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Profitto ed etica


“Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”.
Benedetto XVI, Caritas in veritate
Non è tanto il profitto di per sé che fa problema ma il come lo si ottiene e a chi lo si deve dare. L’equivoco che è sorto a partire dalla metà degli anni ’70 – ed è diventato una sorta di mantra – è stato quello di dare per scontato che i profitti spettino tutti agli azionisti.
Invece il profitto è frutto del concorso di una pluralità di fattori. Gli azionisti che hanno messo a disposizione il capitale sono una categoria. Ma ce ne sono molte altre: quella dei laboratori, quella dei clienti, quella della comunità. Tutti questi attori, che vengono chiamati stakeholders, portatori di interesse, concorrono alla generazione dei profitti.
Di questo equivoco hanno preso atto duecento grandi aziende americane.
Attraverso la loro dichiarazione sarà possibile, nel prossimo futuro, spingere tanti altri imprenditori a fare altrettanto e a quel punto le aziende non potranno più agire, come sempre hanno fatto finora, sui parlamenti e sui governi perché non venisse cambiata la legislazione.
Una di queste leggi è quella che riguarda i fondi di investimento. Finora sono stati loro a mantenere la vecchia impostazione mettendo il capitale nelle imprese che scelgono come prioritarie e imponendo al management la massimizzazione del profitto.
Allo stesso tempo questa presa di posizione rappresenta la più forte e potente denuncia nei confronti della politica che finora si è lasciata manipolare e non ha saputo reagire a testa alta nei confronti di un modello di capitalismo che invece di generare valore lo estrae, e sostituisce al profitto la rendita.
Stefano Zamagni (sintesi della redazione)
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Grande Depressione e Stato

Auto, Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne. Quando le crisi sono devastanti non si può fare a meno dello Stato, perché solo quest’ultimo è in grado di metter fine alla devastazione, solo il pubblico sa scommettere sul futuro senza pretendere l’immediato profitto cercato da cerchie sempre più ristrette di privati. Parlando con Ezio Mauro, nell’intervista del 10 gennaio, Sergio Marchionne dice questo, in sostanza, e l’ammissione è importante. Lo dice raccontando una storia di successo – la fusione tra Fiat e Chrysler – e tutte le fiabe sul mercato che guarisce senza Stato si sbriciolano.
La frase chiave nella narrazione di Marchionne mi è parsa la seguente: “La nostra fortuna è stata di poter trattare direttamente con il Tesoro (americano), con la task force del Presidente Obama: non con i creditori di Chrysler, come voleva la vecchia logica. Se no, oggi non saremmo qui”. L’idea era di far rinascere Fiat “in forma completamente diversa”, e solo lo Stato federale Usa poteva fronteggiare – mettendoci la faccia, e i soldi – una crisi depressiva che Marchionne definisce “spaventosa” (“I manager uscivano per strada con gli scatoloni perché le aziende chiudevano (…) non so se mi spiego”). In ogni grande svolta, specialmente quando spavento e cupidigia divorano i mercati, solo la forza pubblica possiede lo sguardo lungo, il dovere solidale, la temerarietà, di cui son sprovviste le vecchie logiche.
Barbara Spinelli, La Repubblica, 15 gennaio 2014