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Che cos’è l’amore?


Un gruppo di psicologi ha posto la domanda “Cosa vuol dire amore?” A bambini dai 4 agli 8 anni. Queste le risposte:
1. L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te. (Gianluca, 6 anni).
2. Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. (Rebecca, 8 anni).
3. L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. (Martina, 5 anni).
4. L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. (Carlo, 5 anni).
5. L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. (Susanna, 5 anni).
6. L’amore è quella cosa che ci fa sorridere quando siamo stanchi. (Tommaso, 4 anni).
7. L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. (Daniele, 7 anni).
8. L’amore è quando mamma dà a papà il pezzo più buono del pollo. (Elena, 5 anni).
9. L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. (Anna Maria, 4 anni).
10. Non bisogna mai dire “Ti amo” se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. (Jessica, 8 anni).
Fonte: https://www.facebook.com/giuseppe.donadei69

Mortali e peccatori


Questo cesto è un particolare di un dipinto del Caravaggio: Cena in Emmaus.
Questo cesto ha una particolarità: sporge dal tavolo, è in bilico. Il cesto di frutta è simbolo della vita intera. Qui rappresentata in bilico. Basta un nulla a far cadere quel cesto. Perché così è la vita degli umani. Sempre sospesa…
Siamo sempre in bilico, sempre in bilico tra la vita e la morte. Non abbiamo la vita nelle mani, non siamo in grado di autofondarci. Ma se davvero il Signore è Risorto allora sappiamo che il nulla, il male e la morte non sono l’ultima parola. Possiamo giocarci con fiducia la vita, guardare con fiducia il futuro. Perché Gesù Cristo è il Signore, il Vincitore…
In secondo luogo la frutta del dipinto porta i segni della caducità: la mela è bacata, le foglie dell’uva sono ingiallite, il fico è spaccato. Infatti nessuno è perfetto, siamo tutti un po’ bacati.
Ogni volta che ci sediamo a tavola dobbiamo riconoscere che nella giornata trascorsa abbiamo ceduto spesso al male: una parola mal detta, un gesto scortese, momenti di pigrizia, scelte egoiste, giudizi avventati, insincerità. Oppure a tavola troviamo persone “bacate”, che ci hanno offeso, sono state sgarbate con noi, non ci sono state vicine. La tavola diventa un’ottima occasione per riconciliarci: chiedere scusa e donare perdono. E ripartire.
Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo (TO)
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Quei corsi per sposarsi

…La domanda della giornalista [sull’aereo nel viaggio di ritorno dal Messico] è provocatoria: “La Chiesa misericordiosa ha più facilità a perdonare un assassino che non un divorziato?”. Francesco, apprezzando la domanda “plastica”, annuncia che l’argomento è approfondito nel documento post-sinodale “che uscirà forse prima di Pasqua”. Poi ribadisce che “la pastorale delle famiglie ferite” è una delle più forti “preoccupazioni” della Chiesa, come lo è pure una adeguata preparazione al matrimonio. “Pensi che per diventare prete ci sono 8 anni di studio, di preparazione e poi, dopo un certo tempo, se non ce la fai chiedi la dispensa, te ne vai ed è tutto a posto. Invece per fare un sacramento che è per tutta la vita servono 3 o 4 conferenze…”. I “matrimoni riparatori tante volte sono nulli”, aggiunge il Pontefice, ricordando che a Buenos Aires “come vescovo ho proibito ai sacerdoti di fare questo. Che nasca il bambino e che rimangano fidanzati. Quando si sentono di sposarsi per tutta la vita che vadano avanti”.
Sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati – incontrati nell’appuntamento a Tuxtla Gutierrez – il Papa precisa che “integrare nella Chiesa queste famiglie non significa fare la comunione”. “Io – sottolinea – conosco cattolici risposati che vanno in chiesa tre o quattro volte all’anno. ‘Eh, ma io voglio fare la comunione’, come se la comunione fosse una onorificenza… Un lavoro di integrazione: tutte le porte sono aperte, ma non si può dire più possono fare la comunione, questo sarebbe una ferita anche ai matrimoni, perché non gli farà fare, alla coppia, quella strada di integrazione”.
Zenit, 18 febbraio 2016
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PERDONARE L’ABORTO

Mandorlo

In occasione del Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha deciso di concedere a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere dal “peccato di aborto”.
È qualcosa di forte ed importante, che può ridare gioia a molte persone.
Lo sappiamo bene noi del Mandorlo, un équipe di psicologhe che dal 2012 si occupa di brevi corsi di elaborazione del lutto per le donne che hanno abortito, sia spontaneamente che volontariamente.
Abbiamo in mente i volti, le parole, le emozioni di molte donne (e uomini), che ci parlano di come hanno vissuto l’aborto. Spesso torna il discorso del perdono sacramentale, a volte visto quasi come un miraggio, e di quello psicologico.
I due aspetti si intersecano, come per esempio per Marta, che racconta come lei si sia confessata, sentendosi però non realmente perdonata.
È stato solo dopo un riconoscimento della propria fatica a perdonarsi, che ha avuto nuovamente voglia di chiedere la confessione, perché i due aspetti viaggiano insieme.
Oppure pensiamo alla storia di Erica, che mai avrebbe pensato alla possibilità di chiedere perdono davanti a Dio per un gesto che la faceva sì soffrire tanto, ma di cui non si dichiarava pentita. Elaborare insieme la sofferenza per i suoi due bambini, mai nati per volontà sua, vedere che in qualche modo li aveva amati e che forse oggi non avrebbe rifatto quelle scelte – riconoscendo la solitudine e la disperazione che l’hanno accompagnata nel momento della decisione – l’ha portata ad accogliere, con i suoi tempi, l’idea di confessarsi.
Abbiamo in mente tanti volti, tante storie e tanta sofferenza sul tema dell’aborto e siamo contente che papa Francesco si sia rivolto a loro con un occhio di riguardo, non per condannare ma per accogliere, per riconoscere il loro dolore e per dare speranza per una nuova vita.
L’esperienza dell’aborto porta infatti con sé cicatrici enormi, che, se non curate, diventano croniche e “invadono” gran parte della vita di una persona, anche dopo lunghi anni dall’esperienza. Occorre quindi “prendersi cura” di questo dolore: riconoscerlo, farlo emergere, curarlo e poi lasciarlo andare, perché ogni uomo ed ogni donna ha comunque il diritto di ricominciare a vivere e di sperimentare ancora l’amore, la gioia, il perdono… la vita!
Info: www.post-aborto.it

Lassismo o misericordia?

In una lettera a Magister, un ecclesiastico scrive tra l’altro: “Un signore di mezza età, al quale ho chiesto, con discrezione e delicatezza, se era pentito di una ripetuta serie di peccati gravi contro il settimo comandamento “non rubare”, dei quali si era accusato con una certa leggerezza e quasi scherzando sulle circostanze non certo attenuanti che li avevano accompagnati, mi ha risposto riprendendo una frase di papa Francesco: “La misericordia non conosce limiti” e mostrandosi sorpreso che ricordassi a lui la necessità del pentimento e del proposito di evitare in futuro di ricadere nello stesso peccato: “Quel che ho fatto ho fatto. Quel che farò lo deciderò quando uscirò da qui. Come la penso su ciò che ho compiuto è questione tra me e Dio. Sono qui solo per avere quello che spetta a tutti almeno a Natale: poter fare la comunione a mezzanotte!” E ha concluso parafrasando l’ormai celeberrima espressione di papa Francesco: “Chi è lei per giudicarmi?”. [vedi http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351203].
La critica nei confronti di papa Francesco è evidente.
Ma Francesco, di fronte ad un caso simile, saprebbe come rispondere, distinguendo tra peccatore e corrotto. Ciò non riguarda innanzitutto la quantità o la gravità delle azioni commesse, ma il fatto che il primo umilmente riconosce di essere tale e continuamente chiede perdono per potersi rialzare, mentre per il secondo «viene elevato a sistema, diventa un abito mentale, un modo di vivere» [vedi http://www.lastampa.it/2016/01/10/vaticaninsider/e-il-papa-mi-disse-dio-perdona-non-con-Jo4Ry8ZjQzAfSnUxB4HGkJ/pagina.html%5D.
Franco Rosada

Divorzio breve: nessun problema?

Il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così…
Ma siamo sicuri, che con questa legge non abbiamo perso qualcosa?
Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche – pure qui l’anche è sottolineato – una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo. È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà.
Il divorzio breve, se guardato un po’ più in profondità, è la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.
Michele Brambilla, La Stampa, 23 aprile 2014
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Fedele, perseverante, fecondo

L’amore sponsale di Gesù con la Chiesa ha tre caratteristiche: è fedele; è perseverante, non si stanca mai di amare la sua Chiesa; è fecondo.
Anzitutto è un amore fedele. Questa fedeltà è come una luce sul matrimonio: la fedeltà dell’amore, sempre! Nella coppia ci sono momenti brutti, tante volte si litiga. Ma alla fine si torna, si chiede perdono e l’amore matrimoniale va avanti, come l’amore di Gesù con la Chiesa.
La vita matrimoniale, poi, è anche un amore perseverante, perché se manca questa determinazione l’amore non può andare avanti. Ci vuole la perseveranza nell’amore, nei momenti belli e nei momenti difficili, quando ci sono problemi con i figli, problemi economici.
La fecondità è il terzo tratto dell’amore di Gesù con la sua sposa, la Chiesa. L’amore di Gesù fa feconda la sua sposa, fa feconda la Chiesa con nuovi figli, battesimi. Però alcune volte il Signore non invia figli: è una prova. E ci sono altre prove: quando viene un figlio ammalato, quanti problemi! E queste prove portano avanti i matrimoni, quando guardano Gesù e prendono la forza della fecondità che Gesù ha con la sua Chiesa, dell’amore che Gesù ha con la sua Chiesa.
A Gesù non piacciono questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità. Sono il prodotto della cultura del benessere, secondo cui è meglio non avere figli, così puoi andare a conoscere il mondo in vacanza, puoi avere una villa in campagna e stai tranquillo!
È una cultura che suggerisce che è più comodo avere un cagnolino e due gatti, così l’amore va ai due gatti e al cagnolino. Però così facendo alla fine questo matrimonio arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine: non è fecondo, non fa quello che Gesù fa con la sua Chiesa.
Papa Francesco, 2 giugno 2014 a Santa Marta
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