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Padre nostro


Il Padre nostro ha il volto di mia nonna. Dev’essere stato in cucina, oppure mentre sciacquava i panni nelle acque del torrente Astico. Terza ipotesi: seduti, entrambi, sui banchi della nostra chiesa di Calvene, sotto il Crocifisso, appena usciti dall’asilo.
All’anagrafe avevo quattro anni, o giù di lì: mi insegnò a mettere in fila indiana quelle sette frasi che, tempo al tempo, sarebbero diventate sintesi di tutto quello che avrei potuto osare chiedere a Dio. Dopo il Pater, nessun’altra orazione è più sorta su labbra d’uomo che non fosse già contenuta in questa: la più fanciulla, quella primordiale, preghiera casa e chiesa. Il Padre, poi anche la Madre: l’Ave Maria.
A casa non ci furono mai conflitti di interesse: prima Lui o prima la Madre, era chiaro che Dio aveva un diritto di prelazione nell’anima. Fu la nonna a decidere, a nome di noi bambini, le giuste posizioni: prima Dio, poi Maria. A Dio, attraverso Maria: che lei ci portava a pregare sul Monte Berico, la cima mariana di chi nasce nel vicentino. Ora pro nobis, Santa Dei genitrix.
Marco Pozza, Avvenire, 19 aprile 2018
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Questo sarà anche il tema del numero di giugno 2019 della rivista Gruppi Famiglia.

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Incontrare il divino con il rosario

Un filo rosso collega le pratiche di preghiera in varie parti del mondo e attraversa fedi e religioni diverse. Questo filo rosso è il rosario. Strumento tra i più antichi dell’umanità, si trova tra le mani dei fedeli cristiani – cattolici, copti, ortodossi, siriaco-caldei – come di quelli islamici, dal Marocco all’Indonesia, dai sufi di Istanbul fino alle lontane isole di Giava e Sulawesi. Scandisce i mantra del mondo buddista da Lhasa ad Hanoi e a Tokyo. Unisce l’induismo indiano a quello praticato a Bali.
Questa ricorrenza così puntuale ci dice una cosa interessante: quando la gente prega, lo fa in un modo che è molto simile nelle pratiche, anche se può essere differentissimo nei contenuti. La preghiera può assumere i connotati dell’ascesi, per liberarsi dei condizionamenti mentali e fisici e focalizzarsi sul proprio centro interiore, o esprimere la richiesta della grazia del Dio cui si rivolge, o ancora dar voce alla lode attraverso l’elencazione dei molteplici nomi divini. Ma sempre, in questa varietà di intenzioni, chi ripete una formula, una preghiera, una lode, specialmente se aiutato dal cerchio del rosario, intraprende una sorta di pellegrinaggio. Un pellegrinaggio compiuto da fermi, con l’intensità e la forza di chi bussa più e più volte alla porta di Dio.
Questo libro, segue il filo rosso del rosario attraversando i mondi e i modi della preghiera quale esperienza umana tra le più intime e necessarie.E nel farlo ci mostra una verità tanto abbagliante quanto dimenticata nel nostro mondo preoccupato dai conflitti religiosi, ma anche prigioniero di una laicità miope: che la gente prega, e lo fa perché cerca Dio nella vita di ogni giorno e perché i fatti della vita devono essere investiti da un senso. Nella voce e nel silenzio, nella perfetta immobilità e nel vortice della danza, con la comunità e da soli, gli uomini esprimono nella preghiera un’arte quotidiana del vivere, che genera una risonanza tra chi prega, per cui gli oranti di religioni e convinzioni diverse si riconoscono e si comprendono.
Il libro è anche il catalogo della mostra “Pregare, un’esperienza umana” che resterà aperta fino al 21 giugno alla reggia della Venaria Reale (TO)

I salmi imprecatori

La scelta operata, con la riforma liturgica scaturita dal Vaticano II, di togliere i salmi imprecatori dalla preghiera liturgica, fino a quel momento recitati in latino, era dettata «dal desiderio di superare le difficoltà della loro lettura per un credente che non fosse ancora giunto alla piena maturità della fede» (*). Come era possibile restare fedeli alla legge dell’amore di Gesù e, allo stesso tempo, pregare invocando il male e chiedendo la distruzione dei nemici?
Quella scelta non aiutava a comprendere pienamente il significato di quei testi, trascurava di sottolineare che in quelle parole risuona il grido dei “violentati” della storia, degli oppressi le stesse grida che risuonano nei conflitti armati odierni, ma che non vengono sufficientemente raccolte dalla nostra indifferenza e assuefazione.
La lotta tra il bene e il male, tra la violenza subita e il desiderio di farsi giustizia, abita da sempre l’umanità e quindi è presente anche nel corpo vivo dei credenti che devono lottare contro il “diavolo”: i salmi imprecatori «fanno entrare nella nostra preghiera questa lotta e ci rivelano che essa è costitutiva della vita cristiana, segnata dalla lotta contro il seduttore di tutta la terra» (*)…
Le invettive rappresentano uno strumento di preghiera dei poveri, dei giusti perseguitati e degli oppressi che, con le loro grida, chiedono a Dio di intervenire per fare giustizia e castigare il malvagio: nell’universo sociale e religioso di chi ha raccolto quei testi la maledizione era l’unica arma da opporre ad una giustizia corrotta e agli abusi dei potenti.
Nei salmi c’è l’uomo nella sua essenza e i suoi sentimenti, quindi anche la sofferenza di chi prega. Essi sanciscono il principio in base al quale il credente non cede alla  tentazione di farsi giustizia e di rispondere al male con il male, ma lascia fare alla giustizia di Dio e rimette a lui ogni iniziativa.
Luciano Grandi, Settimana, n.12 2014
* Enzo Bianchi; La violenza e Dio, ed. Vita & Pensiero, Milano 2013, pp. 108, e 12,00.

 

 

Pregare in famiglia

Vorrei chiedere a voi, care famiglie: pregate qualche volta in famiglia? Qualcuno sì, lo so. Ma tanti mi dicono: ma come si fa? Ma, si fa come il pubblicano, è chiaro: umilmente, davanti a Dio (Lc 18,9-14).
Ognuno con umiltà si lascia guardare dal Signore e chiede la sua bontà, che venga a noi. Ma, in famiglia, come si fa? Perché sembra che la preghiera è sia una cosa personale, e poi non c’è mai un momento adatto, tranquillo, in famiglia … Sì, è vero, ma è anche questione di umiltà, di riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, come il pubblicano!
E tutte le famiglie, abbiamo bisogno di Dio: tutti, tutti! Bisogno del suo aiuto, della sua forza, della sua benedizione, della sua misericordia, del suo perdono.
E ci vuole semplicità: per pregare in famiglia, ci vuole semplicità! Pregare insieme il “Padre nostro”, intorno alla tavola, non è una cosa straordinaria: è facile.
E pregare insieme il Rosario, in famiglia, è molto bello, dà tanta forza!
E anche pregare l’uno per l’altro: il marito per la moglie, la moglie per il marito, ambedue per i figli, i figli per i genitori, per i nonni … Pregare l’uno per l’altro. Questo è pregare in famiglia, e questo fa forte la famiglia: la preghiera.
Papa Franceso, omelia per la Giornata della famiglia