Archivi tag: profughi

I poveri che non vediamo


La povertà è intorno a noi, ci circonda ma non la vediamo. Non abitiamo nei posti “giusti” e non abbiamo nessuna viglia di andarla a cercare.
Poi andiamo al cinema, a vedere un film libanese, e ci ritroviamo immersi fino al collo in questa povertà.
Ci possiamo illudere che sia così solo in Libano ma sappiamo che non è vero.
La storia che ci propone Nadine Labaki è universale: si è poveri perché profughi, perché immigrati clandestini, perché nati in una famiglia povera, perché semplicemente si è disgraziati (per colpa nostra o di altri).
Andate a vedere Cafarnao al cinema, e poi ne riparliamo.
Franco Rosada

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La banalità del male


Quando Salvini ha rifiutato l’attracco ad un porto italiano alla nave Aquarius molti si sono rallegrati per la sua fermezza, altri si sono indignati, altri ancora  hanno rimpianto le politiche adottate da Minniti.
Ci siamo indignati per la separazione forzata dei figli degli emigranti sud americani dai loro genitori ma solo dopo aver visto le foto e sentito gli audio dei pianti dei bambini.
Però in generale preferiamo non vedere, non sapere cosa avviene sulla sponda sud del Mediterraneo e nelle acque libiche o al confine tra Messico e USA perché se vediamo ci indigniamo, altrimenti i pochi che denunciano ciò che accade solo voci che “gridano nel deserto”.
Di fronte a questi atteggiamenti Massimo Cacciari ha ricordato,  citando  Hannah Arendt, la “banalità del male”, il pensare in un modo e agire in un altro, il mettere la testa sotto la sabbia per non veder e non sentire, l’incapacità di confessare i peccati di omissione, ecc.
Franco Rosada

Corridoi umanitari: cosa possiamo fare noi?

“In Italia recentemente ci sono state alcune polemiche sul soccorso in mare alle persone che fuggono dalla guerra. Questo programma dei corridoi umanitari è fuori da ogni polemica, non accetta alcun tipo di polemica, è un programma di pace, di bene, di convivenza e di integrazione. Benvenuti in Italia e siate sicuri che tutto il popolo italiano è felice di accogliervi e di darvi un futuro”.
Con queste parole Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha accolto questa mattina all’aeroporto di Fiumicino altri 68 profughi siriani giunti in Italia dal Libano grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese.
Domani sono previsti altri 57 arrivi per un totale di 125 persone, per lo più nuclei familiari, tra cui 48 minori. Il più piccolo si chiama Hikmat: ha tre mesi ed è il quinto figlio di una famiglia di Homs.
Con gli arrivi di oggi, il progetto ecumenico dei Corridoi umanitari ha raggiunto la cifra di quasi 800 profughi arrivati in sicurezza e legalmente in Italia, dal febbraio 2016, in accordo con i ministeri degli Esteri e dell’Interno.
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Ti interessa saperne di più? Cliccando qui potrai conoscere l’iniziativa dell’UP9 di Torino che ha aderito a questo progetto!
Vedi anche La Stampa del 30 aprile 2017!

Giorni cattivi

No,  non è oggi che inizieranno i rimpatri forzati in Turchia, ci vorrà del tempo ma ciò avverrà.
Allontaniamo  i profughi dallo sguardo delle nostre telecamere, li togliamo dai servizi dei nostri telegiornali  e risolviamo il problema. Un bel campo di concentramento “umanitario” e tutto è risolto.
Ma, come cattolici, non dovevamo aprire le porte ai migranti? Che fine ha fatto l’appello di Francesco del settembre scorso in cui si invitava ogni parrocchia ad accogliere una famiglia di migranti?
Non prendiamocela con la UE e con l’egoismo dei governi se prima noi non abbiamo fatto la nostra parte.
Franco Rosada

 

Noi liberi e fragili, loro vitali

Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.
Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.
Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese – e agli altri Paesi europei – di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.
Così quest’esodo biblico – che tanto, e per tante ragioni, ci turba – appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori.
Susanna Tamaro, Corsera 28 settembre 2015
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Occhi per vedere

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In un giorno di settembre dell’anno 2015, le fotografie di un corpicino di bimbo restituito dal mare e raccolto dalle braccia pietose di un uomo in divisa hanno stillato di colpo in miliardi di persone questa terribile e liberatoria goccia di verità capace di ridare gli occhi ai ciechi e di ammutolire gli accecati. E ora, di colpo, il dolore è nudo, la consapevolezza della tragedia delle migrazioni di nuovo acuta, ferita aperta e insopportabile come nei giorni degli esanimi corpi neri e delle bare bianche a Lampedusa, nell’ottobre del 2013.
È bene che sia così, che il male sia visto, riconosciuto, patito, esecrato. E non è inutile che ci arrovelli e si dibatta pubblicamente e con passione sull’opportunità o meno di pubblicare certe immagini, foto e filmati che turbano e angosciano. Ma è ancora più utile che lo scandalo avvenga. Che si dica e, più ancora, si gridi che non è possibile né umano che dopo due anni ancora a questo siamo. Che si ammetta finalmente che quel bambino restituito dal mare ha cominciato a morire il giorno in cui ha dovuto lasciare di soppiatto e senza aiuti, coi suoi genitori e suo fratello, una terra che per lui era casa e per altri solo un campo di battaglia spalancato e reso più atroce dalle complicità o dall’ignavia dei “grandi” del mondo.
MarcoTarquinio, Avvenire 4 settembre 2015
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Il giorno della memoria

È stata dura, ma sono arrivato in fondo alla puntata de La grande storia In nome della razza (RAI3), nella settimana dedicata a Il giorno della memoria…  Sono rimasto a seguire anche la controversa vicenda del film documentario di André Singer Night Will Fall – Perché non scenda la notte, dove le immagini erano, se possibile, ancor più crude…
Le immagini sono già drammaticamente note, anche se mai conosciute abbastanza. Le considerazioni conclusive, al contrario, mi hanno sorpreso.
Non sapevo – e non credo di essere solo – che quando il montaggio del film stava per essere terminato, il progetto è stato sospeso. I produttori USA hanno prelevato il materiale dagli studi di montaggio britannici e ne hanno ricavato un documentario più breve, affidato alla regia di Billy Wilder, e organizzato attorno allo scopo di denunciare la brutalità del nazismo e la colpevolezza della Germania.
Il progetto originale, al quale ha contribuito anche Alfred Hitchcock, stava dispiacendo alle sfere politiche perché induceva a compassione verso i sopravissuti dello sterminio organizzato.
Benché – come rivela il documentario – molti degli scampati non volessero ritornare ai loro paesi di origine (la situazione della Polonia di allora, ad esempio, non alimentava certo speranze), il problema dei profughi si stava profilando drammatico.
I leaders britannici e statunitensi non volevano farsi carico di questa umanità “sbandata”, segnata irreversibilmente e nel profondo dalla tragedia attraversata. «Abbiamo già i nostri reduci a cui pensare».
Il documentario alimentava invece nello spettatore il bisogno di prestare soccorso: «Perché non dovremmo accogliere queste persone, dopo che, grazie al nostro intervento, si sono viste restituire un futuro insperato?».
L’enormità dell’Olocausto sconfessa ogni accostamento. Tuttavia non possiamo relegare a storia del passato quella sordità dell’animo umano d’ogni tempo davanti ai liberati dai nostri stessi “interventi umanitari”.
Marcello Matté, Settimana n.5 2105