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La madre


Quello che avete appena visto è un cortometraggio della RAI: siamo nel 1969 e si intitola “La la madre di Torino” ed è un episodio di cronaca accaduto nella città di Torino in quegli anni tra Corso Peschiera e Corso Francia. Un bambino gioca sul terrazzo di casa, la madre è occupata nelle sue faccende domestiche, Ad un certo punto il bambino si trova catapultato nel vuoto e sono le mani della madre che lo mantengono nella vita, che impediscono che il corpo del bambino precipiti nel vuoto.
Direi di cominciare da qui perché in fondo il primo volto della madre sono le sue mani.
Questa è una riflessione che troviamo anche in Freud che definisce la madre come il primo soccorritore, l’altro materno e l’altro che risponde al grido di aiuto del bambino, al grido della vita inerme della vita che rischia di cadere.
Non è solo una rappresentazione plastica della madre: è qualcosa di più.
Se ci pensate stiamo separando la figura della madre dalla figura biologica della genitrice. Mettere in risalto le mani della madre significa mettere in risalto la sua funzione simbolica e non tanto il suo corpo biologico…
Massimo Recalcati, RAI3, Lessico famigliare
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Fedeltà e libertà

L’esperienza della fedeltà, vissuta non in opposizione alla libertà, ma come la sua massima realizzazione, offre alla vita una possibilità di gioia e di apertura rare.
Quella che scaturisce dall’esperienza di rendere sempre Nuovo lo Stesso: la ripetizione della fedeltà rivela infatti che giorno dopo giorno il volto di chi amo può essere, insieme, sempre lo Stesso e sempre Nuovo.
Mentre il nostro tempo oppone lo Stesso al Nuovo, il miracolo dell’amore è, infatti, quando c’è, quello di rendere lo Stesso sempre Nuovo.
Massimo Recalcati, La Repubblica, 3 aprile 2016
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La parola dei bambini

La parola dei bambini trova la sua matrice prima nel grido. Lo sappiamo: la vita viene alla vita attraverso un grido, un grido perduto nella notte. Questo grido è una invocazione rivolta all’Altro affinché l’Altro risponda. È questa la prima responsabilità (il cui etimo deriva appunto da “risposta”) che l’esistenza di un bambino attribuisce alla vita di coloro che si occupano di lui.
È questa, se volete, una definizione primaria della genitorialità ma, più in generale, della funzione di chi deve promuovere l’umanizzazione della vita: non lasciare la vita sola, persa, ma rispondere al grido.
L’accesso alla lingua sposta i bambini dall’universo chiuso della famiglia a quello aperto del mondo. La lingua per loro non è solo uno strumento che devono imparare ad usare, ma un incontro generativo che apre a mondi sconosciuti prima; la lingua dei bambini sa essere incantevole perché fa risorgere ogni volta l’atto mitico della prima nominazione quando fu la parola a fare esistere le cose…
Il loro sguardo non è teoretico. Si posa semplicemente sulle cose del mondo con meraviglia. Per questo le parole dei bambini assomigliano a quelle dei grandi mistici…
I bambini trasfigurano costantemente la realtà perché hanno una necessità vitale dell’illusione. Non solo di pane vive, infatti, l’essere umano, ma di parole, segni, gesti, desideri. L’illusione è come un secondo pane, un altro alimento, un lievito che separa la vita umana da quella meramente animale. Il bambino si nutre di fantasia per non restare ustionato dal carattere osceno del reale. La scoperta del mondo, della vita e della morte, del reale, del sesso, della violenza e dell’amore, deve poter avvenire attraverso il velo dell’illusione. Altrimenti la luce senza schermi del reale potrebbe bruciare le fragili pupille dei bambini…
Il sapere dei bambini mostra che c’è un limite al sapere, che non si può sapere tutto il sapere. È il mistero stesso della loro esistenza fa risuonare questo limite.
C’è un impossibile da sapere che i bambini sanno custodire con cura perché sanno di essere figli, cioè di non poter bastare a se stessi.
Loro sanno che senza l’Altro sprofonderebbero nella notte più fredda. Sanno bene che solo l’amore dell’Altro può dare fondamento al carattere infondato del mondo. Per questo la parola evangelica affida proprio a loro il destino del Regno.
Massimo Recalcati, La Repubblica, 5 novembre 2015
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Amare significa perdonare

I problema di fondo oggi è che perdonare non va di moda. Si fa prima a buttare via tutto, ricominciare con una cosa nuova. È l’illusione del consumismo della quale è caduto vittima anche l’amore, non comprendendo una cosa: che il mistero del nuovo non è sostituire continuamente qualcuno ma renderlo insostituibile.

Il miracolo del perdono, quando accade, ed è sempre l’esito di un lavoro doloroso, faticoso, che esige tempo, è veramente un’esperienza di resurrezione. L’unica esperienza che noi possiamo fare, in questa vita, di fronte ad un amore morto, di fronte ad un amore che ha tradito la promessa con lo spergiuro, la menzogna, è quello di restituirgli vita con il perdono. Questa è la potenza straordinaria del perdono: restituire vita a qualcosa che pareva morto.

Massimo Recalcati

Testo tratto dalla trasmissione: Il pane quotidiano, puntata del 14 aprile 2014