Archivi tag: solitudine

L’era della solitudine

C’era una volta il mito della Scandinavia. Correvano gli anni ’70 e gli sguardi di tutta Europa erano rivolti all’insù, verso quel lungo nastro di terra che sorge in alto, sulla cartina geografica del Vecchio Continente.
Stato sociale, diritti, modernità, indipendenza degli individui. La Svezia, in particolare, era una sorta di laboratorio progressista. Nel 1972, la sezione femminile del Partito Socialdemocratico allora guidato dal primo ministro Olof Palme, scrisse persino un manifesto, intitolato La famiglia del futuro.
Più che di famiglia del futuro, forse in quell’avveniristico manifesto si sarebbe dovuto parlare di scomparsa della famiglia. La Svezia ha la metà della popolazione che vive da sola e una persona su quattro che muore senza nessuno accanto. Colpisce poi che sempre più donne optino per la fecondazione fai-da-te: si collegano su internet al sito di un’agenzia, scelgono il profilo genetico del bambino desiderato, acquistano e in pochi giorni ricevono a casa il kit con il liquido seminale da iniettarsi da sole.
Federico Cenci, Zenit 13 agosto 2016
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Giovani e sesso

Mi guardo in giro e mi rendo conto che stiamo crescendo le nuove generazioni in una sorta di schizofrenia. Abbiamo tolto loro la paura del sesso ma li abbiamo lasciati soli. La sessualità non è una corsa sulle montagne russe.  Nella vita dei giovanissimi, la rincorsa verso una sessualità “facile, immediata e di pronto consumo” è stata favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Quanti si sentirebbero tranquilli se a undici anni un figlio vagasse di notte da solo in una grande città? Probabilmente, nessuno. Eppure, permettiamo ai ragazzi di aggirarsi in libertà nel web, senza limiti né regole, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E’ necessario che i più giovani abbiano genitori ed educatori consapevoli, che non ignorano, che non fingono di non sapere. Perché altrimenti si potrebbero trovare a dover gestire problemi in famiglia che non si sarebbero mai aspettati di avere come è successo nella famiglia di Alessandra, un’adolescente come tante altre. Ecco il suo racconto
Alberto Pellai

Il feto imperfetto

Emanuele, affetto da Trisomia 13, è nato con travaglio spontaneo, è stato battezzato, abbracciato e accolto dai suoi genitori, ed è morto dopo mezz’ora.
Solo mezz’ora: ma quanta pace nel cuore dei genitori.
In un periodo in cui si respira sempre di più l’aria della sindrome da feto perfetto, impegnando energie e risorse economiche della scienza prenatale solo sulla diagnosi delle malattie e non altrettanto vigore sulle possibilità di cura e di terapia, si consegna alle coppie una medicina senza speranza, aumentando il carico di solitudine e di individualismo.
Mentre tutto questo avviene 13 medici discutono per due ore sulla nascita di un bambino con Trisomia 13, sulla nascita di un feto imperfetto sul piano cromosomico e quindi incompatibile con la vita ma non così per Dio: «Ti ho fatto come un prodigio, e prima che le tue viscere fossero formate io già ti conoscevo».
Riscoprire la preziosità della vita umana è una difesa ineludibile per ogni coscienza. Ho pensato alla frase di san Giovanni Paolo II: «Se vuoi scoprire la sorgente, devi andare contro corrente».
L’impegno di noi medici è andare contro corrente, la corrente dell’indifferenza e della solitudine del cuore, per permettere la vita – anche solo per mezz’ora – a un bambino incompatibile con essa, e donare la pace ai suoi genitori. Questo servizio non è inutile: è solo una goccia, sicuramente, ma come dice Madre Teresa «metti la tua goccia per fare arrivare l’oceano di Dio». No, nessuna vita è inutile.
Giuseppe Noia, presidente Aigoc, Associazione ginecologi ostetrici cattolici
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Fedele, perseverante, fecondo

L’amore sponsale di Gesù con la Chiesa ha tre caratteristiche: è fedele; è perseverante, non si stanca mai di amare la sua Chiesa; è fecondo.
Anzitutto è un amore fedele. Questa fedeltà è come una luce sul matrimonio: la fedeltà dell’amore, sempre! Nella coppia ci sono momenti brutti, tante volte si litiga. Ma alla fine si torna, si chiede perdono e l’amore matrimoniale va avanti, come l’amore di Gesù con la Chiesa.
La vita matrimoniale, poi, è anche un amore perseverante, perché se manca questa determinazione l’amore non può andare avanti. Ci vuole la perseveranza nell’amore, nei momenti belli e nei momenti difficili, quando ci sono problemi con i figli, problemi economici.
La fecondità è il terzo tratto dell’amore di Gesù con la sua sposa, la Chiesa. L’amore di Gesù fa feconda la sua sposa, fa feconda la Chiesa con nuovi figli, battesimi. Però alcune volte il Signore non invia figli: è una prova. E ci sono altre prove: quando viene un figlio ammalato, quanti problemi! E queste prove portano avanti i matrimoni, quando guardano Gesù e prendono la forza della fecondità che Gesù ha con la sua Chiesa, dell’amore che Gesù ha con la sua Chiesa.
A Gesù non piacciono questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità. Sono il prodotto della cultura del benessere, secondo cui è meglio non avere figli, così puoi andare a conoscere il mondo in vacanza, puoi avere una villa in campagna e stai tranquillo!
È una cultura che suggerisce che è più comodo avere un cagnolino e due gatti, così l’amore va ai due gatti e al cagnolino. Però così facendo alla fine questo matrimonio arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine: non è fecondo, non fa quello che Gesù fa con la sua Chiesa.
Papa Francesco, 2 giugno 2014 a Santa Marta
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Vecchiaia e suicidio

Quando penso alla vecchiaia mi viene in mente mia nonna, che visse – lo fece nel vero senso della parola, senza mai sopravvivere – fino a 94 anni.
Passati i novanta diceva che il suo tempo era finito, sentiva che il capolinea era vicino e che era giusto che fosse così. Non c’era rabbia nelle sue parole ma quasi una constatazione dell’esistenza e della realtà. Però non mollava, si teneva viva raccontando e ricordando: parlare del passato ai figli e ai nipoti le dava l’idea che quel flusso era ancora vivo, che l’albero non si era seccato e che noi eravamo il risultato di quella storia. Sapeva che senza di lei nessuno di noi sarebbe esistito.
Resto però convinto che non tutto è dipeso da lei: la sua forza era la possibilità di avere intorno persone che la ascoltavano, che trovavano il tempo per le sue lunghe telefonate, che l’hanno sempre rispettata e mai trattata con sufficienza, che non hanno mai dato, nemmeno per un secondo, la sensazione che lei potesse essere un peso, anche quando era bloccata in un letto.
Per questo penso che la morte in solitudine di un anziano, o peggio un suicidio, sia qualcosa che deve interrogare tutti noi, deve pesare sulle nostre coscienze, sul nostro tempo veloce che sembra non avere più spazio da dedicare alla cura dei vecchi, che sembra aver rimosso il valore della saggezza e che deve rottamare tutto.
Eppure, se penso a quei pomeriggi passati con mia nonna Maria penso che siano tra quelli meglio spesi della mia vita.
Mario Calabresi, La Stampa, 6 ottobre 2013 (sintesi redazione)

Cos’è la croce

Dio pena, attraverso lo spessore infinito del tempo e della specie, per raggiungere l’anima e sedurla.
Se essa si lascia strappare, anche solo per un attimo, un consenso puro e intero, allora Dio la conquista.
E quando sia divenuta cosa interamente sua, l’abbandona. La lascia totalmente sola.
Ed essa a sua volta, ma a tentoni, deve attraversare lo spessore infinito del tempo e dello spazio alla ricerca di colui ch’essa ama.
Così l’anima rifà in senso inverso il viaggio che Dio ha fatto verso di lei.
E ciò è la croce.
Simone Weil

Individualismo e famiglia

L’ideale che l’uomo contemporaneo cerca di raggiungere è quello dell’autonomia individuale, ossia il non dipendere da nessuno.
In effetti, vi è un impegno incredibile per edificare una società fatta di individui, gli uni separati dagli altri, ove l’io prevale sul noi, il singolo sulla società, e quindi i diritti dell’individuo su quelli della famiglia.
Questa 
corsa all’individualismo sta scardinando la famiglia, come pure le diverse forme di società. Per questo lo scardinamento della famiglia è il primo problema della società contemporanea, anche se pochi se ne rendono conto, tanto che si continuano a fare scelte, anche politiche e legislative, che portano le società sull’orlo dell’abisso, come decenni addietro avvertiva Hans Jonas a proposito delle scelte – anche queste prive della consapevolezza necessaria – riguardanti l’ecologia.
Ovviamente non tranquillizza il fatto che la società – come molti affermano per giustificare quanto sta accadendo – ha ormai “metabolizzato” scelte e tendenze culturali.
E’ vero che tanta storia occidentale contemporanea è stata concepita come liberazione da ogni legame: i legami con gli altri, quindi nella famiglia, nella responsabilità verso l’altro. Ed è altrettanto vero che i vincoli, talora, hanno oppresso la soggettività.
Ma oggi la vertigine della solitudine con il culto dell’ “io”, sciolto da ogni legame, anche da Dio, rischia di uccidere ogni soggettività facendo precipitare tutti rovinosamente in basso.
In questa situazione, gli stessi legami affettivi, sessuali, vengono compresi e vissuti nell’orizzonte privato della solitudine. E lo spaesamento provocato dalla globalizzazione, accentua ancor più il ripiegamento su di sé e la tentazione del proprio particolare.
Mons. Vincenzo Paglia
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