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Sedazione profonda


Dopo la morte dell’ ex calciatore Pietro Anastasi, è bene ancora una volta fare chiarezza su cosa sia la sedazione profonda e di come questa pratica non vada confusa con l’ eutanasia. Il figlio Gianluca ha dichiarato: “Papà aveva la Sla, che gli era stata diagnosticata tre anni fa dopo essere stato operato di un tumore all’intestino. Gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti e lui giovedì sera quando era ricoverato all’ospedale ‘di Circolo’ di Varese ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente”.
La sedazione profonda rientra tra le cure palliative e consiste nel diminuire o togliere definitivamente la coscienza al malato quando le sue sofferenze diventano intollerabili e i farmaci non riescono in alcun modo a lenirle. In pratica, il paziente viene addormentato e accompagnato così al naturale decorso della malattia. Questa è la fondamentale differenze con l’ eutanasia: la vita non viene accorciata, ma alla persona vengono risparmiati dolori ormai insopportabili.
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P.S. Nel decorso della SLA la malattia rende al paziente sempre più difficile la respirazione fino alla morte per soffocamento. Per evitare il decesso è necessario sottoporsi alla tracheotomia e passare quello che resta da vivere senza poter più parlare e nutrirsi in modo naturale con la paralisi che progredisce sempre di più.

La fine del mondo


Il vangelo di questa prima domenica di Avvento (Mt 24,37-44) si apre ricordando i giorni di Noè. Noè trovò grazia agli occhi del Signore che gli ordinò di costruire l’arca, perché intendeva con il diluvio distruggere ogni uomo e salvare lui solo.
E’ la fine cui tutti siamo destinati, è la morte.
Noè si mette a costruire l’arca, forse abita in una zona semi desertica, e gli altri lo prendono per pazzo, continuando a mangiare e bere, prendere moglie e prendere marito.
Poi arriva in diluvio e, mentre gli altri annegano, Noè con la sua arca galleggia sulle acque.
Avete presente i nove mesi di gestazione? In questo tempo il feto cresce e i suoi polmoni si preparano a respirare autonomamente.
E’ quello che fa Noè. Segue la Parola del Signore e si prepara a vivere cieli nuovi a terre nuove. E’ quello che siamo chiamati a fare anche noi.
Franco Rosada
Libero adattamento dell’omelia di don Paolo Quizzato.

Mortali e peccatori


Questo cesto è un particolare di un dipinto del Caravaggio: Cena in Emmaus.
Questo cesto ha una particolarità: sporge dal tavolo, è in bilico. Il cesto di frutta è simbolo della vita intera. Qui rappresentata in bilico. Basta un nulla a far cadere quel cesto. Perché così è la vita degli umani. Sempre sospesa…
Siamo sempre in bilico, sempre in bilico tra la vita e la morte. Non abbiamo la vita nelle mani, non siamo in grado di autofondarci. Ma se davvero il Signore è Risorto allora sappiamo che il nulla, il male e la morte non sono l’ultima parola. Possiamo giocarci con fiducia la vita, guardare con fiducia il futuro. Perché Gesù Cristo è il Signore, il Vincitore…
In secondo luogo la frutta del dipinto porta i segni della caducità: la mela è bacata, le foglie dell’uva sono ingiallite, il fico è spaccato. Infatti nessuno è perfetto, siamo tutti un po’ bacati.
Ogni volta che ci sediamo a tavola dobbiamo riconoscere che nella giornata trascorsa abbiamo ceduto spesso al male: una parola mal detta, un gesto scortese, momenti di pigrizia, scelte egoiste, giudizi avventati, insincerità. Oppure a tavola troviamo persone “bacate”, che ci hanno offeso, sono state sgarbate con noi, non ci sono state vicine. La tavola diventa un’ottima occasione per riconciliarci: chiedere scusa e donare perdono. E ripartire.
Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo (TO)
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Suicidio assistito


Il Consiglio Nazionale di Bioetica ha espresso pubblicamente il 18 luglio 2019 il suo parere sul tema del suicidio assistito.
Alcuni autorevoli esponenti si sono detti contrari alla legittimazione sia etica che giuridica del suicidio medicalmente assistito ritenendo che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, al di là di posizioni filosofiche e/o religiose. Ciò nella convinzione che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’“agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del “curare e prendersi cura”.
L’’altra metà del Comitato, leggermente maggioritaria, si è invece espressa in modo favorevole sul piano morale e giuridico alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito muovendo dal presupposto che il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente e la dignità della persona. Un bilanciamento che deve tenere in particolare conto di condizioni e procedure che siano di reale garanzia per la persona malata e per il medico.
In sostanza: nessuna apertura e nessuna chiusura. Aperto rimane solo il confronto che ora deve diventare necessariamente politico.
Massimo Magliocchetti, MpV del Lazio
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Eutanasia o hospice?


Prendersi cura del malato che soffre e sa di non poter guarire vuol dire farsi carico di tutta la persona custodendone e accompagnandone la vita, nella sua sacralità e inviolabilità, fino al suo compimento naturale.
Vuol dire fare i conti con la nostra fragilità e l’umanità che accomuna tutti noi. Vuol dire offrire una risposta competente e amorevole alle paure e al senso di solitudine e angoscia di chi sente avvicinarsi la morte.
Ed è proprio questa la mission degli hospice cattolici: 22 nel nostro Paese – 17 al Nord, 3 al centro e 2 al Sud. Realtà che costituiscono il 10% dei circa 200 hospice presenti in tutta Italia, ma concentrati soprattutto al Nord, centri specialistici per le cure palliative introdotte con la legge n. 38 del 15 marzo 2010.
Non è casuale che il primo di tutta la rete sia stato fondato a Brescia nel 1987 dalle Ancelle della Carità.
“Mai come in prossimità della morte occorre celebrare la vita che deve essere pienamente rispettata, protetta e assistita anche in chi ne vive il naturale concludersi”.
“Una presenza competente e amorevole è la prima cura accanto al morente”.
Un prezioso aiuto per “non subire la morte e per trovare speranza nella possibilità di vivere fino all’ultimo istante”.
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Vedi anche: http://www.gruppifamiglia.it/anno2013/80_giugno_2013.html#9

La vita dopo la morte


Il cristianesimo è l’unica religione che basa il suo insegnamento sulla risurrezione, un evento straordinario che compare all’improvviso, non previsto e non creduto inizialmente dai contemporanei di Gesù, e che si consolida poi soprattutto grazie ai messaggi dell’apostolo Paolo.
Nella visione cristiana la resurrezione comprende due aspetti, la continuità e la trasformazione.
Il risorto è la stessa persona di prima, ma è anche diverso, e profondamente, da prima.
Dopo la morte il risorto, secondo il cristianesimo, si unisce a Dio.
Ma anche qui ci sono tre possibilità: privo del corpo il morto si unisce immediatamente a Cristo; il morto entra in uno stadio intermedio di comunione reale ma parziale e di attesa della resurrezione dei corpi, un tempo descritto dall’apostolo Paolo come tempo di nudità in vista di un abito nuovo, e come tenda in attesa della casa; il morto entra in uno stadio intermedio che è caratterizzato dal sonno del credente nel Signore, che lo risveglierà all’ultimo giorno ma senza la percezione del tempo che è trascorso.
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Cosa c’è dopo il parto?


Nel ventre di una madre c’erano due bambini. Uno ha chiesto all’altro:
“Ci credi in una vita dopo il parto?”
L’altro ha risposto:
“È chiaro. Deve esserci qualcosa dopo il parto. Forse noi siamo qui per prepararci per quello che verrà più tardi”. “Sciocchezze”, Ha detto il primo, “non c’è vita dopo il parto. Che tipo di vita sarebbe quella?”
Il secondo ha detto:
“Io non lo so, ma ci sarà più luce di qui. Forse noi potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora”.
Il primo replicò:
“Questo è assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca!? Ridicolo! Il cordone ombelicale ci fornisce nutrizione e tutto quello di cui abbiamo bisogno. Il cordone ombelicale è molto breve. La vita dopo il parto è fuori questione”.
Il secondo ha insistito:
“Beh, io credo che ci sia qualcosa e forse diverso da quello che è qui. Forse la gente non avrà più bisogno di questo tubo fisico”.
Il primo ha contestato:
“Sciocchezze, e inoltre, se c’è davvero vita dopo il parto, allora, perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita e nel post-parto non c’è nient’altro che oscurità, silenzio e oblio. Lui non ci porterà da nessuna parte”.
“Beh, io non so”, ha detto il secondo, “ma sicuramente troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi”.
Il primo ha risposto:
“Mamma, tu credi davvero a mamma? Questo è ridicolo. Se la mamma c’è, allora, dov’è ora?”
Il secondo ha detto:
“Lei è intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere”.
Ha detto il primo:
“Beh, io non posso vederla, quindi, è logico che lei non esiste”.
Al che il secondo ha risposto:
“A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù”.
Questo è il modo in cui uno scrittore ungherese ha spiegato l’esistenza di Dio.
Tratto dal profilo Facebook di Daniela Giuga