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Non è qui!


Nel vangelo di Marco ciò che l’angelo dice alle donne è grandioso, ma a quanto riferisce Maddalena ai discepoli, l’unica cosa che comprendono è che Gesù non è lì, dove era certo dovesse essere. L’hanno portato via…
Assomiglia agli appuntamenti nella nostra vita, incroci della storia dove ti aspetti di trovare un punto fermo, una certezza: la fine di un periodo difficile, la fine della vita, la fine di un rapporto, cioè una cosa che non possiamo cambiare: siamo costretti ad arrenderci all’evidenza.
Proprio qui chiediamo aiuto, invochiamo a gran voce nel silenzio del cuore la Sua presenza: e Lui non è lì.
Come le donne attraversiamo le difficoltà, le malattie, le separazioni, i cambiamenti, e provate da tutto questo scorgono che l’unica loro certezza, che tutto è finito, è stata rotolata via…
La pesantezza del rivivere i vari passaggi faticosi ci assale, lasciandoci solo la paura… Come posso andare avanti? Iniziare tutto da capo? Chi ci libera da questo peso che ci schiaccia dentro e non lascia spazio alla speranza?
Il pensiero di quello che ci aspetta, ci schiaccia nel presente.
Ma Gesù ci precede, dove aveva detto. A casa nostra, in Galilea.
Ci precede nei luoghi della nostra vita di ogni giorno, rotolando via la pietra delle nostre paure, invitandoci a custodire la speranza che nasce dalla certezza della Pasqua, dalla certezza che lui è sempre con noi, con il dono del suo Spirito.
Lui cammina al nostro fianco, come nella sera di Pasqua verso Emmaus.
Buona Pasqua ad ognuno di noi. Il Risorto e il suo Spirito ci sono accanto sempre, qualunque cosa accada. Anche se noi lo rifiutiamo, lo dimentichiamo, non lo vogliamo. Può una mamma dimenticarsi di suo figlio? E se anche fosse possibile, Dio il Signore non se ne dimenticherà mai…
Renato e Antonella Durante

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I doni dello Spirito

La “carne” ha ormai le sue vetrine ovunque, ci assedia dentro e fuori casa. Non bastano più le piccole difese, occorrono mezzi grandi, “risolutivi”. Io vedo indicato uno di questi mezzi risolutivi nelle parole dell’Apostolo: “O non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6, 16-17).
C’è una segreta forza in quest’ultima frase. Non la si ripete mai dentro di sé nei momenti di difficoltà senza sperimentarne l’efficacia. Dio ha disposto per la nostra proclività verso la materia e i corpi, un rimedio degno della sua sapienza: il corpo risorto del Signore. Esso è il luogo dove è stata definitivamente superata la tensione tra carne e spirito, dove il corpo ha già raggiunto quella “liberazione dalla schiavitù della corruzione”, cui l’intera creazione anela.
Esso è come un’ancora di salvezza, gettata oltre il campo di battaglia. E tuttavia è un vero corpo, anche se “spirituale”; con esso possiamo unirci, intenzionalmente, con la fede e, realmente, nell’Eucaristia. Egli ci comunica la sua stessa purezza. Gli ebrei, morsi nel deserto dai serpenti, guarivano guardando il serpente di bronzo; noi guariamo dai morsi della sensualità correndo a guardare colui che, proprio a questo scopo, fu elevato per noi sulla croce (cf. Gv 3, 14-15).
Per questa via non c’è bisogno di disprezzare la bellezza dei corpi o avvilire la sessualità umana, perché la via è piuttosto “dalla bellezza alla Bellezza”. Diceva un antico Padre: “Sappia l’uomo che il suo cuore è giunto alla purezza, quando vede ogni bellezza e nulla gli appare più impuro”. Una risoluzione pratica che si potrebbe prendere, dopo aver meditato sul dono dell’intelletto, è quello di consacrare la nostra mente al Paraclito. Consacrare significa affidare, cedere, riservare. Decidere di non voler usare, d’ora in poi, la nostra mente se non per la conoscenza del vero e per la gloria di Dio. Nonostante tutto, essa resta quello che abbiamo di migliore e di più nobile, il riflesso più vicino dell’intelligenza divina, la cosa a cui Dio tiene di più al mondo.
È utile ripetere questa consacrazione di primo mattino. Un antico Padre diceva che la nostra mente è come un mulino: il primo grano che vi viene messo dentro al mattino, è quello che continuerà a macinare per tutto il giorno. Bisogna affrettarsi a mettervi subito il buon grano di Dio -pensieri buoni, parole di Dio-, altrimenti il demonio vi metterà la sua zizzania. A me piace farlo ripetendo la prima strofa del Veni creator: “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita; imple superna gratia quae tu creasti pectora”: Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti; riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”.
P. Raniero Cantalamessa

Vegliare nella notte

La giornata del Sabato santo è aliturgica (senza Eucaristia) come il Venerdì santo. La chiesa spoglia, col suo silenzio e con l’assenza di qualsiasi rito liturgico, pare che sia discesa con Gesù, suo sposo, nel sepolcro. La sua vedovanza durerà poco.
L’atmosfera sta in una trepida attesa, in una speranza che presto si trasmuterà in gioia, la gioia della Risurrezione. La riforma liturgica ha messo in luce questa certezza con la restaurazione della Veglia pasquale.
Così come la viviamo oggi, essa è sorta per celebrare la risurrezione di Gesù e per portare a termine il cammino dei catecumeni con la ricezione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Il cero pasquale, dalla cui luce tutte le altre si accendono e prendono splendore, è simbolo di Cristo che risorge glorioso, che vince e disperde le tenebre del male.
La veglia pasquale deve quindi segnare per ogni cristiano una vera rinascita spirituale; bisogna passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo che in Cristo trova la sua perfezione.
Don Joseph Ndoum

Ripartire da Pasqua

Come i discepoli, davanti al sepolcro vuoto, capiscono che Gesù è risorto, così anche noi possiamo imparare a leggere la nostra storia personale, di coppia e di famiglia, a partire dalla nostra condizione attuale, seppur confusa e contraddittoria, e comprendere che proprio da lì si può ripartire per un nuovo inizio.
Le esperienze familiari sono tutte diverse tra loro, a volte cariche di grandi sofferenze legate a malattie, separazioni, disoccupazione, litigi con le famiglie di origine. E dalla sofferenza, come dalla crisi, se vissute con la consapevolezza che non ci si salva da soli, può nascere una forza nuova e si può risorgere insieme!
Ripartire da un disagio è un’esperienza che spesso abbiamo fatto anche noi: quando abbiamo trovato il “sepolcro vuoto” dell’incomprensione con i figli e ci siamo aiutati per ricucire i rapporti con loro rivedendo i nostri criteri educativi; o quando abbiamo trovato il “sepolcro vuoto” di scelte lavorative che ci portavano ad isolarci come coniugi e ci siamo venuti incontro modificando qualche abitudine e rispettando reciprocamente le situazione di vita dell’altro.
Il ritrovarci insieme, davanti a queste “pietre rotolate”, ha significato sempre per noi fare esperienza di “risurrezione”.
Antonella e Santo Grasso
Tratto da “Ascolto e annuncio”, n. 5,  supplemento a “Settimana” del 17/03/2013