Archivi tag: natalità

Avere un figlio: chi me lo fa fare?


Nel primo “Studio nazionale fertilità” promosso dal ministero della Salute, tra gli altri temi, emerge quello del desiderio di paternità: 8 intervistati su 10, ovvero l’80%, tra i 15 e i 25 anni affermano di desiderare un figlio, una percentuale che si dimezza, però, nell’età adulta. E inoltre il 7% degli adolescenti pensa di non avere figli nel suo futuro.
Secondo me, i ragazzi percepiscono la bellezza dell’essere genitori. Ma il desiderio andando avanti con gli anni cala perché ci si rende conto che l’esperienza genitoriale comporta fatica e sacrificio, impegni che oggi si tendono a cancellare. È l’esito di un clima culturale, più che economico: ogni cosa che costa fatica diventa un’obiezione alla felicità. Perché il figlio è una scelta che vincola, significa essere al servizio di qualcuno, implica una totale donazione. Ecco allora la classica domanda: “chi me lo fa fare?”.
Per superare questa tendenza serve una sfida culturale. Se nel passaggio dalle scuole superiori all’università il progetto generativo di un giovane crolla vuol dire che c’è fragilità, che esiste un debito di speranza. C’è troppa solitudine. Ma il tema della denatalità non è un fatto privato e va affrontato anche a livello politico. È necessario dare più rilievo, per esempio, al lavoro che stanno facendo i consultori familiari, anche con le scuole. Esistono delle buone pratiche, bisogna seguirle.
Francesco Belletti
Per leggere tutto l’articolo clicca qui!

No bambini, no futuro


Dietro al continuo calo della natalità in Italia, vi sono i numerosi ostacoli che i giovani incontrano lungo il percorso che li porta alla vita di coppia e quindi alla genitorialità.
Ostacoli che spesso, strada facendo, modificano al ribasso i modelli e le aspettative. Perché i figli costano e in molti casi condizionano le scelte e la stessa qualità della vita dei genitori (il lavoro, la casa, il tempo libero), senza che questi ultimi possano contare su un adeguato sostegno da parte della società, sia in termini di aiuti concreti (in denaro o sotto forma di servizi), sia attraverso un clima culturale amichevole e gratificante.
Mancano forme di aiuto da parte di quella stessa società alla quale gli “eroici” genitori – primi fra tutti quelli che osano spingersi oltre il secondo figlio – contribuiscono a garantire continuità ed equilibrio producendo il necessario capitale umano.
Non è dunque sorprendente prendere atto della progressiva caduta tra il modello ideale dei due figli per coppia, che ancora sembra mediamente presente nell’immaginario dei giovani italiani, e la realtà degli 1,3 figli pro capite che essi poi mettono effettivamente al mondo alle condizioni attuali.
Accanto a questi dati c’è l’altra grande problematica emergente (e diretta conseguenza del calo della natalità): l’invecchiamento della popolazione.
Per quanto riguarda i “grandi vecchi” gli scenari dell’Istat prospettano per il 2037 oltre mezzo milione di ultranovantenni in più (rispetto agli attuali 700 mila circa) ed evidenziano persino un incremento di 30 mila unità tra gli ultracentenari (oggi 17 mila).
Dobbiamo pertanto convincerci che la crisi demografica che stiamo attraversando è importante e pericolosa per gli equilibri del nostro Paese almeno quanto la crisi economica (se non di più), e come tale va attentamente seguita e adeguatamente contrastata tanto con gli strumenti della politica, quanto sul piano della cultura e della difesa dei valori e dei principi che ne sono il fondamento.
Gian Carlo Blangiardo
Per leggere tutto l’articolo clicca qui!

La famiglia in Francia

La natalità è attorno al 2,01 figli per donna; gli investimenti sulla famiglia sono pari al 3,5% del Pil (erano al 4% fino al 2013); l’occupazione femminile è al 60%.
Benvenuti in Francia, paese che si può ben definire, a tutt’oggi, il “granaio demografico” europeo. Come ci sono arrivati? Attraverso un mix di aiuti economici alle famiglie (progressivi rispetto al numero di figli), di strutture di assistenza all’infanzia, di armonizzazione dei congedi tra padri e madri.
«La Francia è partita nel 2004 con un “pacchetto natalità” denominato PAJE-Prestation d’accueil du jeune enfant», spiega Pietro Boffi, del Cisf. «È un meccanismo a due livelli, composto da un sussidio di base e un sussidio di libera scelta. Il primo fa sì che al settimo mese di gravidanza si riceva un contributo fisso pari a 800 euro, il classico bonus nascita. Ma non c’è solo quello, perché quando si fa un intervento di politica per le nascite, il bonus da solo non serve a niente. C’è anche un contributo mensile pari a 160 euro, che dura dalla nascita fino al terzo anno, di carattere universalistico (erano esclusi solo i redditi superiori a 4.575 euro mensili, sostanzialmente viene erogato a quasi tutte le famiglie interessate)».
Il secondo sussidio, quello denominato “di libera scelta”, ha permesso alle famiglie di scegliere la modalità di accudimento preferita dei figli fino ai sei anni. È stato così possibile scegliere liberamente tra l’asilo nido e un’assistente all’infanzia qualificata, con contributi, a seconda della fascia di reddito, dai 400 ai 600 euro mensili.
«Infine, sono stati presi in considerazione anche quei genitori che dicono: “io preferisco stare a casa per curare mio figlio, almeno per un periodo”, prosegue Boffi. Di conseguenza, in caso di interruzione dell’attività professionale è stato previsto un sussidio di 340 euro per i 6 mesi successivi al congedo di maternità, cumulabile con i 160 mensili del sussidio di base. Chi intendesse ritornare al lavoro, ma scegliendo il part time, riceve lo stesso sussidio (denominato non a caso di libera scelta d’attività) in misura proporzionalmente ridotta».
La forza di questo intervento? «È stato lungimirante: nel 2004 la Francia aveva un tasso di 1,88 figli per donna, eppure è stato lanciato un allarme e realizzata una misura articolata e globale che ha consentito, negli anni successivi, di raggiungere e mantenere la “soglia di sostituzione” della popolazione, ovvero né una crescita abnorme, né un fardello enorme di anziani».
Nel gennaio 2014, infine, il governo francese ha approvato un’estensione del congedo parentale ai papà: viene riconosciuto un periodo aggiuntivo di sei mesi per un totale complessivo di un anno per i due genitori. Il periodo sale a tre anni (sei mesi al padre) dai due figli in su. E in Italia? Si continua a discutere su un giorno in più o in meno di congedo obbligatorio da concedere ai papà, come se davvero facesse la differenza.
Benedetta Verrini, Noi, famiglia & vita, 25 giugno 2017
Fonte: http://www.forumfamiglie.org/wp-content/uploads/2017/06/NFV.pdf

Il lusso di avere figli

Perché in Italia nascono ogni anno così pochi bambini?
Perché almeno fino a dieci anni fa da noi chi parlava di incentivare la natalità veniva guardato male: restava ancora la antica memoria del “donare figli alla Patria” del fascismo, e la cosa non piaceva.
Inoltre, almeno la mia generazione è cresciuta in un comandamento non esplicitamente detto, che diceva: il mondo è già sovrappopolato, non è giusto fare tanti figli. E per me e le mie coetanee, poi, l’imperativo era lavorare e essere autonome, non certo fare tanti bambini. I risultati sono quelli che vediamo.
Oggi in Italia avere un figlio è un atto di coraggio, e un investimento oneroso. Soprattutto se i genitori hanno un lavoro precario, altro fattore che per la natalità è rovinoso. Se sai d’avere lavoro per un anno, dove trovi il coraggio di fare un bambino, che dovrai crescere per almeno vent’anni?
Marina Corradi, Avvenire 12 aprile 2017
Per continuare la lettura clicca qui!

 

Sempre meno famiglia

C’è molta meno famiglia, oggi in Italia, dove siamo entrati nell’inverno demografico stabile. Tra gli altri, lo ha spiegato anche un articolo sull’Osservatore Romano nel dicembre 2015, il demografo Roberto Volpi. Secondo Volpi, infatti, «non c’è stata affatto una compensazione dei matrimoni grazie a convivenze e coppie di fatto, né compensazione dei figli, come si lascia credere. Negli ultimi due-tre decenni a vincere, aumentando in misura quasi esponenziale, sono state soltanto le famiglie unipersonali, ovvero quelle composte da una sola persona, ovvero ancora le non famiglie, arrivate alla cifra di 7,7 milioni due anni fa, oggi probabilmente attorno agli otto milioni. E questo mentre le coppie, comprensive di quelle non unite in matrimonio, sono appena 13,7 milioni in una popolazione di sessantuno milioni, delle quali ben cinque milioni senza figli».
Per leggere tutto l’articolo clicca qui!
Per la risposta di don Gentili (Ufficio famiglia CEI) clicca qui!

Famiglia, scuola, lavoro

Sette richieste al Governo
1) L’attenzione alla famiglia e al suo valore pubblico sia priorità assoluta dell’azione di Governo al servizio dei cittadini, quale che sia il loro credo religioso o la loro opzione politica, nell’interesse di tutti, nessuno escluso;
2) Impegnarsi a garantire le condizioni necessarie alla formazione delle nuove famiglie e al sereno sviluppo della vita familiare, a cominciare da quelle connesse alle urgenze abitative e al lavoro;
3) Favorire la natalità incoraggiando le famiglie a fare figli, così come avviene in altre importanti democrazie europee. Si riconosca nella denatalità un rischio grave per il futuro del Paese;
4) Promuovere a tutti i livelli la cultura della vita: la via dell’aborto è una sconfitta per tutti, credenti e non credenti;
5) Accompagnare le famiglie numerose con provvedimenti legislativi a loro favore, proporzionati al numero dei figli e alle necessità connesse alle condizioni lavorative dei genitori
6) Investire le più ampie energie possibili, economiche e di capitale umano, nell’ambito dell’educazione dei ragazzi e dei giovani mediante politiche a favore della scuola;
7) Attivare politiche di avviamento al lavoro dei giovani non occupati, che spesso perdono la fiducia di potersi inserire adeguatamente nel mondo del lavoro.
Bruno Forte, arcivescovo di Chieti – Vasto
Tratto da: Il sole – 24 ore dell’8 febbraio 2015
Per leggere l’articolo di Forte clicca qui!
Per leggere la risposta di Delrio clicca qui!

Il matrimonio come punto d’arrivo

Oggi il matrimonio sembra visto come un punto di arrivo anziché come un punto di partenza. Non a caso l’età media degli uomini che contraggono matrimonio è salita a 34 anni e quella delle donne è a 31 anni. Questo ha poi delle ricadute sulla decisione di avere figli e quindi genera altre implicazioni demografiche come il calo della natalità…
Per quanto riguarda i matrimoni civili sono molto più diffusi al nord, nonostante un ‘recupero’ delle regioni meridionali.
Si è più volte affermato che il nord del Paese è più secolarizzato. Io osserverei, piuttosto, che al sud sono ancora discretamente presenti forme tradizionali di socialità e di ritualità che nelle regioni settentrionali stanno progressivamente venendo meno. Per quel che so, il matrimonio al Sud è ancora una grande festa che coinvolge la famiglia allargata, gli amici e la comunità locale, e ha come perno la celebrazione religiosa”.
Sulla diffusione dei matrimoni civili, si può dare una doppia lettura.
Anzitutto si può pensare a una certa perdita di rilevanza sociale della religione. Ma ritengo che si debba inoltre sottolineare un elemento di maturazione soggettiva, che va apprezzato. Nel senso che c’è anche chi decide, controcorrente, di sposarsi, e sposarsi in chiesa e sempre più una scelta ponderata e voluta. Il matrimonio appare sempre meno come una scelta ‘trascinata’, indotta dall’ambiente, dal contesto socio-culturale in cui si vive. C’è, se vogliamo, una nuova consapevolezza: decido, un po’ fuori dal coro, di sposarmi, lo faccio con convinzione. A maggior ragione quando si tratta di un matrimonio religioso tra giovani istruiti residenti al nord.
Maurizio Ambrosini, sociologo, docente all’Università degli Studi di Milano
Tratto dall’agenzia SIR