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Aiutiamoli a casa loro?

Una riflessione dopo le dichiarazioni del presidente INPS Tito Boeri
«Aiutiamoli a casa loro» è uno degli slogan più diffusi, secondo l’idea che gli investimenti nei paesi d’origine potrebbero rallentare i flussi migratori. Posto che questa teoria possa funzionare nel lungo periodo (mentre nel breve periodo potrebbe addirittura stimolare le emigrazioni, dando più risorse a chi desidera partire), bisogna considerare che questo principio richiede investimenti corposi e probabilmente poco popolari.
L’Italia ad oggi investe circa 4 miliardi di euro in Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS), cioè lo 0,22 per cento, ben lontano dagli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite allo 0,70 per cento.
Le rimesse inviate in patria dagli immigrati residenti nel nostro paese superano invece 5 miliardi (0,30 per cento del PIL). Con una battuta, possiamo dire che «in attesa dei nostri aiuti, sono gli immigrati ad aiutarsi da soli».
Le rimesse continuano insomma ad essere uno strumento di sostegno alle economie dei paesi d’origine degli immigrati. L’impatto di questi flussi in molti casi supera il 10 per cento del PIL, ed è di certo superiore rispetto agli aiuti pubblici stanziati dai paesi occidentali. Emblematica la Moldavia, in cui le rimesse ricevute (1,4 miliardi) rappresentano quasi un quarto del PIL (23,5 per cento), mentre gli APS si fermano al 5,8 per cento.
Open Migration, Fonte: Settimana news, 16 luglio 2017
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Lectio divina

Non è semplice individuare le origini della Lectio divina. Si dovrebbe, comunque, partire addirittura dalla sacra Scrittura: classica per esempio è la scena dell’assemblea riportata nell’ottavo capitolo di Neemia. Vi troviamo praticamente tutti gli elementi tipici della lectio divina che facciamo noi oggi: dall’intronizzazione della Parola alla lettura per brani, dalla spiegazione in piccoli gruppi alla reazione del pentimento, dalla gioia che consola alla solidarietà con i bisognosi. Ma anche Gesù, in certi episodi evangelici, offre delle indicazioni di metodo: sia nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18ss), sia con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), che nelle varie apparizioni postpasquali, quando commenta le Scritture per mostrare la loro convergenza ermeneutica attorno al destino dell’inviato di Dio Padre. Lo stesso si può dire delle prime prediche di Pietro subito dopo la Pentecoste o per certe splendide pagine di Paolo (penso per es. a Rm 9-11).
Storicamente il primo grande maestro – anzi perfino l’inventore della espressione classica: in greco theia anagnosis, tradotta poi da Ambrogio in latino lectio divina – è Origene (+253), che aveva l’abitudine di commentare le Scritture con la gente, per aiutarla a scoprire, nella pluralità delle Scritture, la “legge spirituale” ovunque, e per questo ricorre alla chiave allegorica con ricche applicazioni…
Padre Bruno Secondin, Setttimana news
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Pregare con lo smartphone

Anche in Italia, il panorama delle app legate alla preghiera e alla liturgia in generale si sta ampliando sempre di più. Il fenomeno è decisamente in crescita: ci sono applicazioni di tutti i tipi, a seconda delle esigenze e delle sensibilità. C’è il rosario, l’ufficio delle ore, il catalogo delle preghiere cristiane più note, le letture della messa quotidiana…
Inutile girarci attorno: il fatto è che i dispositivi smart che utilizziamo diventano sempre più multitasking e pervasivi in tanti frangenti della nostra vita.
Lasciamo per un attimo da parte le considerazioni antropologiche e sociologiche di questo fenomeno, trascuriamo un secondo le entusiastiche fanfare del “futuro-che-è-già-qui” e pure le tristi elegie del passato “che-le-cose-le-potevi-toccare-con-mano”. Semplicemente, le applicazioni di cui parliamo sono state create per agevolare la preghiera e per poter pregare in qualunque momento: comodità e utilità, al tempo stesso, a servizio di una dimensione centrale della fede cristiana.
Condividiamo quindi una piccolissima ricerca (decisamente non esaustiva) che abbiamo fatto nel mondo delle Catholic Apps. Ne vediamo alcune, seguendo due criteri fondamentali. Il primo è quella della gratuità: tutte le app riportate sono completamente free, dal download all’assenza di acquisti in-app. Il secondo è quello della lingua italiana.
Marco Mazzotti, Settimana news
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Il Sinodo non passa invano

Non si tratta di una semplice riflessione sulla famiglia, né di un commento o divulgazione dell’Amoris lætitia, l’esortazione post-sinodale che ha concluso i due sinodi dedicati ai temi familiari.
La lettera pastorale di mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola (È il Signore che costruisce la casa) costituisce un organico tentativo di “traduzione” nel contesto della Chiesa locale del cammino della Chiesa universale.
I cinque brevi capitoli (una casa di grandi dimensioni; una casa in costruzione; una casa in restauro; una casa dalle fondamenta e struttura solide; una casa aperta alla comunità civile e religiosa) raccolgono nel percorso formativo alla famiglia, nella cura per le famiglie ferite, nella collocazione della famiglie all’interno della comunità cristiana e della convivenza civile, le varie forme di intervento e di azione che sono attive in ordine al servizio verso le unioni familiari.
Così il cammino formativo degli adolescenti (all’affettività) e dei fidanzati (in percorsi diversificati), i ritiri e la preghiera per gli sposi, le complesse attività del Consultorio familiare nel Centro famiglia di Nazaret, la vita dei gruppi sposi, delle equipe Notre Dame, di Chemin neuf di Rétrouvaille, del tribunale ecclesiastico ecc.
Lorenzo Prezzi, Settimana news, 26 settembre 2016
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Cure palliative per tutti

Hospice, cure palliative, stati vegetativi, terapia del dolore, stadio terminale: sono queste le nuove espressioni divenute ormai familiari in un’Europa che invecchia. Un continente abitato da un numero sempre in crescendo di persone la cui unica qualità loro rimasta, per prendere a prestito la definizione di Hanna Arendt nei confronti delle vittime dei totalitarismi, spesso è solo quella di «essere uomini».
Un tempestivo appello a «introdurre nella legislazione di ogni stato membro il diritto all’accesso alle cure palliative adattandolo al contesto sociale di ciascuno e stanziando adeguate misure», nella considerazione che «è giunta l’ora per avviare un dibattito pubblico sulle cure palliative in tutta l’UE», è venuto in questi giorni dalla Commissione dei vescovi accreditati presso l’Unione Europea.
«Le cure palliative rappresentano un’opera di grande umanità e manifestano la compartecipazione della società verso i suoi membri più provati e il riconoscimento della loro dignità» – si legge nella conclusione –, ed è tempo che ogni legislazione dei paesi europei provveda al loro riconoscimento effettivo: si tratta di uno dei «nuovi bisogni sociali».
Maria Teresa Pontara Pederiva, Settimana news
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