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La crisi della fiducia


La crisi della fiducia è paradossale. Sempre più, noi affidiamo il nostro benessere e la nostra sicurezza a istituzioni, tecnologie e persone a noi estranee ma, allo stesso tempo, affermiamo un sentimento di sfiducia o di perdita di fiducia in queste stesse istituzioni, tecnologie e individui. Oggi, facciamo conto sulla tecnologia digitale per procurarci molti beni e servizi: banca, trasporti, sanità e, in maniera crescente, addirittura scuola ed educazione.
Dipendiamo dal governo, dai media e dalle corporation per quanto riguarda la messa in sicuro dei nostri interessi, l’informazione su eventi importanti e l’accesso a informazioni accurate, e per poter svolgere attività commerciali in maniera trasparente e giusta.
Ma nonostante la crescita del bisogno di avere fiducia negli altri e nelle istituzioni, a causa della complessità della vita moderna, è molto difficile far nascere e dare forma duratura a questa medesima fiducia. Non abbiamo più quelle garanzie che gli altri siano degni di fiducia, né quelle vie nel caso che la nostra fiducia venga tradita, su cui potevamo contare quando avevamo molte più occasioni di rapporti volto a volto con le altre persone.
Warren von Eschenbach, Settimana news, 3 marzo 2019

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Parrocchie, web e social network


Al giorno d’oggi, in particolare nei confronti delle generazioni più giovani, una parrocchia non può esimersi dall’essere presente on line, con un sito web o una pagina Facebook. Ma come gestire al meglio questi strumenti digitali, in sintonia con la missione della Chiesa?
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L’immaginario e il reale


Provate a pensare a quanta parte della discussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà.
Ma le priorità indicate dalla comunicazione (politica e mediatica) sono le medesime della popolazione? Una conferma all’esistenza della bipolarità si riscontra quando si domanda agli italiani quale sia il problema più importante là dove vive. La lista proposta va dagli immigrati, alla viabilità, dal costo della vita all’inquinamento e altri temi ancora. La questione che per tutti risulta essere in assoluto la più importante nella propria realtà è il lavoro (38,1%), seguito a distanza da altri problemi posti quasi sul medesimo piano: inquinamento (15,0%), viabilità (10,9%), costo della vita (10,9%) e qualità dei servizi socio-sanitari (10,1%). L’immigrazione (5,9%) e la criminalità (4,8%) sono collocati in fondo alla classifica, nettamente distanziati.
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Una società rabbiosa

La tragedia del ponte Morandi è Genova a ferragosto ha segnato, a livello di comunicazione, il culmine di una lunga campagna accusatoria nei confronti dei precedenti responsabili della cosa pubblica.
Scrive Enzo Bianchi: “Da una decina d’anni nella nostra società assistiamo a varie manifestazioni di un grande rancore, forti risentimenti, respinte di rabbia…”.
Non stupisce dunque che, sempre nel mese di agosto, anche papa Francesco è stato oggetto di un pesante atto di accusa – con uno stile simile a quello che attraversa il nostro “dibattito” sociale – da parte di ambienti cattolici nord-americani.
Forse di tutto ciò abbiamo colto la parola “pedofilia” ma l’attacco è ben più grave. Il vero obiettivo è colpire il Papa come se fosse un pericolo pubblico per la Chiesa intera.
Francesco ha scelto il silenzio e la preghiera. Siamogli vicini.
Franco Rosada
Fonte: La voce e il tempo, 9 settembre 2018, p.11

 

Il fascino dei nuovi media

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Attraverso i telefonini e internet, in modo particolare le applicazioni, la rete passa un “mondo nuovo” che rischia di sfuggirci; un mondo che i ragazzi conoscono meglio dei loro educatori e che sanno usare con scaltrezza e grande abilità, ma che li conduce su vie assai rischiose e “drogate” da messaggi devastanti per la loro crescita umana ed etica.
Oltre il 60% dei bambini tra gli 8 e i 9 anni possiede un telefonino; ben oltre il 90% dei giovani tra i 16 e i 24 anni. La media dei messaggi inviati si aggira sui 30 al giorno. Si parla di oltre un 22% dei ragazzi del tutto dipendente dall’uso del computer, su cui trascorre molte ore di giorno e di notte.
I media dovrebbero reagire a questo, sollecitando le famiglie e le scuole a intervenire sul piano educativo e culturale, denunciando con forza chi sfrutta questo mercato a scapito dei minori e richiamando la necessità di salvaguardare la persona e la libertà interiore dei ragazzi, per promuoverne un orientamento sano ed eticamente sensibile.
Il Papa, nei suoi recenti interventi sui media, e ancora nell’udienza al Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (22 settembre 2016), ha posto in evidenza tali problematiche. Francesco, in particolare, ha sottolineato come questi nuovi percorsi del comunicare entrino ormai prepotentemente dentro la questione antropologica e tendano a sostenere quel nuovo assetto di uomo, che si sta delineando mediante la scienza e la cultura.
+ Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
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Postverità

fake_53997821«Postverità » è la parola dell’anno 2016 secondo l’Oxford English Dictionary e il termine indica che «i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare la pubblica opinione degli appelli a emozioni e delle credenze personali».
Per la morte della verità si cerca il colpevole, e in questi primi giorni del 2017 il web diventa terreno di scontro tra opposte fazioni che, accusandosi tra loro, mancano però il nocciolo della questione.
Da una parte, i media tradizionali accusano i social media di inquinare l’informazione con la diffusione virale di bufale…
Dall’altra i social polemizzano contro una informazione faziosa, che tutela gli interessi di pochi, non sopporta di aver perso il monopolio della verità e vorrebbe mettere il bavaglio a chi parla con libertà.
Entrambe le posizioni colgono un punto importante ma cadono nella fallacia di chi attribuisce all’altro tutte le colpe, senza ombra di autocritica. Che ci sia un problema con l’informazione è vero. E non da oggi.
Chiara Giaccardi, Avvenire 5 gennaio 2017
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La crisi della famiglia “romantica”

Negli anni Settanta del secolo scorso lo psichiatra Cooper sentenziava la “morte della famiglia”. E in quest’ ottica oggi i trend statistici di fenomeni quali la riduzione dei matrimoni, l’ aumento delle separazioni e dei divorzi sono assunti dalla maggior parte dei commentatori come gli indicatori della crisi in cui versa la famiglia in Italia.
Eppure se si guardano bene i dati, la lettura è più complessa. Se li collochiamo nel più ampio scenario dell’ Unione europea, scopriamo che in Italia ci si sposa di meno, ma i tassi di divorzialità e di separazione sono molto più bassi del dato medio.
Mettiamo al mondo meno figli, ma la gran parte di essi nascono all’ interno del matrimonio a differenza di quanto accade in Svezia, Francia, Danimarca. Sebbene la generazione di mezzo (18­-49 anni) ritenga giusto chiedere il divorzio se il matrimonio è infelice, allo stesso tempo non lo considera affatto un’ istituzione superata.
Certo, gli indicatori mostrano una famiglia in affanno. Tuttavia, gli odierni epigoni di Cooper glissa no sul fatto che le coppie con figli siano la forma familiare più diffusa, le cui funzioni di mediazione sociale diventano ancora più rilevanti.
Le narrazioni mediatiche tendono a restituirci un’ immagine amplificata e distorta della realtà. Utile a legittimare scelte politiche che alimentano una profezia che si autoavvera. Ma, per quanto possa risultare irritante, la famiglia normo ­ costituita resiste e sopravvive a quanti ne avevano previsto la fine.
Perché? E se a mostrare la corda non fosse la famiglia in quanto tale, ma la sua concezione “romantica”?
Il Foglio, 8 ottobre 2015