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Post libertà e post verità


Il celebre polemista mitteleuropeo del secolo scorso, Karl Kraus, scriveva: «La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero». Battuta di grande attualità.
La nostra società sembra essere in difficoltà in materia di pensiero. Pare svanito un pensiero che sia all’altezza delle numerose complessità che attraversiamo: un pensiero come progetto sociale, civile, culturale, politico, un pensiero come programma di civiltà, come disegno di logiche e di relazioni effettivamente cooperanti. Soprattutto pare sparito un pensiero che faccia appello alla coscienza, al “foro interno”, alla radice di verità che nutre l’anima umana, la sua fede e la sua storia.
Il tempo della post libertà pare esigere che tutto debba consumarsi entro il perimetro coatto del “foro esterno”. Ormai uomini postmoderni e globalizzati, viviamo nel carnevale della libertà: tempo in cui le categorie di pubblico e di privato si rovesciano e si confondono, in cui il virtuale e il reale si compattano diventando uno la finzione dell’altro.
In questa logica si consuma una drammatica constatazione: senza un’assunzione di responsabilità il destino va alla deriva al punto da sembrare ineluttabile e fornendo l’alibi secondo cui ogni presa di responsabilità risulta inane, inutile. Si preferisce chiamarsi fuori dalla complessità del mondo, della coscienza, dell’anima umana.
Che cosa è la verità? Una terribile complicazione che è meglio consegnare al politicamente corretto in grado di rendere le cose neutre, uguali tra loro, indifferenziate, senza più la necessità di scegliere, di esporsi e di testimoniare il proprio essere al mondo. Così, come un gioco di prestigio, ugualmente sparisce ogni traccia di responsabilità.
Giancarlo Ricci, Avvenire, 26 aprile 2019
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La parola dei bambini

La parola dei bambini trova la sua matrice prima nel grido. Lo sappiamo: la vita viene alla vita attraverso un grido, un grido perduto nella notte. Questo grido è una invocazione rivolta all’Altro affinché l’Altro risponda. È questa la prima responsabilità (il cui etimo deriva appunto da “risposta”) che l’esistenza di un bambino attribuisce alla vita di coloro che si occupano di lui.
È questa, se volete, una definizione primaria della genitorialità ma, più in generale, della funzione di chi deve promuovere l’umanizzazione della vita: non lasciare la vita sola, persa, ma rispondere al grido.
L’accesso alla lingua sposta i bambini dall’universo chiuso della famiglia a quello aperto del mondo. La lingua per loro non è solo uno strumento che devono imparare ad usare, ma un incontro generativo che apre a mondi sconosciuti prima; la lingua dei bambini sa essere incantevole perché fa risorgere ogni volta l’atto mitico della prima nominazione quando fu la parola a fare esistere le cose…
Il loro sguardo non è teoretico. Si posa semplicemente sulle cose del mondo con meraviglia. Per questo le parole dei bambini assomigliano a quelle dei grandi mistici…
I bambini trasfigurano costantemente la realtà perché hanno una necessità vitale dell’illusione. Non solo di pane vive, infatti, l’essere umano, ma di parole, segni, gesti, desideri. L’illusione è come un secondo pane, un altro alimento, un lievito che separa la vita umana da quella meramente animale. Il bambino si nutre di fantasia per non restare ustionato dal carattere osceno del reale. La scoperta del mondo, della vita e della morte, del reale, del sesso, della violenza e dell’amore, deve poter avvenire attraverso il velo dell’illusione. Altrimenti la luce senza schermi del reale potrebbe bruciare le fragili pupille dei bambini…
Il sapere dei bambini mostra che c’è un limite al sapere, che non si può sapere tutto il sapere. È il mistero stesso della loro esistenza fa risuonare questo limite.
C’è un impossibile da sapere che i bambini sanno custodire con cura perché sanno di essere figli, cioè di non poter bastare a se stessi.
Loro sanno che senza l’Altro sprofonderebbero nella notte più fredda. Sanno bene che solo l’amore dell’Altro può dare fondamento al carattere infondato del mondo. Per questo la parola evangelica affida proprio a loro il destino del Regno.
Massimo Recalcati, La Repubblica, 5 novembre 2015
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Laudato sì

L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio. Siamo gli eredi di due secoli di enormi ondate di cambiamento: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’aereo, le industrie chimiche, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotecnologie. È giusto rallegrarsi per questi progressi…
Tuttavia non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo
utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo…
Purtroppo l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza… L’uomo è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza avere gli strumenti per controllarlo.
Papa Francesco, Laudato sì, n.102-105
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Divorzio breve: nessun problema?

Il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così…
Ma siamo sicuri, che con questa legge non abbiamo perso qualcosa?
Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche – pure qui l’anche è sottolineato – una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo. È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà.
Il divorzio breve, se guardato un po’ più in profondità, è la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.
Michele Brambilla, La Stampa, 23 aprile 2014
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Matrimoni in crisi

“Il matrimonio religioso è in crisi epocale, ma non è che i matrimoni civili stiano meglio. Le coppie di fatto, però, pur in aumento non sono un elemento determinante: tra coppie unite in matrimonio, religiose e civili, e coppie di fatto non si raggiunge minimamente il livello di intensità di coppie che si aveva nei precedenti decenni.
Il tasso di responsabilità dei legami diventa sempre più basso. In Italia le unioni di fatto – 1.200.000, su 14 milioni di coppie – sono una su 11, vale a dire che per ogni coppia di fatto ce ne sono 10 unite in matrimonio.
Oggi la forma di ‘non famiglia’ che risulta in crescita è quella delle coppie di fatto non conviventi, dunque a bassissimo tasso di responsabilità. In Italia cinque milioni di persone, tra i 25 e i 50 anni, vivono da sole: è chiaro che gran parte, o almeno una buona parte di queste, non può non vivere in coppie di fatto non conviventi.
Vivere in due case diverse lascia infatti un margine di manovra assoluta ai due membri della coppia, che però corrisponde benissimo alle necessità dell’individualismo imperante”.
Agenzia SIR, 27 ottobre 2014
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Su questo tema vedi anche l’articolo di Chiara Saraceno.

Figli e scuola

Si sta facendo molto rumore, da parte di ambienti cattolici, sulle iniziative del UNAR nel campo della formazione degli insegnanti riguardo ad nuovo approccio sul tema dell’educazione alla sessualità e all’affettività.
Molto rumore, molto allarme che coglie però i praticanti impreparati al confronto.
Uno di questi allarmi è stato sostenuto dal Forum Famiglie dell’Umbria, inseme all’associazione Manif pour tuos Italia, con diffusione  di un vademecum intitolato ” Dodici strumenti di autodifesa dalla teoria del gender per genitori con figli da 0 a 18 anni”.
Leggendo il documento il dato che mi ha colpito di più è l’importanza che viene data alla presenta attiva dei genitori nella scuola.
Quanti di noi, al di là del tema specifico, si prendono responsabilità in tal senso, si informano sulle attività curriculari ed extracurriculari dei nostri figli?
Se fossimo più presenti, questi vademecum non sarebbero necessari.
Se conoscessimo meglio l’antropologia cristiana, le tematiche del gender susciterebbero meno allarme e potrebbero essere trattate in modo più realistico e costruttivo.
Franco Rosada

 

 

Individualismo e famiglia

L’ideale che l’uomo contemporaneo cerca di raggiungere è quello dell’autonomia individuale, ossia il non dipendere da nessuno.
In effetti, vi è un impegno incredibile per edificare una società fatta di individui, gli uni separati dagli altri, ove l’io prevale sul noi, il singolo sulla società, e quindi i diritti dell’individuo su quelli della famiglia.
Questa 
corsa all’individualismo sta scardinando la famiglia, come pure le diverse forme di società. Per questo lo scardinamento della famiglia è il primo problema della società contemporanea, anche se pochi se ne rendono conto, tanto che si continuano a fare scelte, anche politiche e legislative, che portano le società sull’orlo dell’abisso, come decenni addietro avvertiva Hans Jonas a proposito delle scelte – anche queste prive della consapevolezza necessaria – riguardanti l’ecologia.
Ovviamente non tranquillizza il fatto che la società – come molti affermano per giustificare quanto sta accadendo – ha ormai “metabolizzato” scelte e tendenze culturali.
E’ vero che tanta storia occidentale contemporanea è stata concepita come liberazione da ogni legame: i legami con gli altri, quindi nella famiglia, nella responsabilità verso l’altro. Ed è altrettanto vero che i vincoli, talora, hanno oppresso la soggettività.
Ma oggi la vertigine della solitudine con il culto dell’ “io”, sciolto da ogni legame, anche da Dio, rischia di uccidere ogni soggettività facendo precipitare tutti rovinosamente in basso.
In questa situazione, gli stessi legami affettivi, sessuali, vengono compresi e vissuti nell’orizzonte privato della solitudine. E lo spaesamento provocato dalla globalizzazione, accentua ancor più il ripiegamento su di sé e la tentazione del proprio particolare.
Mons. Vincenzo Paglia
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