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Ritrovare la speranza oggi


I sogni diurni di ognuno di noi sono importanti, sono necessari. Sono urgenti. La lunga e profonda crisi ci ha lasciato una pesante eredità. Si è rotto il tacito patto che aveva guidato lo sviluppo per oltre mezzo secolo. L’ascensore sociale si è inceppato: scende, ma non sale.
Si è frammentato l’immaginario collettivo e i nuovi miti d’oggi, volatili e fragili. Perché abbiamo vissuto anche il naufragio delle grandi narrazioni post-ideologiche egemoni negli ultimi trent’anni, entro le quali avevamo costruito la nostra identità e radicato il nostro benessere: l’Idea di una nuova patria in una Europa unita senza più frontiere, i benefici per tutti portati dalla globalizzazione, il potere taumaturgico della rivoluzione digitale come leva universale per diffondere conoscenza e democrazia ai quattro angoli del pianeta.
La società del rancore che si è risvegliata l’indomani, con questi sogni andati in pezzi, spaesata, inquieta e impaurita, imprigionata nel limbo della crescita da «zero virgola», si è immersa in una nuova antropologia dell’insicurezza.
Ora ci sporgiamo sulla frattura della storia. Come affrontare il futuro? Come rimettere in moto i desideri e la speranza? La filosofia può accompagnarci per mano nel travaglio del salto d’epoca. Per non accontentarci del cattivo presente. Per scansare il frutto avvelenato del rancore e non cadere nella trappola della nostalgia. Per continuare a sognare a occhi aperti.
Massimiliano Valerii, La notte di un’epoca, Ponte alle Grazie Editore, Frienze 2019

 

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Narcisismo e denatalità

…Se viene meno l’interesse del passato e quello del futuro, come anche una capacità effettiva di relazioni con l’altro e il diverso, una della prime conseguenze è l’appannarsi e lo scomparire della spinta a generare.
«È interessante osservare che il venir meno della propensione alla generatività costituisce proprio un aspetto tipico del narcisista. Egli, infatti, non sente il dovere di essere grato nei confronti di chi lo ha generato e, in quanto concentrato sul presente, non sente il bisogno di proiettarsi nel futuro tramite la prole» (Cesareo).
Nella cultura occidentale, ormai prevalente, «il legame monogamico in un breve lasso di tempo storico è diventato residuale, mentre si sono diffusi i legami in serie (le coppie ricostruite) e quelli delle coppie di fatto che, in nome dell’autodeterminazione, rifiutano il riconoscimento e la testimonianza sociale.
È però il divorzio a fare della cultura dell’Occidente un unicum; le varie culture lo riconoscono come possibilità, ma nessuna di esse ne conosce una simile diffusione, tanto che potremo parlare di epidemia sociale, o di “società del divorzio”» (Cigoli – Facchin).
Cresce l’angoscia e la paura per gli anni che avanzano, non a causa del culto della giovinezza, ma a causa del culto di sé.
Vi è indifferenza se non disprezzo «nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future» (Belardinelli).
L’esercizio della sessualità (“fare sesso”) diventa espressione suprema dell’emancipazione e implode nella costatazione assai comune: «in fondo non succede nulla».
La denatalità non vista e non risolta in Europa non è solo un problema sociale, ma propriamente una tragedia simbolica, il segnale dell’incapacità di una concezione forte di storia, di un mito politico propulsivo, di un progetto capace di coinvolgere gli animi e le menti in un’impresa comune.
«Il risultato complessivo di questo deficit di elaborazione simbolica è sotto gli occhi di tutti: una tonalità piatta e grigia che ottunde tutte le distinzioni di valore, genera quella sfiducia, quel senso paralizzante di impotenza nei confronti del futuro, quella depressione, che definiscono la tonalità psico-affettiva dell’europeo-tipo contemporaneo» (Vaccarini).
Lorenzo Prezzi, Settimana, n.24 2014