Archivi tag: migranti

Barconi


Dove finisce la Sicilia? Nel Maghreb. Sembra la pensassero così i siciliani che, tra la fine dell’800 e gli inizi del Novecento, se ne andarono emigranti, con i barconi, in Tunisia.
La Tunisia era allora sotto protettorato francese, che aveva portato con sé investimenti che si tradussero in lavori pubblici, apertura di miniere, industrie, bonifiche agricole.
Dalla sponda italiana, una Sicilia poverissima, le notizie arrivarono come un miraggio. Si misero in mare tanti, soprattutto poveri e poverissimi.
Era un miscuglio quello che nutrì i barconi per la Tunisia: famiglie, braccianti, operai, retinenti alla leva, pregiudicati, piccolo-borghesi colpiti dalla crisi, pescatori, qualche imprenditore.
Abitavano in una sorta di baraccopoli ed erano considerati poverissimi dagli stessi tunisini.
Niente di diverso dai ghetti etnici di oggi, considerati allo stesso modo degli stranieri delle nostre periferie, gente vittima di altri viaggi, di altre speranze, di altri sogni, di altri barconi.

Tratto da: Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli, Storia del Mediterraneo in 20 oggetti, Editori Laterza, Bari-Roma 2018

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La banalità del male


Quando Salvini ha rifiutato l’attracco ad un porto italiano alla nave Aquarius molti si sono rallegrati per la sua fermezza, altri si sono indignati, altri ancora  hanno rimpianto le politiche adottate da Minniti.
Ci siamo indignati per la separazione forzata dei figli degli emigranti sud americani dai loro genitori ma solo dopo aver visto le foto e sentito gli audio dei pianti dei bambini.
Però in generale preferiamo non vedere, non sapere cosa avviene sulla sponda sud del Mediterraneo e nelle acque libiche o al confine tra Messico e USA perché se vediamo ci indigniamo, altrimenti i pochi che denunciano ciò che accade solo voci che “gridano nel deserto”.
Di fronte a questi atteggiamenti Massimo Cacciari ha ricordato,  citando  Hannah Arendt, la “banalità del male”, il pensare in un modo e agire in un altro, il mettere la testa sotto la sabbia per non veder e non sentire, l’incapacità di confessare i peccati di omissione, ecc.
Franco Rosada

L’azzardo Libia

La politica italiana nel Nord Africa è stata estremamente efficace nel ridurre il numero di migranti in arrivo sulle coste italiane, i risultati sono stati eccezionali già nei mesi di luglio e agosto. Ma a che prezzo?
Gli accordi di Bengasi nel 2008 e l’accordo EU-Turchia dell’anno scorso hanno dimostrato che – con una grande quantità di soldi per delegare il controllo dei nostri confini ai nostri vicini – i flussi migratori sono nel breve periodo contenibili. Ma la storia ci ha insegnato che il prezzo da pagare è di portata enormemente maggiore rispetto al suo beneficio nel lungo periodo.
In primo luogo questo approccio non fa che rafforzare gli stessi attori che causano violenza e instabilità: pensare che arricchirli possa portare a risultati duraturi non è solo sbagliato ma anche estremamente pericoloso. Dare armi e soldi a miliziani e delinquenti è sempre stato un gioco molto rischioso. Una maggiore liquidità e una posizione di forza non fanno che aumentare la pericolosità di certi personaggi, perché pensare che non accadrà lo stesso con il clan Al-Dabashi e le altre fazioni libiche?
Emanuele Nannini, Emergency, n.84 – settembre 2017
Vedi: https://www.emergency.it/wp-content/uploads/2017/11/EMERGENCY-84.pdf  pag. 10-12

Migranti: cosa si leggerà sui libri di scuola?

Nel 1947 c’erano in Italia un milione di rifugiati italiani e stranieri, tra cui moltissimi in fuga dai campi di concentramento (su una popolazione che allora era di circa 45 milioni, quindi il 2,5%), e non ne parla nessuno.
È stato un fatto apocalittico di cui non si parla mai sui libri di storia. Poi ci sono stati gli istriani italofoni scappati dal ’47 al ’49; poi dal ’49 al ’52 le rappresaglie contro le popolazioni di origine tedesca nell’Europa dell’est, le persone scappano di nuovo in Italia. Negli anni ’70 i boat people in fuga dal Vietnam.
Ogni decennio ha visto massicci arrivi di rifugiati. Ma i libri di storia non parlano di nessuno, nemmeno degli sbarchi degli anni ’90 di albanesi, jugoslavi, ecc. perché è qualcosa di fastidioso che va cancellato.
Perdiamo memoria di queste cose perché da un lato la memoria è corta e non vogliamo ricordarci le cose brutte. Dall’altro perché la maggioranza della popolazione è contro l’immigrazione.
Ricordiamo che di recente la Cei ha fatto un’inchiesta tra i frequentatori regolari della messa: solo il 52% era a favore dei rifugiati, una percentuale bassa considerando che è uno dei pochi gruppi interessati al tema. Nella società l’attenzione è nulla. La loro memoria viene cancellata perché i profughi, per l’opinione pubblica, portano problemi.
Sono stato a Ventimiglia. Il vescovo ha concesso le chiese per ospitarli ma i fedeli sono risentiti perché non possono andare a messa. È una situazione molto complessa: noi cattolici siamo teoricamente pro-rifugiati, però ci troviamo con una parte contraria.
Matteo Sanfilippo intervistato da Patrizia Caiffa.
SIR, 16 giugno 2016.
Per leggere tutta l’intervista clicca qui!

Giorni cattivi

No,  non è oggi che inizieranno i rimpatri forzati in Turchia, ci vorrà del tempo ma ciò avverrà.
Allontaniamo  i profughi dallo sguardo delle nostre telecamere, li togliamo dai servizi dei nostri telegiornali  e risolviamo il problema. Un bel campo di concentramento “umanitario” e tutto è risolto.
Ma, come cattolici, non dovevamo aprire le porte ai migranti? Che fine ha fatto l’appello di Francesco del settembre scorso in cui si invitava ogni parrocchia ad accogliere una famiglia di migranti?
Non prendiamocela con la UE e con l’egoismo dei governi se prima noi non abbiamo fatto la nostra parte.
Franco Rosada

 

Fare misericordia

Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.
Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la «fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra felicità.
Enzo Bianchi, La Stampa, 23 agosto 2015
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Francesco a Lampedusa

Il primo viaggio di Papa Francesco sarà a Lampedusa, l’estrema frontiera delle migrazioni, la Porta d’Europa, luogo simbolico di speranza o, al contrario, di morte e disperazione. Lunedì 8 luglio il Papa celebrerà una Messa nello stadio per gli immigrati e la popolazione locale e getterà una corona in mare per tutte le vittime dei “viaggi della speranza”, oltre 19 mila dal 1988 ad oggi. La notizia è giunta oggi inaspettata, ma l’invito era partito dalla comunità cattolica dell’isola, che a marzo gli scrisse una lettera nella quale chiedeva al Papa di “farsi pellegrino in questo santuario del creato, dove per migliaia di migranti, senza patria e senza nome, è rinata la speranza del domani nella certezza amica dell’oggi”.