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Meno figli, scuole sempre più vuote

Prevedibile e previsto, il calo della popolazione scolastica torna a far parlare di sé. Da anni si fanno meno figli e le scuole si stanno svuotando.
Sarebbe però miope concentrarsi solo sugli effetti scolastici del declino demografico. Occorre invece rendersi conto che va affrontato a monte il problema della prolungata denatalità italiana.
I paesi europei che sono riusciti a mantenere i livelli livelli soddisfacenti i loro trend demografici lo hanno fatto con un mix di tre leve: politiche fiscali più amichevoli nei confronti delle famiglie con figli; servizi per l’infanzia accessibili e di qualità; politiche dell’immigrazione più o meno selettive, attente ad attrarre e a coltivare le giovani generazioni istruite.
Andrea Gavosto
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Vedi anche GF96 Imparare ad imparare.

 

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I giovani e la scuola


Negli ultimi tempi, noi stessi abbiamo mancato di rigore e di slancio, in contrasto con la grande tradizione europea, e anche italiana, di insegnanti cristiani di personalità solida, passione educativa e competenza impeccabile. La scuola è l’unico segmento istituzionale di iniziazione ad un umanesimo condiviso che sia rimasto. Tutto il resto è “fai da te”, peer group, media-video. È un nodo strategico e i ragazzi, sfiduciati e sfilacciati come sono, si aspettano moltissimo: non appena compare un insegnante come si deve, la polarizzazione è altissima, imprevedibile, commovente. […] Nella scuola dobbiamo mandarci i migliori che abbiamo: non venditori o rappresentanti di immaginette e slogan, ma gente che domina il sapere e ha passione per servire lo spirito. E dobbiamo sostenere questi. E sostenere questo. Non sono la predichetta furba o il giovanilismo mistico che fanno la differenza. Un insegnante, di qualsiasi disciplina, ti può cambiare la vita spiegandoti il corso di un fiume. Non è l’apologetica della religione, il punto. È l’apologetica del sapere, del pensare, del lavoro della mente e del coinvolgimento delle passioni dello spirito che ti cambia la vita. I ragazzi lo sanno, infallibilmente, per istinto. Gli adulti ci credono poco. E al fatto che possa accadere ai ragazzi, non credono per niente. Questo li indebolisce: la parte pavida e parassita dell’adolescenza è incoraggiata a prendere il sopravvento. I ragazzi, aizzati dagli adulti all’opportunismo più redditizio possibile, cedono ad essa. Ma ci disprezzano per questo».
P. SEQUERI, Intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, La Scuola, Brescia 2010, 26-27.
Fonte: http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14084:il-sinodo-i-giovani-la-scuola&catid=499:npg-annata2018&Itemid=209

Scoprire la farfalla nel bruco


Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle. Sembra che siano così belle”. Forse è la frase che preferisco dell’onnipresente, pluricitato (fin troppo!) “Piccolo Principe”. E’ anche una delle meno note di questo testo, ma forse la più adattabile all’ambito scolastico. Perché i ragazzi a scuola son quasi tutti un po’ “bruchi”, se non proprio bozzoli, e noi assistiamo al loro primo maldestro dispiegamento di ali. Se siamo fortunati.
E allora perché noi insegnanti ci lamentiamo sempre, visto che il nostro compito è così nobile? Perché alcuni bozzoli non vogliono saperne di schiudersi e alcuni bruchi ci stanno bene a terra, anzi, ci si crogiolano nel terriccio. Di volare neanche a parlarne, per il momento. E io che ci faccio ogni mattina con i miei bruchi di seconda e terza media (scusate: secondaria di primo grado)?
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La scuola multietnica


C’è un angolo di Italia dove i figli dei migranti si formano sui valori della Costituzione repubblicana. Per scoprirlo bisogna addentrarsi in barriera di Milano, uno dei quartieri più poveri e multietnici di Torino, che ospita una scuola laboratorio dove bambini siriani, nigeriani, marocchini, peruviani e di indiani crescono, assieme ai coetanei italiani, impossessandosi degli insegnamenti che risalgono alla genesi della Repubblica.
Maria Chiara Guerra è l’insegnante precaria che ha scommesso su questo progetto trovando nel Istituto storico della Resistenza di Torino un partner altrettanto visionario e determinato. Ne è nato un programma didattico per classi elementari che consente ai più piccoli di conoscere, ho un linguaggio misurato su di loro, quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale nel nostro paese.
Il primo risultato è arrivato quando i bambini hanno conosciuto la storia di Elena Ottolenghi, una bambina ebrea colpita 80 anni fa dalle leggi razziali. Le pagine in cui la piccola Elena descrive lo shock di essere espulsa da scuola solo perché ebrei, sono così finite nelle mani di bambini arabi e musulmani che mai avevano sentito parlare di persecuzione degli ebrei durante la Shoah.
Allo stesso modo i racconti dei partigiani italiani protagonisti della Resistenza armata contro l’occupazione tedesca hanno portato alcuni bambini siriani a fare con le maestre riflessioni del tipo: “anziché fuggire in massa, gli uomini della mia città sarebbero dovuti rimanere e battersi contro il regime di Assad, proprio come fecero i Partigiani italiani per il loro paese”.
Insomma, è bastato avvicinare bambini stranieri a tasselli della nostra memoria nazionale per vederli appropriarsi, in tempo record, di valori fondanti della nostra identità collettiva.
Con effetti a pioggia perché, improvvisamente, la piccola Elena e i partigiani sulle montagne sono diventati compagni di tutti. a prescindere da lingue di nascita, paesi e culture di provenienza.
Maurizio Molinari, la Stampa, domenica 30 settembre 2018

L’ascensore sociale è rotto

Come si può aumentare la mobilità sociale nel nostro paese? La risposta tradizionale a questa domanda è che l’istruzione è il grande ascensore sociale, e non c’è dubbio che in passato in parte lo sia stato.
La proposta tradizionale per aumentare la mobilità sociale è, quindi, favorire la prosecuzione negli studi degli studenti volenterosi e con un buon rendimento scolastico provenienti da famiglie di basso status socioeconomico. Politiche rivolte in questo senso sono sicuramente auspicabili di per sé, ma la visione della scuola come istituzione chiave per favorire la mobilità sociale ha almeno due problemi.
Vari studi hanno mostrato che la maggiore disuguaglianza educativa in funzione dell’origine sociale si osserva non tanto fra gli studenti bravi ma fra gli studenti mediocri, cioè fra gli studenti con voti sotto la media. Mentre gli studenti con brutti voti e di classe sociale bassa interrompono presto gli studi, quelli con brutti voti ma di classe alta tendono a proseguire.
Il secondo coglie un altro meccanismo alla base della disuguaglianza intergenerazionale. Si tratta di quello che potremmo definire effetto  “spintarella”. Vari studi recenti mostrano che lo stesso titolo di studio rende di più, in termini di reddito, a coloro che provengono da una famiglia di status socio-economico elevato.
Questi due meccanismi, la compensazione di risultati scolastici mediocri e la successiva spintarella sul mercato del lavoro, mettono in discussione l’idea che la scuola possa da sola accrescere la mobilità sociale.
Fonte: http://www.neodemos.info/articoli/la-pericolosa-curva-del-grande-gatsby-cosa-succede-se-la-famiglia-di-origine-conta-piu-dello-studio/?print=pdf

Imparare a imparare

-Prof, ma perché nell’altra classe sono più avanti sul programma?-
Uso questo post per dare una risposta una volte per tutte, sperando che possiate condividerlo il più possibile (specialmente con le mamme) e per fare in modo di rasserenare tutto d’un colpo… l’umanità intera.
Secondo me il problema non è quanto studieranno a scuola ma… nel corso della propria vita!
Io, come insegnante non entro in classe per riempire un quaderno o un libro ma… per insegnargli a cavarsela nel corso della loro esistenza.
Il mio obiettivo non è fare modo che imparino lì, in classe… ma quando saranno usciti dalla loro “bene-detta” scuola!
Insomma, vorrei insegnare ai miei allievi di non smettere mai di imparare.
Andrea Giachi
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Questo è il motivo per cui abbiamo dedicato l’ultimo numero della rivista Gruppi Famiglia a questo tema.
Franco Rosada

La classe capovolta


Oggi gli studenti vengono sommersi da un’enorme quantità di informazioni che loro dovrebbero “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo.
Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola di norma non fornisce loro nessuno strumento e nessun sostegno per “imparare”, cioè per gestire in modo sano e produttivo le informazioni che elargisce in maniera intensiva e incessante.
Tutto ciò appare paradossale, specie se si ricorda che insegnare viene dal latino, e significa imprimere un segno nella mente. Chi “insegna” non può, dunque, limitarsi a trasmettere informazioni. Deve cambiare la mente dei suoi allievi, migliorando il loro modo di ragionare e di confrontarsi con la realtà.
Se l’obiettivo è attivare i cervelli, la classe capovolta appare una soluzione possibile, efficace e naturale. L’idea di base è semplice: nella classe capovolta (flipped classroom) viene ribaltato lo schema tradizionale di insegnamento e apprendimento. In aula si discute, si lavora e si impara insieme sotto la guida dell’insegnante. Insomma, si costruisce un’esperienza condivisa, che favorisce il coinvolgimento, la comprensione e il ricordo. A casa, da soli o insieme, ci si documenta grazie a materiali didattici multimediali che oggi sono facilmente disponibili e accessibili. E si è molto più motivati a prepararsi: lo si è proprio perché a scuola si è coinvolti ogni giorno e non saltuariamente, come succede con le interrogazioni e i compiti in classe. Guardate come un’insegnante racconta ai suoi allievi l’intero processo.
Nella flipped classroom si pratica, insomma, il learning by doing. Se tutto ciò ci sembra molto americano, è solo perché abbiamo trascurato e osteggiato le intuizioni di alcuni nostri grandi educatori del passato e ci siamo (colpevolmente) dimenticati di Maria Montessori, che agli inizi del secolo scorso già parlava di apprendimento attraverso l’attività, o di don Milani, o di Giuseppina Pizzigoni.
Anna Maria Testa
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