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Il populismo: il risultato della curva J


Il problema di fondo per le democrazie liberali di mercato – la definizione probabilmente più precisa che dovremmo sempre utilizzare – è quello delle aspettative crescenti che hanno caratterizzato le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale.
Aspettative sia economiche che socioculturali, che hanno portato a una sorta di edonismo diffuso e poi a un vero shock collettivo di fronte al calo delle previsioni di crescita.
La cosiddetta “curva J”, teorizzata da James Davies alla fine degli anni Sessanta, descrive proprio il momento di massimo rischio per la stabilità politica delle democrazie quando, in società già “affluenti”, le promesse (esplicite o immaginate) non vengono mantenute.
Siamo, perlomeno dal 2008 in poi, in una fase di questo tipo.
In modo parallelo, è crollata la fiducia nelle istituzioni democratiche come strumenti di giustizia sociale, causando una sorta di svuotamento della demo­crazia moderna: come ha scritto ad esempio Zygmunt Bauman, abbiamo assistito al divorzio tra potere e politica, per cui il potere “reale” sembra essere migrato altrove, verso organizzazioni e figure non rappresentative e fuori controllo.
Roberto Menotti, Marta Dassù, Aspenia 80, 2018

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L’amore non si compra

bauman

Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana.
Zygmunt Bauman
Tratto da: http://www.vita.it/it/article/2017/01/09/bauman-lo-sguardo-dei-suoi-91-anni/137448/

Sotto silenzio

È lecito mettere in vendita e comprare un corpo umano? Non si tratta, come scriveva Victor Hugo, di pura e semplice schiavitù? C’è chi sostiene che sono le prostitute stesse a volerlo: è un commercio come un altro, perché non vendere ciò che è tanto richiesto? La risposta è che anche in tempi di schiavitù legale, uomini e donne si offrivano sul mercato perché era uno dei modi più rapidi, anche se brutali e spicci, di procurarsi da vivere. E comunque se una cultura e uno Stato accettano che esista un mercato di corpi umani, ci sarà sempre chi venderà e chi comprerà, senza farsi scrupoli. Il denaro circola e molti si arricchiscono.
Queste non sono le elucubrazioni di una femminista, ma il pensiero comune di molte nazioni europee come Svezia, Islanda, Norvegia, Irlanda del Nord, Canada e, in parte, il Regno Unito, che hanno già proibito o stanno elaborando leggi del tutto nuove che vietino «l’acquisto di atti sessuali». Strano che sia passato completamente sotto silenzio la nuova legge francese, entrata in vigore dallo scorso 15 aprile.
Come vi spiegate che in Italia non se ne sia nemmeno accennato?
Dacia Maraini, Corsera, 30 maggio 2016
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La famiglia è “fuori mercato”

Nella logica del liberalismo più spinto, funzionale al consumismo, la stabilità familiare è un ostacolo

Questo fenomeno è il prodotto culturale del cosiddetto “individualismo emancipativo”, secondo cui l’individuo deve essere emancipato e libero da qualunque costrizione. In questo senso lo Stato diventa una fabbrica di diritti, dà diritti agli individui in modo che possano realizzare interessi individuali. Una sorta liberismo spinto particolarmente funzionale al mercato.
Il mercato ha bisogno di gente mobile, che cambia lavoro, che cambia gusto, che cambia casa. E questo con la relazione familiare non è compatibile.
I consumi del singolo e della famiglia non sono uguali.
Pensiamo al lavoro: se uno è single fa determinate scelte, se uno ha famiglia non può, ha altre priorità, altre esigenze. E per questo, dal punto di vista del mercato, la relazione è da condannare.
Pier Paolo Donati, Noi, famiglia e vita, marzo 2016

Uteri in affitto

Il giro d'affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Il giro d’affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Una società attenta, come la nostra, a rispettare alcuni diritti, in particolare della donna, è inspiegabilmente sorda di fronte alla questione dell’utero in affitto, una forma di sfruttamento che rappresenta un evidente ritorno al passato.
Non ci si indigna a causa di un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende.
Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza.
I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato.
Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani.
Luisa Muraro, Avvenire, 4 novembre 2015

I fioretti di Francesco

Il diavolo entra attraverso il portafoglio
L’annuncio del viaggio a Cuba arriva al termine di una giornata aperta da Francesco con una dura accusa: «Tante persone potenti non vogliono la pace, perché vivono delle guerre, con l’industria delle armi: guadagnano più con la guerra che con la pace. Questo è grave!», ha detto il Papa durante un incontro con 7.000 bambini di tutto il mondo, organizzato dalla Fabbrica della Pace in Vaticano, sulla carta era un’occasione «tranquilla». Ma col Papa non si può mai dire, infatti ha colto l’occasione per lanciare accuse non propriamente leggere. Come quella ai trafficanti di armi che preferiscono le guerre alla pace. E anche detto, ricordando quanto gli diceva un anziano sacerdote: « Il diavolo entra attraverso il portafoglio», mettendo in guardia i bambini (e gli adulti) dalla tentazione e dal peccato della cupidigia «La pace non è un prodotto industriale, ma artigianale. Si costruisce ogni giorno con il nostro lavoro, con il nostro amore, con la nostra vicinanza, con il nostro volerci bene. Pace non vuol dire che non ci siano le guerre. Con dolore ci saranno le guerre. Ma pensiamo che un giorno non ci siano le guerre».
Corsera 12 maggio 2015

Cibo e speculazione
“Dobbiamo fare quello che possiamo perché tutti abbiano da mangiare, ma anche ricordare ai potenti della terra che Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per Lui in ogni persona e se hanno operato perché l’ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo”. Papa Francesco ancora una volta torna sul tema della fame nel mondo e non risparmia un duro monito verso i governanti che “devono lavorare per assicurare il cibo a tutti”.
Questa volta Bergoglio approfitta della messa nella basilica di San Pietro per l’apertura della XX Assemblea generale di Caritas Internationalis per tornare su un tema a lui particolarmente caro e che aveva già affrontato lo scorso novembre quando aveva visitato la sede della Fao a Roma e aveva tuonato contro “la priorità del mercato” e “la preminenza del guadagno” che “hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria”.
Repubblica, 13 maggio 2015

Grande Depressione e Stato

Auto, Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne. Quando le crisi sono devastanti non si può fare a meno dello Stato, perché solo quest’ultimo è in grado di metter fine alla devastazione, solo il pubblico sa scommettere sul futuro senza pretendere l’immediato profitto cercato da cerchie sempre più ristrette di privati. Parlando con Ezio Mauro, nell’intervista del 10 gennaio, Sergio Marchionne dice questo, in sostanza, e l’ammissione è importante. Lo dice raccontando una storia di successo – la fusione tra Fiat e Chrysler – e tutte le fiabe sul mercato che guarisce senza Stato si sbriciolano.
La frase chiave nella narrazione di Marchionne mi è parsa la seguente: “La nostra fortuna è stata di poter trattare direttamente con il Tesoro (americano), con la task force del Presidente Obama: non con i creditori di Chrysler, come voleva la vecchia logica. Se no, oggi non saremmo qui”. L’idea era di far rinascere Fiat “in forma completamente diversa”, e solo lo Stato federale Usa poteva fronteggiare – mettendoci la faccia, e i soldi – una crisi depressiva che Marchionne definisce “spaventosa” (“I manager uscivano per strada con gli scatoloni perché le aziende chiudevano (…) non so se mi spiego”). In ogni grande svolta, specialmente quando spavento e cupidigia divorano i mercati, solo la forza pubblica possiede lo sguardo lungo, il dovere solidale, la temerarietà, di cui son sprovviste le vecchie logiche.
Barbara Spinelli, La Repubblica, 15 gennaio 2014