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Maternità e paternità


All’inizio eravamo bestie. Né più né meno come lo sono ancora le grandi scimmie nostre cugine.
Di amore coniugale non era proprio il caso di parlare. Scrive Luigi Zoja nel libro “Il gesto di Ettore”: “agli albori dell’umanità, solo i maschi più forti del branco si potevano accoppiare con le femmine”. Se la maternità negli ominidi è un dato innato, la paternità lo è molto meno.
La paternità inizia a prendere forma, continua Zoja, “quando i maschi si accordarono, per smettere di aggredirsi e per spartirsi le femmine secondo una regola. Le ricostruzioni dell’antropologia ci dicono che le regole più elementari delle società più semplici e antiche hanno a che fare con la spartizione delle donne”; nacquero allora le coppie, non necessariamente monogamiche.
Quando avvenne questo? In un periodo incerto tra 70.000 e 30.000 anni fa in un contesto di grande cambiamento che prende il nome di “grande balzo in avanti”. Questo termine è utilizzato in antropologia, archeologia e sociologia con riferimento ad una serie di trasformazioni che distingueranno da allora in poi gli esseri umani moderni dai loro antenati e da altre linee estinte di ominidi. Con il “grande balzo in avanti” l’homo sapiens comincia a mostrare la presenza di un pensiero simbolico e ad esprimere una creatività culturale.
“Qualunque ne sia la spiegazione”, scrive la Commissione Teologica Internazionale, “il fattore decisivo nelle origini dell’uomo è stato il continuo sviluppo del cervello umano”. Di conseguenza, “la natura e la velocità dell’evoluzione sono state alterate per sempre con l’introduzione di fattori unicamente umani quali la coscienza, l’intenzionalità, la libertà e la creatività. L’evoluzione biologica ha assunto la nuova veste di un’evoluzione di tipo sociale e culturale”.
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Avere un figlio: chi me lo fa fare?


Nel primo “Studio nazionale fertilità” promosso dal ministero della Salute, tra gli altri temi, emerge quello del desiderio di paternità: 8 intervistati su 10, ovvero l’80%, tra i 15 e i 25 anni affermano di desiderare un figlio, una percentuale che si dimezza, però, nell’età adulta. E inoltre il 7% degli adolescenti pensa di non avere figli nel suo futuro.
Secondo me, i ragazzi percepiscono la bellezza dell’essere genitori. Ma il desiderio andando avanti con gli anni cala perché ci si rende conto che l’esperienza genitoriale comporta fatica e sacrificio, impegni che oggi si tendono a cancellare. È l’esito di un clima culturale, più che economico: ogni cosa che costa fatica diventa un’obiezione alla felicità. Perché il figlio è una scelta che vincola, significa essere al servizio di qualcuno, implica una totale donazione. Ecco allora la classica domanda: “chi me lo fa fare?”.
Per superare questa tendenza serve una sfida culturale. Se nel passaggio dalle scuole superiori all’università il progetto generativo di un giovane crolla vuol dire che c’è fragilità, che esiste un debito di speranza. C’è troppa solitudine. Ma il tema della denatalità non è un fatto privato e va affrontato anche a livello politico. È necessario dare più rilievo, per esempio, al lavoro che stanno facendo i consultori familiari, anche con le scuole. Esistono delle buone pratiche, bisogna seguirle.
Francesco Belletti
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Un paese che penalizza i genitori

Troppo poco si è fatto per mettere in condizione i giovani di costruirsi una vita indipendente. Troppo poco si è fatto per rimuovere quel clima sociale sfavorevole alla maternità e alla paternità che è stato dominante nel nostro Paese, già da molto prima dell’ultima crisi.
Un clima che è il frutto di un’offerta scarsa di servizi sociali per l’infanzia, di un’organizzazione del lavoro rigida, specie nel settore privato, di un part time che cresce solo per le donne che non vogliono farlo e non per chi vuole utilizzarlo per conciliare i tempi di vita, di un lavoro non retribuito ancora schiacciante per la maggior parte delle donne e di una asimmetria nella coppia che si riduce troppo lentamente. Il nostro è un Paese a permanente, cronica, bassa fecondità, dove persino gli immigrati tendono rapidamente ad adottare i nostri modelli riproduttivi.
Linda Laura Sabbadini, La Stampa, 29 settembre 2017
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Donne e maternità

maternita

Credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare.
La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui giornali femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba).
E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite.
Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità.
Costanza Miriano
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Nati da donna

Si svolgerà a Roma, il 27-28 maggio prossimo, presso il centro Congressi di Via Aurelia 796, il convegno nazionale annuale di Scienza&Vita.
In questa XIV ediizione, che ha per titolo “NATI DA DONNA. FEMMINILITA’ E BELLEZZA”, si parlerà di donna, riscoprendo gli aspetti essenziali del suo essere e mettendoli in relazione con le dinamiche della società contemporanea. Una donna “matura”, quindi, che porta con sé la consapevolezza dell’emancipazione femminile e che valorizza la bellezza della sua natura: una specificità che la rende feconda verso il mondo intorno a sé.
L’evento nasce in sinergia con il  Piano Nazionale per la Fertilità, promosso dal Ministero della Salute
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Scienza e Vita

Scienza e Vita

Narrare il matrimonio con la vita

Padre Cantalamessa, parlando del matrimonio, riconosce le responsabilità del pensiero cristiano nell’aver contribuito “al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio contro cui la cultura moderna occidentale si è scagliata con veemenza” e non esita a prendere le distanze da figure illustri come Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino che hanno “finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale”.
Questo non significa ovviamente accettare “proposte folli” come “liberare la donna dalla ‘schiavitù della maternità’, provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla nascita dei figli”. “Gli antichi – ammonisce Padre Cantalamessa – avrebbero definito tutto ciò con un termine: hybris, arroganza dell’uomo nei confronti di Dio”. La speranza è che “il buon senso della gente, unito al desiderio naturale dell’altro sesso e all’istinto di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana, resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio”.
Cantalamessa ricorda infine l’importanza, per i cristiani, di riscoprire la pienezza del matrimonio “in modo da riproporlo al mondo con i fatti più che con le parole”.
Zenit, 11 marzo 2016
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La famiglia è simpatica

Il Forum delle Famiglie dovrà mettere al centro la parola concretezza, non avere paura di niente, giocarsela all’attacco, non avere argomenti tabù e impegnarsi su tutti i temi dell’umano cercando di mettere bocca su tutto: immigrazione, fisco, educazione, lavoro, maternità, conciliazione, demografia e giovani. È importante declinare questi punti per dare l’opportunità alle persone di realizzare i loro sogni. Quelli delle donne che vogliono fare figli ma devono conciliarli con il lavoro, dei giovani che vogliono mettere su famiglia e non hanno le possibilità economiche, delle famiglie che vorrebbero arrivare al terzo figlio ma poi rischiano di diventare povere.
Gianluigi De Palo, nuovo presidente del Forum delle Famiglie
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