Archivi tag: Paolo VI

La messa in italiano

“Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo. È un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo”. Era il 7 marzo 1965 e il beato Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti sull’Appia Nuova a Roma celebrava la prima Messa in lingua italiana.
In quella importante occasione il Papa pronunciava due parole fondamentali: “ordinario” e “straordinario” riferendole alla liturgia che si celebrava per la prima volta. “Consueto e ordinario” era il divino Sacrificio che si stava celebrando, quello che da sempre la Chiesa offre per mandato di Cristo Signore. Non era mutata la fede in ciò che si stava compiendo sull’altare: la Santa Messa era sempre la stessa. Consueto e ordinario, seppure sempre grande e unico!
E quel giorno, c’era qualcosa che faceva giustamente pensare alla novità. Così il Papa continuava: “Straordinaria è l’odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa […]. Norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi”.
Marco Doldi, SIR 2 marzo 2015
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Humanae vitae

«Chi legge serenamente l’enciclica troverà che essa non è affatto impregnata di naturalismo o biologismo, ma è preoccupata di un autentico amore umano, di un amore, che è spirituale e fisico in quella inseparabilità di spirito e corpo, che caratterizza l’essere umano.
A Paolo VI sta a cuore difendere la dignità umana dell’amore umano e coniugale. Perciò la libertà — che nella sua essenza è libertà moralmente ordinata — è al centro delle sue riflessioni. Il Papa ritiene la persona umana capace di una grande cosa: capace di fedeltà e capace di rinuncia. Per questo motivo egli non vuole che il problema della fecondità responsabile — il controllo delle nascite — sia regolato in modo meccanico, ma che venga risolto in modo umano, cioè morale, a partire dallo spirito dell’amore e della sua libertà stessa…
Del resto se si volesse fare un rimprovero al Papa, non potrebbe essere quello del naturalismo, ma al massimo quello che egli ha un’idea troppo grande dell’essere umano, della capacità della sua libertà nell’ambito del rapporto spirito-corpo».
Joseph Ratzinger
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Metodi naturali e infertilità

II vertiginoso aumento dell’infertilità di coppia rilancia la necessità di conoscere i ritmi del corpo. E rende indispensabile approfondire la via etica alla natalità sostenuta da Paolo VI nella Humanae vitae
La medicalizzazione della procreazione e i pretesi nuovi diritti procreativi, dal diritto a non avere figli al diritto al figlio, producono spesso nuove e profonde sofferenze personali e sociali.
I coniugi John e Evelyn Billings raccolsero l’appello rivolto da Paolo VI agli uomini di scienza nell’enciclica Humanae vitae (n.24), affinché offrissero «una base sufficientemente sicura a una regolazione delle nascite fondata sull’osservanza dei ritmi naturali»: missione difficile, soprattutto per l’humus culturale fortemente avverso.
Eppure, questo lavoro, anche se poco valorizzato, ha consentito di diffondere una conoscenza preziosa per il mondo scientifico e per la vita di numerose coppie, rappresentando un valido supporto nella ricerca di una gravidanza da parte di coppie – sempre più numerose – con difficoltà a concepire.
Inoltre rappresenta un argine culturale, educativo, etico e psicosociale alle delicate questioni che coinvolgono la sessualità, la famiglia e la vita, tra le quali la “decostruzione” della struttura sessuata dell’essere maschile e femminile prodotta dall’ideologia del gender, l’oscuramento dei diritti del concepito conseguente all’aborto e alla procreazione eterologa (che oltre a negare la vita a molti embrioni moltiplica le figure genitoriali dei “sopravvissuti”), e infine le soluzioni giurisprudenziali assunte come “scorciatoie” normative.
Angela Maria Cosentino, Avvenire 20 novembre 2014
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Paolo VI: nuovo beato

Appena la polvere si posa lo spettacolo che gli si presenta davanti è quello di una moltitudine di campesinos avvolta neiponcho e nelle ruana...
Paolo VI passa in mezzo a loro a lungo, stando in piedi su una jeep bianca…
A questa umanità Paolo VI propone un filo rosso decisamente forte. Perché nel suo discorso pone l’Eucaristia – ciò che il Congresso di Bogotà sta celebrando – in relazione diretta con la loro condizione. «Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo – dice Montini ai campesinos -. Il sacramento dell’Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. (..) Voi – aggiunge ancora – siete Cristo per noi. Noi vi amiamo con un’affezione preferenziale; e con noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica».
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Paolo VI, un nuovo beato

Quest’anno, alle canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, si aggiungerà, il prossimo 19 ottobre, anche la celebrazione della beatificazione di Paolo VI.
Ciò rende questo 2014 un vero “anno santo” che non può che evocare non solo sentimenti di gioia, ma anche di fede e consolazione.
La santità di coloro che hanno ruoli di guida nella comunità è forse la più difficile da accertare e da proporre.
Si tratta di persone le cui scelte umane e spirituali s’intrecciano inevitabilmente con responsabilità storiche enormi che toccano, come nel caso dei successori di Pietro, il destino del mondo intero.
Che si affermi, quindi, che tre Papi del Novecento (il secolo delle guerre mondiali, delle ideologie e dei genocidi) sono santi o beati è veramente un segno di speranza per tutta l’umanità.
Significa dire che, nonostante il male, non siamo stati soli. Che è stato possibile, anche nel mondo d’oggi, toccare e conoscere il bene che si è reso visibile nella testimonianza di uomini che l’hanno perseguito attraversando con coraggio passaggi storici spesso drammatici e vivendo in modo eroico il Vangelo.
Sono testimoni che forse abbiamo incontrato nella vita, ma che oggi siamo chiamati a riscoprire sotto una luce che ci aiuti a ricomprenderci come comunità dei credenti in cammino verso la santità.
Adriano Bianchi, SIR, 12 maggio 1014
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Politica e carità

C’è – ormai da qualche tempo tra la gente – molta sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle prossime elezioni. Si ha la sensazione che sia impossibile un cambiamento sociale della nostra nazione, un vero rinnovamento.
Questo stato d’animo pessimistico è diffuso anche in tanti cristiani, che si sentono confusi e disorientati. 
Mi pare quindi utile ricordare quanto diceva il cardinale Carlo Maria Martini. Che scriveva: «La vita politica è la più alta tra le attività umane, quella che cerca di porre in atto le condizioni per il vero bene comune e il vero progresso di tutti». 
E Paolo VI affermava: «La politica è la più alta forma di carità». E’ utile ricordare a tutti quanto il Concilio Vaticano II, con grande forza profetica, ha detto: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d’esempio sviluppando in se stessi il senso, la responsabilità, e la dedizione al bene comune, così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità. Devono ammettere la legittima molteplicità e diversità di opzioni temporali e rispettare i cittadini, che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro punto di vista». (Gaudium et spes n. 75)
Occorre un «sussulto di responsabilità e di speranza» da parte di tutti i credenti e laici, affinché la nostra nazione ritrovi l’indispensabile speranza per la costruzione di una società più equa e giusta per tutti.
don Mario Foradini, parroco di San Secondo, Torino