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Il collegamento tra Gruppi Famiglia


Domenica 24 marzo 2019 si è tenuto a Ronco Briantino l’incontro di collegamento tra Gruppi Famiglia.
E’ dal 1989 che ci incontriamo periodicamente. Senz’altro eravamo di più agli inizi, c’era il sapore della novità, ma non era facile neanche allora.
Le coppie erano molto legate alla parrocchia e poco aperte a nuove esperienze, adesso sono poche in assoluto e restano poco aperte.
Proposte come la nostra coinvolgono solo le poche coppie più sensibili.
Cosa non va oggi nel Collegamento? Che non “collega” più, non ci si incontra più periodicamente, manca la condivisione dei percorsi fatti.
Dall’incontro del 24 marzo è emerso proprio questo: la necessità del collegamento.
Franco Rosada

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Sempre meno sacerdoti

A Torino vi sono tre ordinazioni sacerdotali l’anno a fronte di dieci decessi.
Così, su 355 parrocchie della Diocesi, più di cento non hanno più un parroco residente.
“Chi vuole la messa sotto casa vive con inquietudine le unità o le comunità pastorali tra più parrocchie”, annota il sociologo Garelli. “Ma la religiosità è anche vita comunitaria aperta, e se c’è dinamismo tra realtà diverse tutto può diventare più incoraggiante. Se si riesce a creare aggregazione tra le parrocchie della zona si evita di rendere viziata l’aria della propria comunità a causa della chiusura, e vivere così momenti – spirituali e di festa – nuovi e piacevoli”.
Per leggere l’intera riflessione di Garelli clicca qui!

Giorni cattivi

No,  non è oggi che inizieranno i rimpatri forzati in Turchia, ci vorrà del tempo ma ciò avverrà.
Allontaniamo  i profughi dallo sguardo delle nostre telecamere, li togliamo dai servizi dei nostri telegiornali  e risolviamo il problema. Un bel campo di concentramento “umanitario” e tutto è risolto.
Ma, come cattolici, non dovevamo aprire le porte ai migranti? Che fine ha fatto l’appello di Francesco del settembre scorso in cui si invitava ogni parrocchia ad accogliere una famiglia di migranti?
Non prendiamocela con la UE e con l’egoismo dei governi se prima noi non abbiamo fatto la nostra parte.
Franco Rosada

 

Se Francesco ci dà una mano

In fondo alla chiesa per salutare i fedeli al termine della messa. A dare
l’esempio, fin dalla sua prima messa da pontefice nella parrocchia
vaticana di Sant’Anna, è stato papa Francesco. In America Latina e nel
mondo anglosassone è consuetudine che il celebrante scenda
dall’altare per andare davanti alla porta e stringere la mano a tutte le
persone che escono dalla cerimonia religiosa.
Anche in Italia sulle orme di Papa Bergoglio in molte parrocchie è
invalsa la consuetudine di “questo umile e fortissimo segno di
condivisione”, afferma l’arcivescovo di Taranto Filippo
Santoro, già missionario “fidei donum” in Brasile, “Quella di salutare i fedeli all’uscita dalla messa è una prassi che ho appreso in Sud America e
che proseguo qui in Italia- racconta Santoro- Per noi è un modo efficace di avvicinarci soprattutto a chi viene in parrocchia solo la domenica o per cerimonie come le comunioni o le cresime. È un piccolo ma significativo gesto che aiuta a trasmettere il senso di comunità soprattutto ai lontani”.
Giacomo Galeazzi, Vatican Insider
Per leggere tutto l’articolo clicca qui!

Una parrocchia difficile?

Ero vice parroco in un quartiere, ritenuto a quei tempi uno dei più ad alto rischio delinquenziale…
Tutte le domeniche veniva a confessarsi un giovane studente diciottenne che abitava al decimo piano di uno di quei casermoni del quartiere. Era un’anima semplice e pulita che mi lasciava edificato dopo la confessione.
Una domenica, dopo averlo confessato, gli dissi: “Dopo l’assoluzione, puoi venire davanti al confessionale?: Ho bisogno di farti una domanda”. Quando si presentò, gli chiesi: “Dì un po’, ma come fai a essere così educato, ligio negli insegnamenti ricevuti pur vivendo in questo quartiere?”.
“Capisco ciò che lei mi vuoi dire”, mi disse. “Vede, tutte le mattine, la mamma, prima di farci uscire di casa, si piazza davanti alla porta e dice a me e a mio fratello più piccolo: “Noi abitiamo in questo quartiere, ma noi non siamo di questo quartiere”.
Quella mattina ricevetti da quel giovane una grande lezione di vita. Capii che non esistono parrocchie difficili come non esistono persone difficili: forse esistono parroci difficili, genitori difficili, educatori difficili che non sanno educare e si giustificano accusando gli altri di essere strani.
Padre Basilio Martin
Tratto da: Spinto dal vento di Dio, edito in proprio, p.131

Dove inizia la missione?

Quando entrai nella nuova parrocchia c’era nel presbiterio un altare pieghevole e trasportabile che stonava in quella bellissima Dimora di Dio di stile barocco piemontese; così decisi di cambiarlo e prenderne uno che si confacesse a quel luogo.
Terminata la mia prima santa Messa, mi rivolsi alla comunità: “Questo altare va cambiato, la vostra Chiesa merita qualcosa di più bello e solenne. Ho pensato di comprarvene uno nuovo che possa darle importanza. Il suo prezzo è di tre milioni”. Al mio annuncio seguì un mormorio di dissenso.
Quando il mormorio terminò, dissi: “Guardate, io in questo momento ho fede in tre cose: nella Provvidenza, nei vostri portafogli e nella mia capacità di farveli aprire. Per cui comprerò il nuovo altare”. Salutai l’assemblea e andai in sacrestia a spogliarmi, seguito da molta gente che voleva fare la mia conoscenza.
Non feci in tempo a ricevere il saluto del primo parrocchiano che una giovane ragazza, molto legata al mio predecessore, fautore di campagne missionarie del tutto ignorate dalla gente del paese, mi aggredì ad alta voce: “Ma come, con tutta la gente che muore di fame in Africa, lei vuole comprarci un nuovo Altare? A cosa servono gli altari quando nel mondo esiste ancora della gente che non riesce a procurarsi del cibo?”.
Fissai per un attimo la ragazza e le dissi: “È una settimana che vivo in questa parrocchia e ancora lei non è venuta in canonica ad assicurarsi se nel mio frigorifero c’è del cibo, o se nelle mie stanze funzioni il riscaldamento; ma vedo però che ama interessarsi degli africani che non conosce e di cui forse ha solo sentito parlare. Non le sembra di essere una falsa cristiana? E poi mi risulta che lei è di famiglia benestante: perché non vende la sua parte e la manda agli africani affamati? L’Altare lo compro perché attorno ad esso potrò formare la comunità; quando avrò formato la comunità potrò loro parlare dei bisogni dei fratelli del mondo e così aiutarli come mi chiede lei in questo momento”.
Padre Basilio Martin
Tratto da: Spinto dal vento di Dio, edito in proprio, p.170-171

Cambiare ogni tanto fa bene

Oggi abbiamo cambiato “parrocchia”. Le coppie di un Gruppo Famiglia ci hanno invitato nella loro comunità per la festa in preparazione al Natale. Abbiamo pranzato con loro e abbiamo conosciuto due nuove coppie, che ci hanno regalato qualche “pezzo” della loro vita. Poi abbiamo riflettuto, partendo dal’ultimo numero della rivista, tutti insieme sulla sobrietà.
E’ stata una bella giornata: vale la pena ogni tanto uscire dal proprio guscio, cambiare “parrocchia”. E’ questo il bello dei GF!
Noris e Franco