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Vecchiaia e suicidio

Quando penso alla vecchiaia mi viene in mente mia nonna, che visse – lo fece nel vero senso della parola, senza mai sopravvivere – fino a 94 anni.
Passati i novanta diceva che il suo tempo era finito, sentiva che il capolinea era vicino e che era giusto che fosse così. Non c’era rabbia nelle sue parole ma quasi una constatazione dell’esistenza e della realtà. Però non mollava, si teneva viva raccontando e ricordando: parlare del passato ai figli e ai nipoti le dava l’idea che quel flusso era ancora vivo, che l’albero non si era seccato e che noi eravamo il risultato di quella storia. Sapeva che senza di lei nessuno di noi sarebbe esistito.
Resto però convinto che non tutto è dipeso da lei: la sua forza era la possibilità di avere intorno persone che la ascoltavano, che trovavano il tempo per le sue lunghe telefonate, che l’hanno sempre rispettata e mai trattata con sufficienza, che non hanno mai dato, nemmeno per un secondo, la sensazione che lei potesse essere un peso, anche quando era bloccata in un letto.
Per questo penso che la morte in solitudine di un anziano, o peggio un suicidio, sia qualcosa che deve interrogare tutti noi, deve pesare sulle nostre coscienze, sul nostro tempo veloce che sembra non avere più spazio da dedicare alla cura dei vecchi, che sembra aver rimosso il valore della saggezza e che deve rottamare tutto.
Eppure, se penso a quei pomeriggi passati con mia nonna Maria penso che siano tra quelli meglio spesi della mia vita.
Mario Calabresi, La Stampa, 6 ottobre 2013 (sintesi redazione)