, ma per far risaltare la dignità di ogni membro della Chiesa.
Questo nuovo popolo non è più fondato sulla “carne” ma sullo Spirito ed è un popolo sacerdotale.
Franco Rosada
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La preghiera in famiglia

I vBenziostri figli non seguono ciò che voi dite, ma quello che voi siete. Un giorno portavo la comunione agli ammalati. Mentre davo Gesù a un ragazzo cerebroleso gravissimo, la mamma disse al fratellino di tre anni: “Dì le preghierine”. Lui obiettò: “Io non dico le preghierine”. Intervenni io dicendo: “Signora, Franchino non vuole dire le preghierine, vuole parlare con Gesù”, e mi raccolsi in preghiera in silenzio.
Franchino congiunse le mani e cominciò a parlare con Gesù, come poteva. Il bambino non “dice le preghierine” ma “prega”, e pregare è pensare a Dio volendogli bene, è lasciar venire in noi il buon Dio e dare spazio allo Spirito Santo che prega dentro di noi. Di tutto ciò, il bambino, il ragazzo, l’adolescente ha bisogno. Ma come un bambino impara a parlare vedendo e sentendo parlare, così impara a pregare vedendo e sentendo pregare.
Oreste Benzi
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Lo Spirito Santo

Afferma padre Raniero Cantalamessa: “Quando la preghiera diventa fatica e lotta si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra preghiera ‘debole’, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera”. “Davvero – aggiunge a proposito dello Spirito – egli ‘irriga ciò che è arido’, come diciamo nella sequenza in suo onore”.
Egli afferma che “non basta perciò ricordare ogni tanto che c’è anche lo Spirito Santo; bisogna riconoscergli il ruolo di anello essenziale, sia nel cammino di uscita delle creature da Dio che in quello di ritorno delle creature a Dio”. Perché “il fossato esistente tra noi e il Gesù della storia è colmato dallo Spirito Santo. Senza di lui, tutto nella liturgia è soltanto memoria; con lui, tutto è anche presenza”.
Il frate poi ricorda che “una componente essenziale della preghiera liturgica è l’intercessione”.
La preghiera d’intercessione è “così accetta a Dio, perché è la più libera da egoismo, riflette più da vicino la gratuità divina e si accorda con la volontà di Dio, la quale vuole ‘che tutti gli uomini siano salvi’”. Laddove manca questo tipo di preghiera, il Signore “se ne lamenta”.
Di qui l’appello che il predicatore “osa dire” ai pastori e alle guide spirituali: “Quando, nella preghiera, sentite che Dio è adirato con il popolo che a voi affidato, non schieratevi subito con Dio, ma con il popolo! Così fece Mosè, fino a protestare di voler essere radiato lui stesso, con loro, dal libro della vita, e la Bibbia fa capire che questo era proprio ciò che Dio desiderava, perché egli ‘abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo’ ”.
Zenit, 19 febbraio 2016
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Lectio divina


152. Esiste una modalità concreta per ascoltare quello che il Signore vuole dirci nella sua Parola e per lasciarci trasformare dal suo Spirito. È ciò che chiamiamo “lectio divina”. Consiste nella lettura della Parola di Dio all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e rinnovarci.
Questa lettura orante della Bibbia non è separata dallo studio che il predicatore compie per individuare il messaggio centrale del testo; al contrario, deve partire da lì, per cercare di scoprire che cosa dice quello stesso messaggio alla sua vita. La lettura spirituale di un testo deve partire dal suo significato letterale. Altrimenti si farà facilmente dire al testo quello che conviene, quello che serve per confermare le proprie decisioni, quello che si adatta ai propri schemi mentali.
Questo, in definitiva, sarebbe utilizzare qualcosa di sacro a proprio vantaggio e trasferire tale confusione al Popolo di Dio. Non bisogna mai dimenticare che a volte «anche Satana si maschera da angelo di luce» (2 Cor 11,14).
153. Alla presenza di Dio, in una lettura calma del testo, è bene domandare, per esempio: «Signore, che cosa dice a me questo testo? Che cosa vuoi cambiare della mia vita con questo messaggio? Che cosa mi dà fastidio in questo testo? Perché questo non mi interessa?», oppure: «Che cosa mi piace, che cosa mi stimola in questa Parola? Che cosa mi attrae? Perché mi attrae?».
Quando si cerca di ascoltare il Signore è normale avere tentazioni. Una di esse è semplicemente sentirsi infastidito o oppresso, e chiudersi; altra tentazione molto comune è iniziare a pensare quello che il testo dice agli altri, per evitare di applicarlo alla propria vita. Accade anche che uno inizia a cercare scuse che gli permettano di annacquare il messaggio specifico di un testo.
Altre volte riteniamo che Dio esiga da noi una decisione troppo grande, che non siamo ancora in condizione di prendere. Questo porta molte persone a perdere la gioia dell’incontro con la Parola, ma questo vorrebbe dire dimenticare che nessuno è più paziente di Dio Padre, che nessuno comprende e sa aspettare come Lui.
Egli invita sempre a fare un passo in più, ma non esige una risposta completa se ancora non abbiamo percorso il cammino che la rende possibile. Semplicemente desidera che guardiamo con sincerità alla nostra esistenza e la presentiamo senza finzioni ai suoi occhi, che siamo disposti a continuare a crescere, e che domandiamo a Lui ciò che ancora non riusciamo ad ottenere.
Papa Francesco, Evangelii gaudium