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Amore: una parola sfigurata


La parola «amore» (o il verbo «amare») compaiono sempre più spesso nella cronaca.
«L’ho fatto per amore», dicono gli assassini di mogli, compagne, fidanzate. «Io la amo», dicono gli stalker. «Ho sottratto mio figlio a suo padre (o a sua madre) perché lo amo», dice il genitore che ha rapito il figlio portandolo all’estero. «Non faccio incontrare mio figlio con suo padre (o con sua madre) perché lo amo e, se lo incontra, sta male», spiega il genitore che non rispetta l’affido condiviso.
«Ho donato il mio utero per amore», dicono le donne che partoriscono il figlio biologico della sorella o della figlia o della amica. «È un gesto d’amore», dicono le donne che hanno affittato con regolare contratto il loro utero per partorire un figlio consegnato a sconosciuti, che hanno pagato loro tutte le spese e forse di più.
«L’ho fatto nascere per amore dell’altro mio figlio malato», dicono i genitori che concepiscono un secondo figlio, per poter disporre del suo patrimonio genetico.
La parola «amore» sta diventando un contenitore vuoto che ciascuno è autorizzato a riempire come gli fa più comodo, il suo significato è diventato opaco.
Il suo spettro di contenuto si è allargato in tutte le direzioni.
La parola «amore» è sempre meno una parola.
Sta diventando, io credo, uno strumento.
Lo strumento principale per garantirsi una giustificazione morale, capace di garantire la liceità di ogni comportamento.
Serve per controllare e per agire senza controlli. Impunemente.
Perché accettiamo che la parola, e dunque il concetto di «amore», vengano sottoposti a un simile abuso?
Penso, magari sbaglio, che la ragione abbia a che fare con la necessità umana di disporre di un apparato di riferimento morale. La cultura contemporanea, si dedica raramente a elaborare teorie morali, ma crea continuamente nuovi comportamenti. Agisce prima di teorizzare.
E l’evoluzione del progresso scientifico sta avendo una accelerazione imprevista e travolgente.
A posteriori, la parola «amore» diventa, nella società in cui ci troviamo a vivere, un passepartout suscettibile di essere applicato a qualunque comportamento. Poiché è in assoluto la più potente delle parole di cui disponiamo, la parola fondante della civiltà e delle religioni, ci ammutolisce. E ci toglie la capacità di distinguere. Nel preciso momento in cui la parola «amore» viene associata a un qualunque comportamento, noi accettiamo che venga azzerato il nostro giudizio.
Nessuna replica è possibile. Perché la parola «amore» è diventata l’epitome della Morale. È, lei stessa, «la Morale».
A me sembra che invece la parola «amore» sia diventata un bene di consumo. E un’arma. Per manipolarci.
Antonella Boralevi, La Stampa, 19 ottobre 2018
Per conoscere l’autrice: https://www.antonellaboralevi.it/

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Non vi conosco

Chi ama è serio. Dio è serio e, se anche noi lo siamo, passeremo con Lui attraverso le porte strette.
Gesù su questo discorso diventa un po’ urgente: “Sforzatevi perché molti cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, aprici”. Aprimi Signore, perché sono battezzato. Aprimi Signore, perché appartengo alla tua Chiesa. Aprimi Signore, perché da dieci anni sono nel consiglio pastorale diocesano o parrocchiale. Aprimi Signore! Aprimi Signore perché sono in clergyman o vestita da suora; Aprimi Signore! Se bastasse questo!
Aprimi Signore perché ho celebrato ogni giorno l’Eucarestia e ho letto con fedeltà il breviario. “Ma Egli vi risponderà: non vi conosco, non so di dove siete”, non avete amato con tutta la serietà possibile, non avete voluto entrare per la porta stretta se non quando siete stati costretti a pedate.
E’ dura questa Parola, perché è rivolta a ciascuno di noi.
Dario Berruto
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La parola dei bambini

La parola dei bambini trova la sua matrice prima nel grido. Lo sappiamo: la vita viene alla vita attraverso un grido, un grido perduto nella notte. Questo grido è una invocazione rivolta all’Altro affinché l’Altro risponda. È questa la prima responsabilità (il cui etimo deriva appunto da “risposta”) che l’esistenza di un bambino attribuisce alla vita di coloro che si occupano di lui.
È questa, se volete, una definizione primaria della genitorialità ma, più in generale, della funzione di chi deve promuovere l’umanizzazione della vita: non lasciare la vita sola, persa, ma rispondere al grido.
L’accesso alla lingua sposta i bambini dall’universo chiuso della famiglia a quello aperto del mondo. La lingua per loro non è solo uno strumento che devono imparare ad usare, ma un incontro generativo che apre a mondi sconosciuti prima; la lingua dei bambini sa essere incantevole perché fa risorgere ogni volta l’atto mitico della prima nominazione quando fu la parola a fare esistere le cose…
Il loro sguardo non è teoretico. Si posa semplicemente sulle cose del mondo con meraviglia. Per questo le parole dei bambini assomigliano a quelle dei grandi mistici…
I bambini trasfigurano costantemente la realtà perché hanno una necessità vitale dell’illusione. Non solo di pane vive, infatti, l’essere umano, ma di parole, segni, gesti, desideri. L’illusione è come un secondo pane, un altro alimento, un lievito che separa la vita umana da quella meramente animale. Il bambino si nutre di fantasia per non restare ustionato dal carattere osceno del reale. La scoperta del mondo, della vita e della morte, del reale, del sesso, della violenza e dell’amore, deve poter avvenire attraverso il velo dell’illusione. Altrimenti la luce senza schermi del reale potrebbe bruciare le fragili pupille dei bambini…
Il sapere dei bambini mostra che c’è un limite al sapere, che non si può sapere tutto il sapere. È il mistero stesso della loro esistenza fa risuonare questo limite.
C’è un impossibile da sapere che i bambini sanno custodire con cura perché sanno di essere figli, cioè di non poter bastare a se stessi.
Loro sanno che senza l’Altro sprofonderebbero nella notte più fredda. Sanno bene che solo l’amore dell’Altro può dare fondamento al carattere infondato del mondo. Per questo la parola evangelica affida proprio a loro il destino del Regno.
Massimo Recalcati, La Repubblica, 5 novembre 2015
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Lectio divina


152. Esiste una modalità concreta per ascoltare quello che il Signore vuole dirci nella sua Parola e per lasciarci trasformare dal suo Spirito. È ciò che chiamiamo “lectio divina”. Consiste nella lettura della Parola di Dio all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e rinnovarci.
Questa lettura orante della Bibbia non è separata dallo studio che il predicatore compie per individuare il messaggio centrale del testo; al contrario, deve partire da lì, per cercare di scoprire che cosa dice quello stesso messaggio alla sua vita. La lettura spirituale di un testo deve partire dal suo significato letterale. Altrimenti si farà facilmente dire al testo quello che conviene, quello che serve per confermare le proprie decisioni, quello che si adatta ai propri schemi mentali.
Questo, in definitiva, sarebbe utilizzare qualcosa di sacro a proprio vantaggio e trasferire tale confusione al Popolo di Dio. Non bisogna mai dimenticare che a volte «anche Satana si maschera da angelo di luce» (2 Cor 11,14).
153. Alla presenza di Dio, in una lettura calma del testo, è bene domandare, per esempio: «Signore, che cosa dice a me questo testo? Che cosa vuoi cambiare della mia vita con questo messaggio? Che cosa mi dà fastidio in questo testo? Perché questo non mi interessa?», oppure: «Che cosa mi piace, che cosa mi stimola in questa Parola? Che cosa mi attrae? Perché mi attrae?».
Quando si cerca di ascoltare il Signore è normale avere tentazioni. Una di esse è semplicemente sentirsi infastidito o oppresso, e chiudersi; altra tentazione molto comune è iniziare a pensare quello che il testo dice agli altri, per evitare di applicarlo alla propria vita. Accade anche che uno inizia a cercare scuse che gli permettano di annacquare il messaggio specifico di un testo.
Altre volte riteniamo che Dio esiga da noi una decisione troppo grande, che non siamo ancora in condizione di prendere. Questo porta molte persone a perdere la gioia dell’incontro con la Parola, ma questo vorrebbe dire dimenticare che nessuno è più paziente di Dio Padre, che nessuno comprende e sa aspettare come Lui.
Egli invita sempre a fare un passo in più, ma non esige una risposta completa se ancora non abbiamo percorso il cammino che la rende possibile. Semplicemente desidera che guardiamo con sincerità alla nostra esistenza e la presentiamo senza finzioni ai suoi occhi, che siamo disposti a continuare a crescere, e che domandiamo a Lui ciò che ancora non riusciamo ad ottenere.
Papa Francesco, Evangelii gaudium

Je suis Charlie?

Il titolo serve solo per attirare l’attenzione dei motori di ricerca, anche se quanto sto per scrivere ha parecchi agganci con quanto accaduto in Francia.
La sera dopo l’attacco terroristico a Charlie-Hebdo ho partecipato ad un incontro interreligioso. Da parte cattolica si è parlato di Sindone (la prossima ostensione avverrà dal 19 aprile al 24 giugno) e da parte islamica si è parlato del Mandylion di Edessa, che presenta molte analogie con la Sindone.
Ciò che mi ha molto colpito è stata la fede del relatore islamico, l’iman Pallavicini, un fede apparentemente granitica, senza dubbi.
E mi son chiesto: perché non prestiamo fede anche noi, con la stessa determinazione, alle parole dei Vangeli? Alla Parola?
Franco Rosada

Pregare in famiglia

«Ci rendiamo conto che, come la nostra relazione di coppia ha bisogno di essere curata, così anche quella con il Signore chiede di essere coltivata e mantenuta viva e pregnante. Come in un rapporto di coppia, anche nel rapporto con Dio occorre “decidere” di fermarsi con lui, di mettersi in ascolto della sua Parola, di farlo partecipe della nostra vita familiare.
Cerchiamo poi di curare un momento di preghiera con i nostri figli, rivolgendo un pensiero al Padre prima di cena e tentando di dare una visione cristiana della vita ai tanti eventi quotidiani che viviamo e che ci circondano. La domenica, in particolare, non ci mettiamo a tavola senza aver ringraziato insieme il Signore: il suo posto è lì con noi e lo sentiamo presente e conviviale».
Cesare Nosiglia, Lettera in occasione del Santo Natale 2013
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Benedetto XVI: il congedo

Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
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