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Maternità e paternità


All’inizio eravamo bestie. Né più né meno come lo sono ancora le grandi scimmie nostre cugine.
Di amore coniugale non era proprio il caso di parlare. Scrive Luigi Zoja nel libro “Il gesto di Ettore”: “agli albori dell’umanità, solo i maschi più forti del branco si potevano accoppiare con le femmine”. Se la maternità negli ominidi è un dato innato, la paternità lo è molto meno.
La paternità inizia a prendere forma, continua Zoja, “quando i maschi si accordarono, per smettere di aggredirsi e per spartirsi le femmine secondo una regola. Le ricostruzioni dell’antropologia ci dicono che le regole più elementari delle società più semplici e antiche hanno a che fare con la spartizione delle donne”; nacquero allora le coppie, non necessariamente monogamiche.
Quando avvenne questo? In un periodo incerto tra 70.000 e 30.000 anni fa in un contesto di grande cambiamento che prende il nome di “grande balzo in avanti”. Questo termine è utilizzato in antropologia, archeologia e sociologia con riferimento ad una serie di trasformazioni che distingueranno da allora in poi gli esseri umani moderni dai loro antenati e da altre linee estinte di ominidi. Con il “grande balzo in avanti” l’homo sapiens comincia a mostrare la presenza di un pensiero simbolico e ad esprimere una creatività culturale.
“Qualunque ne sia la spiegazione”, scrive la Commissione Teologica Internazionale, “il fattore decisivo nelle origini dell’uomo è stato il continuo sviluppo del cervello umano”. Di conseguenza, “la natura e la velocità dell’evoluzione sono state alterate per sempre con l’introduzione di fattori unicamente umani quali la coscienza, l’intenzionalità, la libertà e la creatività. L’evoluzione biologica ha assunto la nuova veste di un’evoluzione di tipo sociale e culturale”.
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Maschi e papà


Quando si diventa genitori cambia il modo di vedere il mondo e questo vale anche per i cantanti maschi. Ne sono la prova le canzoni che hanno scritto per i loro figli/e.

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle
storie fotografate dentro un album rilegato in pelle
tuoni di aerei supersonici che fanno alzar la testa
e il buio all’alba che si fa d’argento alla finestra
Claudio Baglioni, Avrai

E’ per te che sono verdi gli alberi
e rosa i fiocchi in maternità
è per te che il sole brucia a luglio
è per te tutta questa città…
è per te ogni cosa che see’è ninna naaaa ninna eeee…
Jovanotti, È per te

Figlio delle mie stagioni travagliate
Figlio mio
Fiore profumato, germogliato al sole
Dell’oblio
Con che puntualità sei qui
Come un miracolo, sei qui
Così ti accoglierò, così
Renato Zero, Figlio

Sarà difficile diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
Io fingerò di saperne di più
Elisa, A modo tuo
Scritta da Luciano Ligabue per la figlia

 

Avere un figlio: chi me lo fa fare?


Nel primo “Studio nazionale fertilità” promosso dal ministero della Salute, tra gli altri temi, emerge quello del desiderio di paternità: 8 intervistati su 10, ovvero l’80%, tra i 15 e i 25 anni affermano di desiderare un figlio, una percentuale che si dimezza, però, nell’età adulta. E inoltre il 7% degli adolescenti pensa di non avere figli nel suo futuro.
Secondo me, i ragazzi percepiscono la bellezza dell’essere genitori. Ma il desiderio andando avanti con gli anni cala perché ci si rende conto che l’esperienza genitoriale comporta fatica e sacrificio, impegni che oggi si tendono a cancellare. È l’esito di un clima culturale, più che economico: ogni cosa che costa fatica diventa un’obiezione alla felicità. Perché il figlio è una scelta che vincola, significa essere al servizio di qualcuno, implica una totale donazione. Ecco allora la classica domanda: “chi me lo fa fare?”.
Per superare questa tendenza serve una sfida culturale. Se nel passaggio dalle scuole superiori all’università il progetto generativo di un giovane crolla vuol dire che c’è fragilità, che esiste un debito di speranza. C’è troppa solitudine. Ma il tema della denatalità non è un fatto privato e va affrontato anche a livello politico. È necessario dare più rilievo, per esempio, al lavoro che stanno facendo i consultori familiari, anche con le scuole. Esistono delle buone pratiche, bisogna seguirle.
Francesco Belletti
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Un paese che penalizza i genitori

Troppo poco si è fatto per mettere in condizione i giovani di costruirsi una vita indipendente. Troppo poco si è fatto per rimuovere quel clima sociale sfavorevole alla maternità e alla paternità che è stato dominante nel nostro Paese, già da molto prima dell’ultima crisi.
Un clima che è il frutto di un’offerta scarsa di servizi sociali per l’infanzia, di un’organizzazione del lavoro rigida, specie nel settore privato, di un part time che cresce solo per le donne che non vogliono farlo e non per chi vuole utilizzarlo per conciliare i tempi di vita, di un lavoro non retribuito ancora schiacciante per la maggior parte delle donne e di una asimmetria nella coppia che si riduce troppo lentamente. Il nostro è un Paese a permanente, cronica, bassa fecondità, dove persino gli immigrati tendono rapidamente ad adottare i nostri modelli riproduttivi.
Linda Laura Sabbadini, La Stampa, 29 settembre 2017
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Insegnanti e studenti

Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida.
Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.
Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.
La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago…
Alessandro D’Avenia, La Stampa 6 dicembre 2013
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