Archivi tag: occidente

Donne ed economia


Alla base della ricchezza economica dell’Occidente c’è stata la capacità delle donne di fare le proprie scelte su lavoro, fertilità e vita familiare.
Guardando attraverso la storia e nei vari paesi, le donne con maggiore libertà tendono a sposarsi più tardi nella vita e ad avere famiglie più piccole. Queste famiglie più piccole impediscono che il tenore di vita sia minato da sempre più bocche da sfamare, consentono ai genitori di investire in istruzione (in termini di qualità piuttosto che quantità) e risparmiano (aiutando il finanziamento di investimenti).
In altre parole, la libertà delle donne riguardo alla propria fertilità porta benefici all’economia: da salari più alti a competenze più forti e a maggiori fondi per gli investimenti. Il fatto che questa libertà sia stata limitata per gran parte della storia spiega perché la prosperità economica sia così rara – e così recente.
Victoria Bateman, economista e femminista
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Lettera dal Myanmar

Cosa sta succedendo in Birmania?
Cosa sta succedendo alle popolazioni del Rakhine State, oggi il luogo più caldo del paese, al confine con il Bangladesh: i rohingya, gli indù, i buddisti?
C’è la regia dei militari, tesa a indebolire Aung San Suu Kyi e il suo governo, per legittimarsi di nuovo come i salvatori.

C’è la regia dei terroristi, del gruppo Arsa, impegnati a tenere aperto il conflitto, forse con l’obiettivo di costituire là uno stato islamico, usando i rohingya contro l’esercito e spingendoli in Bangladesh sotto la minaccia delle armi. Uccidono, incendiano, è stata trovata una fossa comune di un centinaio di indù.

C’è la regia dei Paesi occidentali, certo solidali con i musulmani vittime dell’ondata di violenze, senza patria da secoli, ma anche interessati, con una campagna senza sosta, a delegittimare Aung San Suu Kyi, a colpirne l’immagine sul punto più esposto: i diritti umani. Il fatto è che si aspettavano da lei, una volta andata al potere, che aprisse il Paese ai loro interessi, che fosse un baluardo contro la Cina. Questo non è accaduto, non poteva accadere.
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Conflitto di inciviltà

Dopo gli attentati di Parigi si è detto che il nostro “stile di vita” è sotto attacco.
Ma si tratta di uno stile davvero comune e condiviso?
Chi lo minaccia: singoli, cellule, gruppi, o tutto un sistema che crediamo in guerra permanente contro di noi?
Questo stile di vita all’occidentale può davvero rappresentare una minaccia grave per stili di vita alternativi e talvolta intolleranti?
Davvero questi attentati sono stati diretti contro simboli e forme di quello stile di vita che rappresenterebbe il “nostro” specchio identitario? E se quello specchio non riflettesse altro che il vuoto?
Oggi si vive “green”, di lavora “smart”, si studia “easy”, si mangia “light”. Tutto è lecito, perché tutto è “scelto”. Anzi: tutto è lecito se e solo se scelto. Ma chi sceglie cosa o chi? Questa “scelta” non ci porta a nient’altro che alla scelta successiva e, via di questo passo, verso il baratro. L’inferno è lastricato di scelte, non solo di buone intenzioni.
In quest’ottica, anche la vita terrorista sarebbe una scelta. Una scelta irresponsabile, violenta, ma pur sempre una scelta: è questo il rimosso che non vogliamo dire o capire.
In un certo senso, lo stile di vita non chiede altro che adesione individuale, un modo di stare al mondo che nulla dice del mondo. Lo prende così com’è e, alla lunga, lo priva di ogni valore, di ogni conflitto. Finché, da sotto la cenere, il conflitto riappare in forme esplosive.
Solitamente, uno stile di vita non è altro che adesione a un modello di un consumo: si compra un vestito nuovo, si acquista il biglietto d’ingresso a una fiera e, come supplemento, si chiede o si concede la firma su un documento che chiede “più diritti”, ma mai “più giustizia” …
Una stile di vita “vero”, al contrario, pur preservando la singolarità, insiste e manifesta uno spirito connettivo, un “interessere” e chiede al soggetto e alla sua singolarità irriducibile, non ridotto a monade, una partecipazione aperta a qualcosa ben di più esplicito e profondo: qualcosa che possiamo chiamare un senso (e forse anche un bene) comune. Qualcosa che dà, appunto, forma a una modalità di relazione, non di mera adesione e prende a sua volta forma da quella relazione.
Forse è proprio questo che gli atti terroristici – che provengono dal cuore dell’Europa e dai suoi “figli integrati” – ci svelano: la nuda impotenza degli stili di vita attuali rispetto ad altri che non abbiamo più e dinanzi a altri stili di vita che, brutalmente, avanzano e ci gettano nello sgomento.
Marco Dotti, Vita.it, 23 novembre 2015
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Perché siamo così deboli?

Dobbiamo ridare un’anima a questa società: siamo troppo deboli nei valori morali. Pensavamo di essere forti nell’economia, nella finanza e anche nella forza militare, e forse lo siamo, fino ad un certo punto.
Ma siamo deboli nei valori etici, non c’è unità e questa debolezza è sentita dai nostri avversari [NdR: i terroristi islamici]. Diventeremo forti solo se riprenderemo a camminare su strade etiche, morali, di onestà, giustizia ed equità.
Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino

Il terrorismo islamico attacca due volte la pretesa occidentale di autodeterminazione assoluta, da fuori e da dentro. Da fuori ne denuncia la natura utopica. Cari occidentali, ci dicono i terroristi, vi riportiamo sotto il controllo di quel Dio al quale pensavate di essere sfuggiti, e lo facciamo dandovi la dimostrazione somma del vostro essere umanamente limitati: con la morte. La vostra morte… ma anche la nostra di martiri, che vi diamo l’esempio di una radicale sottomissione volontaria.
Da dentro, il terrorismo denuncia il fallimento del progetto occidentale… Poveri o ricchi, emarginati o integrati, costoro hanno chiaramente ritenuto insufficiente la risposta occidentale alla loro domanda di senso e identità. Se l’utopia dell’assoluta sovranità su se stessi è fallita, paiono dirci, allora tanto vale tornar sottomessi a Dio. E farlo nella maniera più clamorosa possibile: uccidendo e morendo…
Se tutto quel che ho scritto finora ha un senso, forse la nostra reazione dovrebbe essere.. la presa d’atto che dobbiamo almeno in parte cambiare il nostro modo di essere – che, se vogliamo salvarci, dobbiamo rinunciare a qualcosa… Ma il terreno più difficile è quello teorico: dovremmo capire che l’assoluta sovranità su se stessi è una promessa che non può essere mantenuta, e che continuare a farla è autolesionistico… dovremmo riconoscere che la nostra libertà non si regge sul vuoto ma su alcuni – pochi – valori che è pericolosissimo mettere in discussione, e che bisogna essere disposti a difendere.
Giovanni Orsina, La Stampa, 22 novembre 2015
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Sinodo, media e famiglia

Un rischio che corre il Sinodo è di guardare ai problemi della famiglia perlopiù dalla prospettiva occidentale, mentre ben diversa è la situazione vissuta dalle Chiese cattoliche di altri continenti, soprattutto nel Sud del mondo.
Da noi i temi più caldi – anche per la ribalta offerta dai mass media – riguardano appunto la condizione dei divorziati-risposati, del riconoscimento delle coppie omosessuali, delle unioni civili, ecc. Insomma, tutti problemi connessi al moltiplicarsi delle forme di famiglia, o alla messa in discussione dell’idea tradizionale o cristiana di famiglia, o ancora a credenti e fedeli che pur vivendo situazioni famigliari che la chiesa ha ritenuto sin qui «irregolari» desiderano essere comunque accreditati di una cittadinanza ecclesiale.
Mentre i vescovi dell’Africa, del Medio Oriente, e in parte dell’America Latina riflettono contesti culturali che propongono e difendono il modello classico di famiglia, anche se gran parte delle loro popolazioni vivono a questo livello situazioni problematiche.
In altri termini, molti vescovi del Sud del mondo risultano estranei al dilemma delle Chiese occidentali se concedere o meno la comunione ai divorziati-risposati, mentre per loro è prioritario rinforzare il modello cristiano di famiglia minacciato dal dilagare della povertà, della miseria, della criminalità, ecc.
Franco Garelli, La Stampa, 6 ottobre 2015
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Occidente e Islam

“Ma davvero abbiamo la memoria tanto corta? Davvero abbiamo dimenticato che fin dagli anni Settanta sono stati gli statunitensi che in Afghanistan, in funzione antisovietica, si sono serviti dei guerrieri-missionari fondamentalisti provenienti dall’Arabia Saudita e dallo Yemen?
Davvero ignoriamo che la malapianta del fondamentalismo l’abbiamo innaffiata e coltivata per anni noi occidentali?
Sul serio non sappiamo nulla del fatto che ancor oggi il jihadismo – quello di al-Qaeda e quello, rivale e concorrente, dell’Islamic State (IS) del Califfo al-Baghdadi – è sostenuto, e neppure in modo troppo nascosto, da alcuni emirati della penisola arabica che pur sono tra i nostri più sicuri alleati nonché – e soprattutto – partner finanziari e commerciali?”.
Franco Cardini, con gli strumenti di uno storico di razza, racconta le varie fasi dell’attacco musulmano all’Occidente con una personale chiave interpretativa. Dietro lo scontro di civiltà, usato strumentalmente da minoranze sparute, si nascondono interessi precisi. Al servizio di questo mito cooperano più o meno consapevolmente una diplomazia internazionale traballante e voltagabbana e un universo mediatico allarmista e ricercatore di consensi legittimanti.
Dalla quarta di copertina del libro: L’ipocrisia dell’occidente.
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