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L’amore coniugale secondo la Chiesa


Il pensiero di sant’Agostino sul matrimonio, che fu determinante per le prime riflessioni teologiche, è stato condizionato dalla difficoltà di apprezzare totalmente la positività dell’amore corporeo nuziale sacramentale, essendo l’anima “caduta” in un corpo mortale, e si è concentrato soprattutto sui “fini” dell’istituzione, ponendo al centro la procreazione e tenendo in ombra il “senso”.
La stessa vivacissima controversia che per secoli ha contrapposto fra loro i sostenitori della “unione carnale” oppure del “consenso” come elemento strutturalmente costitutivo del matrimonio è sempre rimasta prigioniera della logica dei fini.
Nella storia della Chiesa l’amore coniugale è stato come un fiume carsico, che è emerso solo in alcuni momenti particolari.
Solo con il diffondersi dell’amore romantico, l’amore diventa elemento centrale del matrimonio. Ma questo cambiamento di prospettiva non si verifica nella Chiesa ma altrove, nell’ambito della cultura laica.
Solo con il Concilio Vaticano II l’amore viene “inserito” all’interno del matrimonio, divenendone la struttura portante, “comunità di vita e di amore” (GS 48).
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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La convivenza è un sacramento?

Da dove salta fuori questa novità? Chi l’ha detta? Papa Francesco, secondo alcuni, il quale nel discorso di giovedì 16 all’apertura del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma sulla Amoris laetitia avrebbe dichiarato:
“ho visto tanta fedeltà in queste convivenze, tanta fedeltà; e sono sicuro che questo è un matrimonio vero, hanno la grazia del matrimonio, proprio per la fedeltà che hanno”.
Il testo sopra riportato è più che corretto ma è lecito estrarre una frase dal contesto in cui è stata detta?
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Franco Rosada

 

 

Scambiarsi la pace si può?

Un parroco aveva telefonato in comunità per chiedere se qualcuno poteva celebrare l’eucaristia una domenica nella sua parrocchia, dovendo lui assentarsi. Ho dato io la disponibilità.
Raggiungo la sacristia con un certo anticipo, per chiedere istruzioni sulle usanze nella celebrazione [come si entra, quali parti si cantano, in quale momento si cita l’intenzione, chi da gli avvisi…]; quel le cose semplici che vorrebbero manifestare rispetto per lo stile di una comunità.
Il sacrestano mi rinvia sbrigativamente: «Parli col diacono, perché io non so niente». Un dèja-vu.
Dopo aver risposto ai miei quesiti sovrannumerari, il diacono mi avvicina con fare cortese, quasi cortigiano. Riconosco la costellazione di sintomi che annuncia la metamorfosi curiale. La voce si abbassa di una terzina e inserisce un registro “ad anima”.
– Lei conosce senz’altro, padre, le disposizioni contenute nella Lettera circolare della Congregazione per il culto divino…
– Si, certo. Ho letto L’espressione rituale del dono della pace nella messa.
Per «evitare definitivamente alcuni abusi», come stabilisce l’autorità, ho detto ai ragazzi che accompagnano con gli strumenti di non intonare canti durante le scambio del la pace. Veda poi lei se proprio vuole invitare a scambiarsi il segno della pace, con il rischio che i fedeli si spostino, come era usanza invalsa qui da noi, e che la Congregazione censura.
– Quel segno a me piace, perché, come dice sempre fa Congregazione, «arricchisce di significato e conferisce espressività» al rito della pace, che possiede un «profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’eucaristia».
– Come vuole. In ogni caso, lei scambi il segno della pace solo con me, perché non deve – secondo la norma – allontanarsi dall’altare.
Ipocritamente speravo che le “recenti disposizioni in materia” allungassero l’elenco di quelle rimaste inapplicate, ma naturalmente non posso opporre obiezioni, tanto più che non sono nella mia comunità.
Al momento della comunione, mi rivolgo sottovoce al diacono.
– Posso allontanarmi dall’altare per portare la comunione ai fedeli?
– Certamente!
– E i fedeli possono muoversi dal loro posto per venire a riceverla?
– ???!?
– I ragazzi intoneranno un canto o devo leggere l’antifona?
– Scusi, che domande sono?
Sì, domande perfide e dettate da un sentimento poco eucaristico, del quale chiederò perdono poco dopo celebrando un altro sacramento.
Se però qualche domanda in più (o in meno?) se la ponessero anche i prelati consultori…
(M. Mattè) Settimana, n.30 2014

Paolo VI: nuovo beato

Appena la polvere si posa lo spettacolo che gli si presenta davanti è quello di una moltitudine di campesinos avvolta neiponcho e nelle ruana...
Paolo VI passa in mezzo a loro a lungo, stando in piedi su una jeep bianca…
A questa umanità Paolo VI propone un filo rosso decisamente forte. Perché nel suo discorso pone l’Eucaristia – ciò che il Congresso di Bogotà sta celebrando – in relazione diretta con la loro condizione. «Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo – dice Montini ai campesinos -. Il sacramento dell’Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. (..) Voi – aggiunge ancora – siete Cristo per noi. Noi vi amiamo con un’affezione preferenziale; e con noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica».
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Chiesa e famiglia

Un campo importante del nostro operare da pastori è la famiglia. Essa si colloca al cuore della Chiesa evangelizzatrice. «La famiglia cristiana, infatti, è la prima comunità chiamata ad annunciare il Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana» (Familiaris consortio, 2). Il fondamento su cui si può sviluppare una vita familiare armoniosa, è soprattutto la fedeltà matrimoniale.
Purtroppo, nel nostro tempo vediamo che la famiglia e il matrimonio, nei paesi del mondo occidentale, subiscono una crisi interiore profonda. «Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli» (Evangelii gaudium, 66).
La globalizzazione e l’individualismo postmoderno favoriscono uno stile di vita che rende molto più difficile lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone e non è favorevole per promuovere una cultura della famiglia. Qui si apre un nuovo campo missionario per la Chiesa, ad esempio nei gruppi di famiglie dove si crea spazio per le relazioni interpersonali e con Dio, dove può crescere una comunione autentica che accoglie ciascuno allo stesso modo e non si rinchiude in gruppi di élite, che sana le ferite, costruisce ponti, va in cerca dei lontani e aiuta «a portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2).
La famiglia è, quindi, un luogo privilegiato per l’evangelizzazione e per la trasmissione vitale della fede. Facciamo tutto il possibile affinché nelle nostre famiglie si preghi e venga sperimentata e trasmessa la fede come parte integrante della vita quotidiana.
La sollecitudine della Chiesa per la famiglia incomincia da una buona preparazione e un adeguato accompagnamento degli sposi, nonché dall’esposizione fedele e chiara della dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. Il matrimonio come sacramento è dono di Dio e al tempo stesso impegno. L’amore di due sposi è santificato da Cristo, e i coniugi sono chiamati a testimoniare e coltivare questa santità attraverso la loro fedeltà l’uno verso l’altro.
Papa Francesco, giovedì 30 gennaio 2014
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Il segreto del perdono

Che la Chiesa abbia dedicato un periodo così lungo (40 giorni) per prepararsi alla Pasqua, evento centrale per la nostra vita, ci sorprende oggi: perché pensare alla penitenza, alla rinuncia, alle atmosfere cupe che ci rimandano in definitiva alla morte? Non ci basta già la vita che è così ricca di momenti bui? Perché complicarcela ancora?
Un giorno un prete nostro amico in confessionale mi mandò via senza penitenza, dicendomi che ci avrebbe pensato la vita a farmela fare. Aveva ragione perché la gioia e il segreto della felicità ci sono dati dal perdono incondizionato di Dio, non dalla nostra capacità di meritarcelo.
Riconoscere la grande forza e il grande bisogno di perdono nella nostra vita di coppie e di famiglie, questa è la Grazia. Il Perdono ha la forza di cambiare il mondo radicalmente a cominciare da casa nostra.
È altrettanto curioso che nel Vangelo questo perdono parta da chi sente di aver subito il torto, l’offesa: la sua forza è irresistibile, è quella dell’amore che nasce dalla Pasqua, punto che attira i nostri occhi e il nostro cuore.
Tanto è importante che la Chiesa continuamente ci invita a viverlo come dimensione feriale, quotidiana attraverso il sacramento che si rovescia sulla vita, come la tazza con il latte della colazione di mio figlio Tobia sulla tovaglia appena stesa. Buona Quaresima!
Renato Durante

Famiglia e Chiesa

La comunità cristiana, famiglia di famiglie, non vuole sostituirsi ai genitori, né chiamarli in causa in modo strumentale, quando si tratta dei sacramenti dei figli.
Li affianca come compagna di strada, testimone della presenza di Gesù Cristo nel vostro cammino, pronta non a colpevolizzarli ma ad annunciar loro speranza.
I vissuti delle differenti famiglie sono davvero tanti ed ognuno è importante agli occhi di Dio – anche se c’è esperienza di fragilità, di peccato, di fallimento –, per cui ritengo di dovervi incoraggiare da amico, fratello, vescovo.
A partire dalla vostra esistenza concreta di ogni giorno, ci si può aprire o riaprire al vangelo, se mai lo avessimo lasciato da parte perché immersi nelle preoccupazioni della vita. Ogni famiglia lo può fare anche coinvolgendosi nella iniziazione cristiana dei figli, che non significa semplicemente celebrare i vari sacramenti a cominciare dal Battesimo, quando arriva l’ora, ma  introdurre noi adulti insieme ai bambini e ragazzi nella vita stessa di Cristo.
È questo infatti un tempo ricco di grazia che il Signore offre per ripensare e forse riprendere un discorso sulla fede.
Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
Lettera di Natale 2012

Formazione permanente

Anche quest’anno il ciclo di catechesi che don Renzo Bonetti ha dedicato alla formazione della coppia si è appena concluso. Il tema affrontato in 9 incontri è stato “Il matrimonio: sacramento per la missione”…
La nostra vita, come quella di tutte le famiglie è molto caotica e nonostante le buone intenzioni è davvero complicato riuscire ad essere entrambi nelle condizioni di fermare i motori e dedicarci all’ascolto delle catechesi.
Così, grazie alle facilità tecniche di fruizione, abbiamo scaricato i file audio dal sito www.misterogrande.org e, separatamente, abbiamo ascoltato le varie catechesi, spesso in auto verso un appuntamento di lavoro, oppure durante quei lavori domestici meccanici che lasciano libera la mente.
La condivisione è stata facile, in qualsiasi momento: durante il pranzo, oppure dopo le dieci di sera, quando in casa nostra cala uno strano e surreale silenzio e nonostante la stanchezza fisica, che magari renderebbe impossibile l’attenzione all’ascolto di una catechesi, risulta dolce e fruttuoso il nostro mettere in comune ciò che ci è stato donato dallo Sposo attraverso la voce dello Spirito.
Questa grazia, queste ricchezze reciprocamente donate ci hanno aiutato ad approfondire la consapevolezza, giorno dopo giorno, di quanto Dio ci ami e ci stimi capaci di compiere ciò per cui, insieme, ci ha chiamati e voluti sposi in Gesù.
Le ricadute in termini pratici sono molte più di quanto noi stessi sperassimo; il testimoniare ai nostri figli che non si è mai imparato abbastanza, le parole che scaturiscono più sicure e consapevoli nel parlare con i nostri parenti, amici, colleghi, il desiderio di ritrovarci con Lui più spesso nella preghiera … sono alcune delle conseguenze del far spazio a Gesù Sposo e maestro nel nostro tempo vissuto e nel nostro cuore.
Roberta e Stefano Testa