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Gender ed educazione dei figli

Come Vescovi del Triveneto… ci sentiamo in sintonia con il decennio che la Chiesa italiana sta dedicando al tema dell’educazione e in piena consonanza con quanto papa Francesco ha di recente espresso con forza, mettendo in rilievo come la situazione attuale ponga dinanzi sfide sempre nuove e più difficili: “Il compito educativo è una missione chiave!.
A questo riguardo, ci riferiamo al dibattito sugli “stereotipi di genere” e sul possibile inserimento dell’ideologia del gender nei programmi educativi e formativi delle scuole e nella formazione degli insegnanti, ad alcuni aspetti problematici presenti nell’affrontare in chiave legislativa la lotta all’omofobia, a taluni non solo discutibili ma fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini anche in tenera età, alle richieste di accantonare gli stessi termini “padre” e “madre” in luogo di altri considerati meno “discriminanti” e, infine, al grave stravolgimento – potenziale e talora, purtroppo, già in atto – del valore e del concetto stesso di famiglia naturale fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Di fronte a quella che si configura come una vera “emergenza educativa”, noi Vescovi avvertiamo la responsabilità e il dovere di richiamare tutti alla delicatezza e all’importanza di una corretta formazione delle nuove generazioni – a partire da una visione dell’uomo che sia integrale e solidale – affinché possano orientarsi nella vita, discernere il bene dal male, acquisire criteri di giudizio e obiettivi forti attorno ai quali giocare al meglio la propria esistenza e perseguire la gioia e la felicità del compimento…
Invitiamo quindi a non avere paura e a non nutrire ingiustificati pudori o ritrosie nel continuare ad utilizzare, anche nel contesto pubblico, le parole tra le più dolci e vere che ci sia mai dato di poter pronunciare: “padre”, “madre”, “marito”, “moglie”, “famiglia” fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Difendiamo e promuoviamo il carattere decisivo – oggi più che mai – della libertà di educazione dei figli che spetta, di diritto, al padre e alla madre aiutati, di volta in volta, da soggetti o istituzioni chiamati a coadiuvarli. E rigettiamo ogni tentativo ideologico che porterebbe ad omologare tutto e tutti in una sorta di deviante e mortificante “pensiero unico”, sempre più spesso veicolato da iniziative delle pubbliche istituzioni…
2 febbraio 2014, Festa della Presentazione del Signore e 36ª Giornata nazionale per la Vita
I Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto
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UN MATRIMONIO

“Sono sposato da 49 anni, e sempre con la stessa moglie!”. Risponde così con una battuta fulminante il regista, sceneggiatore e romanziere Pupi Avati, a chi gli chiede le ragioni dietro lo sceneggiato da lui realizzato e intitolato “Un matrimonio”, che Rai Uno sta trasmettendo fino a lunedì 21 gennaio.
“Oggi lo scandalo non è la separazione, ma il matrimonio che resiste”, afferma in una intervista a “Credere” (19 gennaio) Pupi Avati che all’attivo ha più di quaranta film tra i quali Una gita scolastica, Festa di laurea, Magnificat, La via degli angeli, Il papà di Giovanna fino all’ultimo Il ragazzo d’oro con Sharon Stone.
“Lo sceneggiato – ha spiegato ancora – è il frutto anche del mio vissuto, che comprende tutte le fasi della vita coniugale, a partire dai momenti iniziali dominati da passione, attrazione, innamoramento fisico per poi transitare lentamente verso uno stato in cui cresce l’affetto, la necessità l’uno dell’altro, una conoscenza profondissima reciproca che poi diventa il nuovo collante”.
“A questo punto della mia vita – prosegue Avati – non posso immaginare che la mia esistenza prescinda dall’esistenza di mia moglie. Lei trattiene dentro di sé la memoria di tutto quello che io sono stato, da quel ragazzino un po’ fanfarone che cominciò a girarle attorno 52 anni fa, all’uomo pesante, maturo, un po’ insofferente che si trova ad avere accanto oggi”.
“Siamo in qualche modo i custodi l’uno dell’altra”, conclude.

Pregare in famiglia

Vorrei chiedere a voi, care famiglie: pregate qualche volta in famiglia? Qualcuno sì, lo so. Ma tanti mi dicono: ma come si fa? Ma, si fa come il pubblicano, è chiaro: umilmente, davanti a Dio (Lc 18,9-14).
Ognuno con umiltà si lascia guardare dal Signore e chiede la sua bontà, che venga a noi. Ma, in famiglia, come si fa? Perché sembra che la preghiera è sia una cosa personale, e poi non c’è mai un momento adatto, tranquillo, in famiglia … Sì, è vero, ma è anche questione di umiltà, di riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, come il pubblicano!
E tutte le famiglie, abbiamo bisogno di Dio: tutti, tutti! Bisogno del suo aiuto, della sua forza, della sua benedizione, della sua misericordia, del suo perdono.
E ci vuole semplicità: per pregare in famiglia, ci vuole semplicità! Pregare insieme il “Padre nostro”, intorno alla tavola, non è una cosa straordinaria: è facile.
E pregare insieme il Rosario, in famiglia, è molto bello, dà tanta forza!
E anche pregare l’uno per l’altro: il marito per la moglie, la moglie per il marito, ambedue per i figli, i figli per i genitori, per i nonni … Pregare l’uno per l’altro. Questo è pregare in famiglia, e questo fa forte la famiglia: la preghiera.
Papa Franceso, omelia per la Giornata della famiglia 

L’amore nella coppia è amore che salva

La croce, il sacrificio, il negativo nella vita di coppia e di genitori può o distruggere o potenziare la vita di coppia. Certe coppie, in condizioni di fatica, con molti problemi, si trovano addosso una cappa di piombo che impedisce loro di vivere con serenità. Può avvenire però anche il contrario, se le difficoltà vengono vissute come qualcosa che permette di esprimere più amore. La sofferenza ripetuta, prolungata può infiacchire, ma se si punta lo sguardo su colui o colei per cui si vive quella situazione di fatica, si scopre la radice di amore che è presente in quel sacrificio. Allora non si vive più quella situazione in modo frustrato, stanco, avvilito, ma pur nella croce, nel limite della sofferenza, si tiene vivo e si fa crescere l’amore.
Molte volte si spiega il sacrificio con l’espressione “bisogna, mi tocca” e allora si fa fatica ad andare avanti: non siamo più noi allora che viviamo la vita, ma è la vita che vive noi, e ne perdiamo la ricchezza. L ‘amore nel sacrificio, l’amore fino a dare la vita, è invece dar senso ad essa fino a “perdere la propria vita” per amore.
L’amore nella coppia è amore che salva.
Gesù, amandoci fino a morire, ha preso su di sé i nostri peccati e li ha amati fino a portarli sulla croce con sé per salvarci. L’amore degli sposi è un amore che redime, che salva, prendendo su di sé i difetti di lui, di lei, consumandoli nell’amore.
Questa è una cosa difficilissima. Generalmente il difetto di lui o di lei è un’occasione per distinguersi: “ma io non sono così”. I difetti mettono tra i due un velo di incomunicabilità, diventano spesso occasione di autogiustificazione per amare meno o in modo diverso: voglio l’altro così. Gesù, salvandoci, ha amato anche il nostro negativo. Spesso, invece, si rischia di sposare il positivo di lui o di lei, e quando si scopre il negativo si conclude: non sei la persona che amo. Per verificare se si mettono le “vele” nella posizione giusta, bisogna vedere se si è capaci di amare anche i difetti della moglie o del marito.
Amarli vuoi dire guardarli in modo diverso. Un papà e una mamma guardano i difetti dei figli sostanzialmente come propri: è naturale. Questo è l’amore che si deve avere anche come marito e moglie, perché solo considerandone i difetti come propri si è nella condizione di usare il modo giusto per aiutare la persona, amata con quel difetto, a correggersi e a crescere, per quello che può. Altrimenti ci si rinfaccia reciprocamente i difetti e ci si sfoga soltanto, anche se si dice la verità, ma ciò non serve. La verità detta da Gesù è detta per salvare.
L’amore che ama fino a dare la vita l’uno all’altro produce la gioia, la gioia dell’unità. E questa gioia si deve vedere, segno di un amore che sta crescendo nella maturità, secondo la grazia ricevuta dal Signore.
Mons. Renzo Bonetti

Il tarlo degli uomini

Quando siamo fidanzate noi donne stiamo bene perché abbiamo quello che desideriamo, lui ci corteggia, siamo al centro della sua attenzione, non si dimentica mai niente, ci telefona, ci porta il fiorellino, è attento a tutto e noi stiamo bene.
Nel momento in cui ci sposiamo l’uomo cambia ed è la nostra “fregatura”; noi donne restiamo “fregate” perché nel momento in cui ci sposiamo, l’uomo che ha una testa diversa dalla nostra, ragiona in questo modo: “Amo mia moglie, mia moglie ama me, mantengo la mia famiglia, le consegno la busta paga, non vado mai al bar, sono all’altezza a letto, va tutto bene no?”: per un marito va tutto bene, per la moglie no.
La moglie si sposa aspettandosi tutte quelle robe là di prima. E far capire questa cosa a un marito, altro che dieci anni di faticaccia…
Elsa Belotti
Tratto da Famiglia domani, Quaderni CPM, n.3 2011