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Profitto ed etica


“Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”.
Benedetto XVI, Caritas in veritate
Non è tanto il profitto di per sé che fa problema ma il come lo si ottiene e a chi lo si deve dare. L’equivoco che è sorto a partire dalla metà degli anni ’70 – ed è diventato una sorta di mantra – è stato quello di dare per scontato che i profitti spettino tutti agli azionisti.
Invece il profitto è frutto del concorso di una pluralità di fattori. Gli azionisti che hanno messo a disposizione il capitale sono una categoria. Ma ce ne sono molte altre: quella dei laboratori, quella dei clienti, quella della comunità. Tutti questi attori, che vengono chiamati stakeholders, portatori di interesse, concorrono alla generazione dei profitti.
Di questo equivoco hanno preso atto duecento grandi aziende americane.
Attraverso la loro dichiarazione sarà possibile, nel prossimo futuro, spingere tanti altri imprenditori a fare altrettanto e a quel punto le aziende non potranno più agire, come sempre hanno fatto finora, sui parlamenti e sui governi perché non venisse cambiata la legislazione.
Una di queste leggi è quella che riguarda i fondi di investimento. Finora sono stati loro a mantenere la vecchia impostazione mettendo il capitale nelle imprese che scelgono come prioritarie e imponendo al management la massimizzazione del profitto.
Allo stesso tempo questa presa di posizione rappresenta la più forte e potente denuncia nei confronti della politica che finora si è lasciata manipolare e non ha saputo reagire a testa alta nei confronti di un modello di capitalismo che invece di generare valore lo estrae, e sostituisce al profitto la rendita.
Stefano Zamagni (sintesi della redazione)
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Donne ed economia


Alla base della ricchezza economica dell’Occidente c’è stata la capacità delle donne di fare le proprie scelte su lavoro, fertilità e vita familiare.
Guardando attraverso la storia e nei vari paesi, le donne con maggiore libertà tendono a sposarsi più tardi nella vita e ad avere famiglie più piccole. Queste famiglie più piccole impediscono che il tenore di vita sia minato da sempre più bocche da sfamare, consentono ai genitori di investire in istruzione (in termini di qualità piuttosto che quantità) e risparmiano (aiutando il finanziamento di investimenti).
In altre parole, la libertà delle donne riguardo alla propria fertilità porta benefici all’economia: da salari più alti a competenze più forti e a maggiori fondi per gli investimenti. Il fatto che questa libertà sia stata limitata per gran parte della storia spiega perché la prosperità economica sia così rara – e così recente.
Victoria Bateman, economista e femminista
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Bene pubblico o ricchezza privata?


Qualcosa non funziona nella nostra economia: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni di estrema povertà.
Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno; nonostante ciò i superricchi e le grandi imprese sono soggetti ad aliquote fiscali più basse registrate da decenni.
I costi umani di tale fenomeno sono enormi: scuole senza insegnanti, ospedali senza medicine. I servizi privati penalizzano i poveri e privilegiano le élite.
I soggetti che risentono maggiormente di tale situazione sono le donne, su cui grava l’onere di colmare le lacune dei servizi pubblici con molte ore di lavoro di cura non retribuito.
Dobbiamo trasformare le nostre economie in modo da offrire assistenza sanitaria, istruzione e altri servizi pubblici a livello universale, e per giungere a questo traguardo è necessario che i ricchi e le imprese paghino la loro giusta quota di imposte, contribuendo a ridurre drasticamente il divario tra ricchi e poveri e tra uomini e donne.
Oxfam Italia
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Cattolici e lavoro

La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sé e i propri figli.
Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista.
A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli.
E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli – i Millennials – che oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina.
È nel quadro di questo percorso storico – nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici – che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.
Mauro Magatti
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Non è mai stato il lavoro a generare le grandi ricchezze. Queste sono quasi sempre prodotte dalle rendite, cioè da redditi che nascono da qualche forma di privilegio, di sopruso, di vantaggio. E le rendite generano parassiti, consumo improduttivo, da cui non nasce né lavoro né felicità per nessuno. La ‘sindrome parassitaria’ appare puntuale nei tempi di decadenza morale, quando imprenditori, lavoratori, intere categorie sociali smettono di generare oggi lavoro e flussi di reddito nuovo e investono energie per proteggere i guadagni e i privilegi di ieri.
Luigino Bruni
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Maledetti gli operatori di guerra

Dice papa Francesco: «Cosa rimane di una guerra, di questa che noi stiamo vivendo adesso?». Rimangono «rovine, migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: tanti!». E «tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi».
È una questione cruciale. «Una volta — ha ricordato il Papa — Gesù ha detto: “Non si possono servire due padroni: o Dio o le ricchezze”». E «la guerra è proprio la scelta per le ricchezze: “Facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse”». A questo proposito, ha affermato Francesco, «c’è una parola brutta del Signore: “Maledetti!”», perché «lui ha detto: “Benedetti gli operatori di pace!”». Dunque coloro «che operano la guerra, che fanno le guerre, sono maledetti, sono delinquenti».
Una guerra, ha spiegato il Pontefice, «si può giustificare — fra virgolette — con tante, tante ragioni. Ma quando tutto il mondo, come è oggi, è in guerra — tutto il mondo! — è una guerra mondiale a pezzi: qui, là, là, dappertutto». E «non c’è giustificazione. E Dio piange. Gesù piange».
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